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Sipolino & Partners

Economia e Politica

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N° Post: 615
Sipolino Fabio
Saturday 27th of November 2021 09:45:07 AM


Legge Mosaica VS Legge Cristiana





Tempi duri! Per cambiare bisogna capire e poi agire in modo da poter preparare un futuro migliore a dimensione umana! La storia si ripete e per capire occorre fare un ripasso di storia. Ecco cosa ci insegna il Professore Auriti: << ...Capire perche' Russia e America si sono alleate nell'ultima guerra mondiale...le due facce del capitalismo...il capitalismo liberale ha spogliato i popoli con la moneta-debito, mentre il capitalismo di stato ha spogliato i popoli con la norma costituzionale degli stati socialisti, che ha tolto la proprieta' dei mezzi di produzione dai cittadini per darlo al fantasma giuridico stato...>>
Se fino ad alcuni anni fa le due superpotenze erano USA e Russia ora sono USA e Cina, cosa e' significato l'incontro di meta' novembre tra Joe Biden e Xi Jinping? Un segnale al mondo, o meglio a tutti i popoli della Terra... Sono stati circa tre ore a parlare di vari temi, ma l'argomento piu' importante che probabilmente ha fatto maturare l'idea del vertice e di cui volutamente non si e' parlato e' il risveglio delle coscienze in atto in ogni nazione del mondo! Ed ecco che si e' reso necessario un messaggio implicito a tutti i popoli che in buona sostanza recita:" Rassegnatevi che non esiste nessuna isola (Stato) felice, il mondo e' governato da noi e dalle nostre nazioni amiche, la repressione sui risvegliati e' una conseguenza del programma del potere costituito, quindi tutti allineati e coperti! Altrimenti... "
La soluzione a tutto cio'? La Proprieta' Popolare della Moneta!!

Giacinto Auriti: << ...Che cosa e' avvenuto...la Vandea e' stato un fermento romantico, pieno di contraddizioni...gli storici...alcuni hanno detto: "la Vandea in Francia e' un episodio di cui i francesi sono orgogliosi e allo stesso tempo si vergognano". Cosa e' avvenuto nella Vandea in Francia? La reazione all'avvento dell'Usura!... Come quella che e' avventa in Italia col fascismo...la stessa cosa avviene in Spagna con la Falange... col peronismo in Argentina... con Salazar in Portogallo...con Codreanu in Romania...con l'avvento del regime comunista in Russia, con la cacciata degli Zar in Russia si costituisce in Russia non lo stato socialista, perche' lo stato socialista in senso romantico non e' mai esistito, ma il capitalismo di stato...significa che si e' creata la piu' grande societa' anonima della storia nello stato socialista...la proprieta' e' del fantasma stato e non dei cittadini...questa distinzione ci fa capire perche' Russia e America si sono alleate nell'ultima guerra mondiale...perche' erano le due facce del capitalismo...il capitalismo liberale ha spogliato i popoli con la moneta-debito, mentre il capitalismo di stato ha spogliato i popoli con la norma costituzionale degli stati socialisti che ha tolto la proprieta' dei mezzi di produzione dai cittadini per darlo al fantasma giuridico stato, cioe' alla classe dominante...quella che comanda e mangia per rappresentanza... negli stati socialisti noi abbiamo avuto la distinzione delle due funzioni, quella di produrre e quella di godere dei beni prodotti, mentre il popolo ha assunto la funzione di creare valore...il governo assume quella di mangiare per rappresentanza del popolo...il popolo ha avuto solo la funzione di avere fame e di lavorare...nei sistemi socialisti non esiste la possibilita' di una libera contrattazione nei rapporti di lavoro...oggi la stessa cosa e' successa al governo...banchieri e socialisti le due facce del capitalismo si sono unite...ripetendo in piccolo quello che e' successo nell'ultima guerra mondiale...l'anima liberare e' duplice...la parte sporca del liberalismo sono gli usurai liberali, quegli stessi che oggi stanno al potere insieme ai socialisti, alle sinistre del capitalismo di stato...Ecco perche' noi vogliamo portare un argomento che li paralizza, cioe' la democrazia integrale....Democrazia vuol dire: sovranita' politica al popolo, allora il popolo deve avere non solo la sovranita' politica, ma anche la Sovranita' Monetaria cioe' la PROPRIETA' POPOLARE della MONETA in un regime di Democrazia Integrale! Questa formula della Democrazia Integrale viene soffocata regolarmente, quando Il CORRIERE DELLA SERA mi ha onorato della sua attenzione criticando il Disegno di Legge Ngrado1282 Senato XII Legislatura DIS. Legge Ngrado1889 Senato XIII Legislatura sulla PROPRIETA' POPOLARE della MONETA presentato al Senato...ha scritto: "Udite udite! Neanche le brigate rosse sono arrivate a tanto!" Queste sono delle battute polemiche gratuite...le brigate rosse sul piano culturale sono nulla in confronto a quello che diciamo noi... La proprieta' della moneta di chi e'?...alcuni dicono la proprieta' della moneta non esiste...Allora tutti i ladri di denaro li mettiamo in liberta'...non esiste la proprieta'!...non esiste il furto! Il presupposto del furto e' la proprieta'!...Quando questi signori si trovano di fronte a questi argomenti sono costretti a cadere in contraddizione e allora sono fuorigioco. Noi abbiamo superato le scuole del capitalismo sia liberale, sia socialista, tutte e due le facce di questo capitalismo sono da condannare...La moneta-debito che ancora oggi c'e', perche' all'atto dell'emissione la banca centrale emette denaro solo prestandolo secondo la legge mosaica...quando si dichiarano cattolici mi fanno ridere, perche' il cattolico e' quello che sostiene la Dottrina Sociale della Chiesa che afferma: "Esiste qualcosa che e' dovuto all'uomo perche' uomo" quindi secondo la legge cattolica obbligato e' chi da!...oggi le banche centrali prestano il dovuto all'atto dell'emissione quindi sostengono la legge mosaica...Cominciare a capire che fra Cattolicesimo e Antico Testamento vi e' un rapporto di incompatibilita' su alcuni principi...l'undicesimo comandamento: " amatevi come io vi ho amato"(Vangelo Gv. Cap. 15)...e' il comandamento del Cristo...e allora...io stampo e do', non stampo e presto, ecco perche' non puo' un governatore emettere la moneta prestandola e dichiararsi cattolico...Applica la legge mosaica incompatibile su questo punto con la legge cattolica...questa consapevolezza sta entrando nella grande opinione pubblica, grazie a Dio anche dentro la chiesa...io dico la verita'...frase detta da Mose' : "presta al povero" Deuteronomio (15,8)....la legge cristiana :"esiste qualcosa che e' dovuto all'uomo perche' uomo" come mettere d'accordo le due formule? Secondo la legge mosaica obbligato e' chi riceve, secondo la legge cristiana, obbligato e' chi da'...dobbiamo creare una moneta in cui la banca centrale stampa e da'...>>

Sintesi del video:
https://www.youtube.com/watch?v=h7iYIaHopSo
Buon ascolto!
Questo video tratto da su SAUS TV ! Clicca qui
http://www.youtube.com/user/ScuolaAuritianaSimec/videos?view=0
e www.simec.org utili per conoscere la scoperta auritiana




N° Post: 548
Sipolino Fabio
Friday 1st of October 2021 07:21:55 AM


Dopo l'Afghanistan.Riflessioni sull'imperialismo statunitense






di Domenico Moro
Ritiro AfghanistanMolti hanno visto nel ritiro dall'Afghanistan una sconfitta degli Usa. Qualcuno ha addirittura paragonato l'Afghanistan al Vietnam. Ma l'Afghanistan e' molto diverso dal Vietnam, dove veramente si realizzo' una sconfitta dell'imperialismo americano dal punto di vista sia militare sia soprattutto politico. In Afghanistan i talebani non sono stati capaci di scatenare una offensiva del tipo di quella del Tet, lanciata nel 1968 dall'esercito nordvietnamita e dai vietcong, che scosse il morale degli americani e costrinse il presidente Lyndon Johnson a iniziare i colloqui di pace. Ne' l'Afghanistan ha dato luogo ad un ampio movimento contro la guerra nel cuore stesso degli Usa come quello che si sviluppo' all'epoca del Vietnam, coinvolgendo una generazione di americani e facendo da denotatore a una critica del sistema capitalistico statunitense di una entita' difficilmente riscontrabile in altri periodi della storia di quel Paese. Soprattutto la guerra del Vietnam segno' una modifica dei rapporti di forza a livello mondiale tra imperialismo e blocco dei paesi socialisti. Il ritiro statunitense dall'Afghanistan, invece, non ha determinato alcun mutamento dei rapporti di forza a livello mondiale tra potenze. In realta', il ritiro dall'Afghanistan, pensato dalla presidenza Obama e giunto a compimento con quella di Biden, puo' essere definito come un riposizionamento strategico della politica statunitense. Come dimostrano anche l'ultima riunione della Nato e le nuove alleanze nell'area dell'Indo-Pacifico (Aukus e Quad) gli Usa stanno ridefinendo la loro politica estera, collocandone il baricentro nel contrasto alla Cina e, in misura minore, alla Russia.

Ma soprattutto l'occupazione permanente dell'Afghanistan non si concilia con la natura dell'imperialismo moderno che e' diverso da quello di altre epoche storiche, in particolare da quello ottocentesco e della prima parte del Novecento.



La geometria dell'imperialismo oggi e nel passato

L'imperialismo odierno e' composto, come quello del passato, da un centro o metropoli, costituito dai Paesi piu' sviluppati e dominanti, e da una periferia, costituita dai Paesi meno sviluppati e dipendenti. Pero', oggi il rapporto centro-periferia e i rapporti tra paesi del centro e' diverso. Soprattutto, il rapporto con lo spazio dell'odierno capitalismo e', in parte, differente da quello che aveva in precedenza. L'imperialismo del passato era coloniale, cioe' prevedeva il controllo diretto dei territori della periferia da parte del centro, mentre quello attuale e' fondato sul controllo indiretto, mediante gli investimenti di capitale, sempre piu' importanti mano a mano che la storia del capitale si sviluppa, e mediante il controllo finanziario, l'uso di una moneta di scambio e transazione internazionale, il controllo delle tecnologie e delle catene del valore, e, infine la forza militare, che, pero', e' impiegata in modo diverso rispetto al passato. Il perno economico del nuovo imperialismo e' costituito dalle multinazionali, che, a differenza delle grandi imprese del passato, traggono la parte maggiore dei loro profitti dal mercato mondiale piuttosto che dall'economia dei Paesi di origine. In precedenza, fino alla Seconda guerra mondiale e alla decolonizzazione postbellica, ogni potenza capitalistica doveva avere una appendice territoriale, il suo impero nazionale. Lo scontro inter-imperialistico vedeva la contrapposizione tra imperialismi territoriali. Il piu' grande era quello britannico, seguito da quello francese, minore estensione avevano altri imperi territoriali come quelli tedesco e italiano. La Germania fu privata del suo impero con la sconfitta nella Prima guerra mondiale ma il nazismo, con la teoria dello "spazio vitale", non fece altro che riprendere e reiterare il vecchio concetto coloniale, con la sola differenza che questa volta lo spazio coloniale era esteso all'Europa, soprattutto orientale. La brutalita' tedesca durante la Seconda guerra mondiale appare eccezionale -- e lo fu da un certo punto di vista -, perche' veniva esercitata su una popolazione bianca e non di colore come quella del colonialismo classico. Le stesse modalita' di sopraffazione incidono sulla memoria di massa e sulla coscienza occidentale in modo diverso a seconda che siano esercitate in Africa e Asia oppure in Europa. In ogni caso la brutalita' e la violenza erano indirizzate al controllo territoriale diretto. Oggi, la violenza appare meno evidente, anche se ce n'e' molta, perche' e' mascherata meglio con le missioni, definite con un ossimoro come "umanitarie" o di pace o di esportazione della democrazia, e viene esercitata spesso in maniera indiretta, attraverso milizie e gruppi autonomi che spesso sono in qualche modo collegati con questo o quell'altro imperialismo.

La "geometria" dell'imperialismo del passato era fatta di aree circoscritte, cioe' composta come da figure geometriche, mentre quella dell'imperialismo odierno e' fatta di punti e linee. Si tratta di una struttura a rete piuttosto che di una struttura fatta di insiemi giustapposti. Lo spazio da controllare e' quello materiale delle rotte dello scambio commerciale, soprattutto marittime, e delle vie di scambio delle materie prime, oleodotti e gasdotti. Ma c'e' anche un nuovo spazio immateriale, quello della rete informatica, di internet in primo luogo, quello dei flussi monetari e finanziari e, infine, la rete del traffico aereo e spaziale, fondato sulla presenza sempre piu' invasiva dei satelliti. Tuttavia, le differenze tra l'imperialismo coloniale e quello odierno sono meno evidenti di quanto potrebbe sembrare. Anche nel passato punti e linee sono stati fondamentali, specialmente quelli della principale via di scambio rappresentata dalle acque dei mari e dagli oceani che costituiscono il 71% della superficie terrestre e attraverso i quali viaggia il 90% delle merci mondiali. I punti sono rappresentati dalle basi aereo-navali, necessarie per il rifornimento delle flotte, mentre le linee sono le rotte marittime. L'importanza del mare e la contrapposizione tra terra e mare, all'interno della dialettica tra imperialismi, e' stata centrale nella riflessione del pensiero imperialista borghese, in particolare di quel filone che si definisce col termine di "geopolitica", e che mette insieme le caratteristiche della geografia con la politica. In particolare, sono significative le opere di due tra i fondatori della geopolitica moderna, non a caso l'uno statunitense e l'altro tedesco, cioe' appartenenti ai due Paesi che nella Storia del Novecento piu' si sono resi responsabili di progetti imperialisti di largo respiro confrontandosi tra di loro anche attraverso modelli di imperialismo di tipo diverso. Il primo e' l'ammiraglio Alfred T. Mahan, il secondo e' Carl Schmitt, pensatore di estrema destra che per un periodo fu presidente dei giuristi nazisti.



Il pensiero imperialista, Mahan e Schmitt

Mahan scrisse un libro fondamentale, "L'influenza del potere marittimo sulla storia" (1890), nel quale evidenzia il ruolo decisivo del potere sul mare, attraverso le flotte mercantili e da guerra, nella costruzione degli imperialismi del passato e del presente. Il libro divenne la Bibbia delle marine militari, tanto che il Kaiser Guglielmo ne voleva una copia su ogni nave da guerra tedesca. In particolare, Mahan, nel suo libro principale, descrive il mare come una grande autostrada con rotte commerciali solcate dagli uomini in tutte le direzioni. Queste autostrade vedono la presenza di passaggi stretti, o strategici punti di strozzatura (choke points), come lo stretto di Gibilterra, il cui controllo ha contribuito al comando britannico dei mari. Mahan gia' nel 1890 avvertiva i leader statunitensi che la sicurezza e gli interessi degli Usa dipendevano dall'equilibrio di potere in Europa e in Asia. In particolare, gli Usa dovevano operare per evitare che l'Europa occidentale cadesse sotto il controllo di una sola potenza a base terrestre. Si trattava di continuare cio' che aveva fatto l'Inghilterra, che, forte soprattutto sui mari, si era prodigata per secoli affinche' in Europa non prevalesse una singola potenza o una singola alleanza di potenze, ma si mantenesse invece un equilibrio di potere. Questo obiettivo era alla base della costituzione di alleanze che dovevano servire a impedire che la potenza di volta in volta emergente, dalla Spagna degli Asburgo alla Francia di Luigi XIV e di Napoleone e alla Germania guglielmina e nazista, diventasse egemone sul territorio europeo. Gli Usa sono molto simili all'Inghilterra. Come l'Inghilterra era un'isola che proiettava la sua potenza sugli oceani, cosi' gli Usa sono, per Mahan, una grande isola che giace al largo della massa dell'Eurasia. Mahan nel 1910 prevede la Prima guerra mondiale e le sottostanti condizioni geopolitiche che porteranno alla Seconda guerra mondiale, riconoscendo che la Germania, per la posizione centrale in Europa, l'industria e le Forze Armate senza rivali nel continente, e la ricerca del potere marittimo, costituiva una minaccia per la Gran Bretagna e gli Usa. "La rivalita' tra Germania e Gran Bretagna oggi -- scrisse Mahan -- e' il punto di pericolo non solo della politica europea ma della politica mondiale"[i]. L'analisi di Mahan e', quindi, coerente sia con l'intrapresa di una politica imperialista all'epoca della presidenza di Theodore Roosvelt sia con l'abbandono dell'isolazionismo da parte degli Usa e con la decisione di intervenire militarmente sia nella Prima sia nella Seconda guerra mondiale, per impedire alla Germania e al Giappone di diventare potenze guida rispettivamente in Europa e in Asia e stabilire il controllo americano sull'Eurasia.

Carl Schmitt riprende le teorie di Mahan in "Terra e Mare. Una riflessione sulla storia del mondo". Per Carl Schmitt la storia del mondo puo' essere letta come uno scontro tra potenze marittime e potenze terrestri, cioe' tra mare e terra. Lo scontro tra mare e terra e' visto, metaforicamente e in chiave escatologica, da Schmitt come lo scontro tra due grandi animali della Bibbia, Leviatano, il mostro marino, e Behemot, il mostro terrestre. La questione dello spazio e' centrale in Schmitt: la conquista del mare da parte inglese implica la separazione tra terra e mare. "La terraferma appartiene ora a una dozzina di Stati sovrani -- scrive Schmitt nel 1942 -- mentre il mare appartiene a tutti o a nessuno e in definitiva soltanto a uno: l'Inghilterra"[ii]. E prosegue: "Il mondo inglese pensava in termini di punti d'appoggio e di linee di comunicazione. Cio' che per gli altri popoli era terra e patria appariva a esso come mero entroterra. (...) Ma con cio' l'isola stessa, la metropoli di un simile impero costruito su un'esistenza puramente marittima, si trova sradicata e <>. Come una nave o un pesce puo' raggiungere via mare un'altra parte del pianeta, perche' ormai non e' altro che il centro mobile di un impero mondiale frammentariamente diffuso in tutti i continenti."[iii] Chi domina il mare domina anche la terra, e' questa la conclusione che emerge dalla riflessione di Schmitt. E attraverso il nuovo spazio marittimo emerge anche la critica allo Stato come categoria del politico. La categoria di Stato, per Schmitt e' ormai obsoleta e lascia il posto alla categoria di Grossraum, grande spazio terrestre o anche spazio imperiale, una categoria affine a quella nazista di Lebensraum, spazio vitale. "Per Schmitt un Grossraum si forma quando uno Stato, sviluppando una potenza eccedente il proprio spazio nazionale e non trovando limitazioni esterne alla sua influenza, aggrega attorno a se' altri Stati e tende a evolversi nella forma di <>"[iv] Non e' molto difficile, a questo proposito, evidenziare una qualche analogia, sebbene con importanti differenze, con quanto teorizzato da Negri in Impero, a proposito della fine degli Stati nazionali e dell'imperialismo e dell'avvento, al loro posto, dell'Impero. Cosi' scrive Negri: "Ne' gli Stati uniti, ne' alcuno stato-nazione costituiscono il centro di un progetto imperialista. L'imperialismo e' finito. Nessuna nazione sara' un leader mondiale come lo furono le nazioni europee moderne. (...) Il compimento del mercato mondiale segna necessariamente la fine dell'imperialismo."[v] Una fine presunta, per la verita', visto che gli Stati continuano a esistere, rafforzandosi, e al posto di un Impero unico, o super-imperialismo, ci sono imperialismi nazionali e concorrenza inter-imperialista.

Ma ritorniamo alla questione dell'importanza del mare. Schmitt scrive Terra e Mare nel 1942, in una situazione di relativo isolamento politico dal regime nazista, quando si capisce che la guerra non puo' essere piu' vinta dalla Germania, dal momento che il nuovo Leviatano, l'isola maggiore di Mahan, cioe' gli Usa, sono intervenuti nella guerra mondiale, a fianco dell'Urss e del vecchio Leviatano, l'isola minore, cioe' l'Inghilterra. La Germania, potenza terrestre, non puo' prevalere contro il potere marittimo globale detenuto dagli anglosassoni, da cui il lapidario giudizio di Schmitt: "La Germania non e' mai stata altro che uno Stato continentale europeo di media grandezza. Questo e' il nostro destino, destino da topi di terra! Il Reich tedesco e' ridicolo a confronto con L'Empire inglese."[vi] Cosi' Schmitt sintetizza il nuovo ruolo egemonico degli Usa: "L'America sarebbe, insomma, l'isola maggiore che perpetuerebbe la conquista britannica del mare e la proseguirebbe su piu' vasta scala come dominio del mare angloamericano sul mondo intero."[vii] Gia' nel 1904 -- rileva Schmitt -- Mahan predicava una unione tra Usa e Regno Unito per il dominio del mondo. Ed e', in effetti, quello che e' avvenuto dalla Prima guerra mondiale a oggi. Proprio in questi ultimi giorni e' stata siglata l'Aukus, una alleanza tra Usa, Regno Unito, e Australia, che mira a rafforzare il controllo anglosassone dell'Indo-Pacifico, sviluppando la flotta da guerra australiana per contribuire a contenere la presenza cinese, e, nello stesso tempo marginalizzare la presenza francese nell'area. Infatti, oltre a non includere la Francia nella nuova alleanza, Usa e Regno Unito forniranno all'Australia, che ha rotto l'accordo per l'acquisto di 12 sommergibili diesel francesi del valore di ben 56 miliardi di euro, la tecnologia top secret per la costruzione di sommergibili a propulsione nucleare, che permetteranno alla flotta australiana una maggiore estensione del suo raggio d'azione. L'accordo e' cosi' lesivo per gli interessi e il ruolo di grande potenza della Francia, che quest'ultima ha ritirato gli ambasciatori da Usa e Australia. Un'altra dimostrazione del latente contrasto inter-imperialistico tra Francia e Usa, dopo l'opposizione della Francia (e della Germania) alla guerra contro l'Iraq e i piu' recenti contrasti all'interno della Nato, che hanno portato nel 2019 Macron a dire: "la Nato e' in uno stato di morte cerebrale".

Schmitt conclude Terra e mare rilevando come si stesse aprendo un nuovo stadio della rivoluzione planetaria, dopo quella che ha portato all'apertura dello spazio marittimo. L'invenzione dell'elettricita', della radiotelegrafia e soprattutto dell'aeroplano portano -- secondo Schmitt -- "a un nuovo stadio della rivoluzione spaziale planetaria, se non addirittura a una seconda nuova rivoluzione spaziale".[viii] In particolare, l'aereo porta a una nuova, terza dimensione spaziale, l'aria, che va ad aggiungersi a quelle della terra e del mare. "L'effetto di rivoluzione spaziale che ne deriva e' particolarmente forte, immediato e manifesto"[ix]. Ancora oggi, gli Usa e le loro Forze armate dimostrano di avere una netta egemonia mondiale nello spazio marittimo e aereo.



La talassocrazia statunitense

Oggi, vediamo, dunque, che le concezioni imperialiste di Mahan e Schmitt trovano riscontro nell'imperialismo contemporaneo come e anche di piu' che nel passato. Il potere dell'imperialismo statunitense si basa non sul controllo diretto di territori, ma su un controllo mondiale indiretto attraverso il dominio dello spazio marittimo e aereo. Gli Usa mantengono una preponderanza nel potere marittimo con la loro enorme flotta, che, per tonnellaggio e' non solo la prima, ma e' superiore alle prime 13 marine della classifica mondiale messe insieme[x]. Il nerbo della flotta statunitense e' costituito dalla componente aero-navale, che si estrinseca in 11 grandi portaerei da circa 100mila tonnellate che portano fino a 96 mezzi aerei e formano altrettanti gruppi navali, cui si aggiungono altre 9 portaerei da assalto anfibio da circa 40-45mila tonnellate. Consideriamo, per fare un confronto, che nessun paese del mondo dispone di portaerei per numero e per dimensioni pari a quelle statunitensi. Il Regno Unito ha due portaerei da 65mila tonnellate, la Francia ha solo una portaerei da 42mila tonnellate, l'Italia ha due portaerei, la Cavour da 30mila tonnellate e la Garibaldi da 14mila tonnellate[xi], infine la Cina, il principale concorrente degli Usa, ha due portaerei, la Liaoning da 70mila tonnellate e la Shandong da 65mila tonnellate, che non possono essere paragonate per capacita' offensiva a quelle statunitensi. Con i suoi leviatani aereo-navali gli Usa possono controllare tutte le rotte del mondo e mantenere una capacita' di "proiezione di forza" globale senza paragone con quella di nessun altro Paese. Ma la flotta navale e aerea ha bisogno di basi a cui appoggiarsi e da cui rifornirsi. A tale scopo, gli Usa dispongono della piu' pervasiva e fitta rete di basi militari, porti e piste di atterraggio che sia mai esistita. Sono circa mille le basi militari statunitensi nel mondo. Alcune sono residui dell'impero britannico, come quella di Diego Garcia, che e' Territorio britannico d'oltremare, ed e' testimonianza della simbiosi che tutt'ora esiste tra imperialismo statunitense e britannico. Diego Garcia e' strategicamente posta al centro dell'Oceano indiano, e ospita, oltre a una base navale, le piste da cui possono partire i bombardieri strategici statunitensi verso l'Asia e il Medio Oriente.

Quella statunitense e' una talassocrazia[xii], un impero marittimo, che non e' basato sul controllo territoriale diretto, ma sul controllo indiretto attraverso il controllo del mare, anche grazie alla loro posizione geografica che li pone in mezzo ai due oceani principali, l'Atlantico e il Pacifico. Dobbiamo tenere conto di questo dato di fatto per leggere i comportamenti di Biden riguardo all'Afghanistan. La presenza in Afghanistan non poteva essere permanente, perche' non e' coerente con la natura dell'imperialismo statunitense. Non e' un caso se, subito dopo il ritiro dall'Afghanistan, gli Usa hanno siglato l'Aukus, che si aggiunge al Quad (forum strategico tra Usa, India, Giappone e Australia), mettendo un altro tassello importante nella loro strategia di contenimento della Cina. Il ritiro dall'Afghanistan e' un modo di liberare risorse importanti da destinare al contrasto della Cina. Ci sembra molto efficace la sintesi offerta dal Sole 24 ore in riferimento all'Aukus: "Lo stesso abbandono dell'Afghanistan...indica che Washington ha compiuto una scelta molto ben definita su quale dovra' essere il teatro del confronto diplomatico e militare (sia pure a bassa intensita') con Pechino: l'Oceano su cui si affacciano i suoi alleati (e gli stessi Usa)."[xiii]

La natura marittima, basata sul controllo di rotte e punti strategici, dell'imperialismo statunitense e' coerente con la natura dell'imperialismo moderno, basato sul predominio sui flussi di capitale sotto forma di merci e di investimenti e sul dollaro come moneta di riserva e di scambio commerciale. Decisivo e' il rapporto tra dollaro e forza militare. Come nel medioevo l'egemonia del bisante si basava sul potere militare dell'impero bizantino, cosi' oggi il dollaro fonda la sua egemonia sulla preponderanza militare delle forze armate statunitensi.



Conclusioni politiche

Da quanto abbiamo detto appaiono evidenti quattro punti su cui i movimenti di classe e i partiti comunisti dovrebbero basare la propria strategia, che non puo' prescindere dall'essere inquadrata in un contesto internazionale, che e' poi quello del sistema imperialista. Il primo consiste nel fatto che, nonostante la relativa decadenza economica, gli Usa sono ancora l'imperialismo egemone, a cui sono collegati secondo una scala gerarchica gli imperialismi subalterni, come quello italiano. Di conseguenza, la lotta deve essere indirizzata, in primo luogo, contro l'imperialismo del proprio Paese (nel nostro caso quello italiano) e contro quello statunitense. Il secondo consiste nel fatto che, essendo il nuovo imperialismo non territoriale, nei paesi della periferia deve essere applicata una strategia diversa da quella del passato, tradizionalmente fondata sull'alleanza tra borghesie nazionali e classe lavoratrice in un fronte unito di liberazione nazionale. Oggi, in Paesi indipendenti ma inseriti nell'economia mondiale come periferia dipendente, la classe borghese locale e' piu' organicamente inserita nel sistema di potere imperialista. Ne consegue che la lotta ha un carattere di classe piu' immediato e non puo' che indirizzarsi strategicamente verso la realizzazione del socialismo. Questo, pero', non significa che sul piano tattico non vada mantenuta una certa flessibilita', tenendo conto delle condizioni specifiche di ogni Paese. Il terzo punto consiste nel fatto che lo Stato, compresa la forma di Stato nazionale, si e' tutt'altro che eclissato e mantiene un ruolo centrale nelle politiche imperialiste. Quindi, la lotta antimperialista, sia nel centro sia nella periferia del sistema, deve indirizzarsi contro la forma borghese e imperialista dello Stato, che va eliminata e sostituita con un'altra forma Stato, coerente con la transizione socialista. Infine, ed e' il quarto punto, non esiste un Impero, bensi' un sistema imperialista costituito da piu' centri metropolitani con interessi piu' o meno contrastanti. L'esistenza di un solo impero, contrariamente a quanto auspicato da Negri, non faciliterebbe la lotta di classe, perche' imporrebbe un dominio totale su tutto il pianeta che sarebbe piu' difficile da contrastare. Al contrario, come accaduto nel passato, l'esistenza di piu' imperialismi e di contrasti inter-imperialisti riveste una primaria importanza, perche' genera contraddizioni nel sistema, producendo spazi all'interno dei quali la classe lavoratrice e i comunisti possono inserirsi. Infine, e' da sottolineare che bisogna sempre mostrare, dinanzi ai lavoratori, l'intimo nesso esistente tra le politiche socio-economiche interne e la posizione del proprio Stato a livello internazionale. L'imperialismo non e' soltanto una politica estera e militare, ma e' soprattutto uno stadio dell'evoluzione complessiva della societa' capitalista.

Note
[i] Alfred T. Mahan, The Interest of America in International Conditions, 1910.
[ii] Carl Schmitt, Terra e Mare. Una riflessione sulla storia del mondo, Adelfi, Milano 2003, p. 88.
[iii] Ibidem, p. 97.
[iv] F. Volpi, "Il potere degli elementi", appendice a Carl Schmitt, Terra e Mare, p.131
[v] Michael Hardt e Antonio Negri, Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, Rizzoli, Milano 2002, pp.15 e 310.
[vi] Ibidem, p.136.
[vii] Carl Schmitt, op. cit, p. 104.
[viii] Ibidem, p.106.
[ix] Ibidem, p.107.
[x] La flotta Usa raggiunge i 3,4 milioni di tonnellate, al secondo posto c'e' la flotta russa con 835mila tonnellate e al terzo quella cinese con 708mila tonnellate.
[xi] La Garibaldi sara' sostituita nel 2022 dalla Trieste, una portaerei da 38mila tonnellate.
[xii] Dal greco thalassa, mare, e kratos, potere.
[xiii] R. Sorrentino, "Francia, l'intesa Aukus impone la revisione della strategia Macron", Il Sole 24ore, 21 settembre 2021.




N° Post: 545
Sipolino Fabio
Thursday 30th of September 2021 07:54:19 AM


ELINOR OSTROM E LA RIVINCITA DELLE PROPRIETA' COMUNI




Il premio Nobel a Elinor Ostrom riconosce l'importanza di aver ipotizzato l'esistenza di una terza via tra Stato e mercato. Quella di Ostrom e' una teoria complessiva che identifica le condizioni che devono valere affinche' una gestione "comunitaria" possa rimanere sostenibile nel lungo termine. Una lezione di particolare importanza oggi a proposito dei beni collettivi globali, come l'atmosfera, il clima o gli oceani. Ma molto significativa anche per l'attuale crisi finanziaria, che si puo' leggere come il saccheggio di una proprieta' comune: la fiducia degli investitori.



Uno dei dogmi fondativi della moderna economia dell?ambiente e' la cosiddetta ?tragedy of the commons?, risalente a Garrett Hardin. Secondo questa impostazione, se un bene non appartiene a nessuno ma e' liberamente accessibile, vi e' una tendenza a sovrasfruttarlo. L?individuo che si appropria del bene comune, deteriorandolo, infatti, gode per intero del beneficio, mentre sostiene solo una piccola parte del costo (in quanto questo costo verra' socializzato). Poiche' tutti ragionano nello stesso modo, il risultato e' il saccheggio del bene. Analogamente, nessuno e' incentivato a darsi da fare per migliorare il bene, poiche' sosterrebbe un costo a fronte di un beneficio di cui non potrebbe appropriarsi che in parte.

UNA TERZA VIA TRA STATO E MERCATO

Il ragionamento di Hardin partiva dall?esempio delle enclosures inglesi, precondizione della Rivoluzione industriale. La recinzione delle terre comuni, in questa visione, costituiva il necessario presupposto di una gestione razionale ed efficiente: mentre in regime di libero accesso il pascolo indiscriminato stava portando alla rovina del territorio, il proprietario privato, in quanto detentore del surplus, aveva l?interesse a sfruttare il bene in modo ottimale e a investire per il suo miglioramento.
Quando non vi sono le condizioni per un?appropriazione privata, deve essere semmai lo Stato ad assumere la proprieta' pubblica. Solo i beni cosi' abbondanti da non avere valore economico possono essere lasciati al libero accesso; per tutti gli altri occorre definire un regime di diritto di proprieta' privato o pubblico.
Il merito di Elinor Ostrom e' stato quello di ipotizzare l?esistenza di una ?terza via? tra Stato e mercato, analizzando le condizioni che devono verificarsi affinche' le common properties non degenerino. Ostrom prende le mosse dal lavoro di uno di quei precursori-anticipatori, troppo eterodossi per essere apprezzati nell?epoca in cui scrivevano: lo svizzero tedesco, naturalizzato americano, Ciriacy-Wantrup, che ancora negli anni Cinquanta osservava che vi sono nel mondo molti esempi di proprieta' comuni che sfuggono al destino preconizzato da Hardin, come ad esempio le foreste e i pascoli alpini. Distingueva appunto le ?common pool resources? (res communis omnium) dai ?free goods? (res nullius): nel primo caso, pur in assenza di un?entita' che possa vantare diritti di proprieta' esclusivi, a fare la differenza e' l?esistenza di una comunita', l?appartenenza alla quale impone agli individui certi diritti di sfruttamento del bene comune, ma anche determinati doveri di provvedere alla sua gestione, manutenzione e riproduzione, sanzionati dalla comunita' stessa attraverso l?inclusione di chi ne rispetta le regole e l?esclusione di chi non le rispetta.
Su queste fondamenta poggia l?edificio concettuale della Ostrom, la cui opera piu' importante, Governing the Commons, sviluppa una teoria complessiva che identifica le condizioni che devono valere affinche' una gestione ?comunitaria? possa rimanere sostenibile nel lungo termine. Analisi che intreccia con grande profondita' e intelligenza la teoria delle istituzioni, il diritto, la teoria dei giochi, per lambire quasi le scienze sociali e l?antropologia.
Il campo di applicazione delle ricerche sviluppate in questo filone puo' far storcere il naso: dalle risorse di caccia degli Indiani d?America alle comunita' di pescatori africani, o alla condivisione delle acque sotterranee in qualche remoto sistema agro-silvo-pastorale nepalese. Ma come spesso succede, applicare il concetto di base a un oggetto semplice consente di mettere a fuoco concetti e teorie di portata molto piu' generale.
Non a caso, la lezione della Ostrom e' di particolare importanza oggi, a proposito dei global commons, come l?atmosfera, il clima o gli oceani. Per applicare la ricetta di Hardin a questi beni, infatti, ci mancano sia un possibile proprietario privato, sia un soggetto statale in grado di affermare e difendere la proprieta' pubblica. Il diritto internazionale, in questa prospettiva, altro non e' che un sistema di governance applicato a un bene comune, e non vi e' soluzione alternativa alla cooperazione tra i popoli della Terra per raggiungere un qualsiasi risultato in termini di lotta ai cambiamenti climatici.
Ma e' importantissima anche in quei casi ? si pensi alla falda acquifera sotterranea e piu' in generale alla regolamentazione delle fonti di impatto ambientale diffuse ? in cui un principio di proprieta' pubblica e' in astratto possibile e nei fatti esistente, almeno sulla carta; ma la sua attuazione effettiva si scontra, da un lato, con l?enormita' dei costi amministrativi (in Italia ci sono centinaia di migliaia di pozzi privati che bisognerebbe monitorare per applicare la norma), dall?altro con la difficolta' politica di vietare comportamenti che sono prassi consolidate percepite come diritti.

UNA DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA

Il lavoro di Ostrom trova punti di contatto con la teoria dei giochi, in particolare con quei filoni di ricerca che attraverso il concetto di gioco ripetuto mostrano come gli esiti distruttivi e socialmente non ottimali (equilibri di Nash, di cui la stessa ?tragedy of the commons? e' in fondo un esempio) possano essere evitati se nella ripetizione del gioco gli attori ?scoprono? il vantaggio di comportamenti cooperativi, che a quel punto possono essere codificati in vere e proprie istituzioni. E'interessante anche notare come il ?comunitarismo? della Ostrom trovi qui un punto di contatto con ?l?anarchismo? antistatale; ma Ostrom enfatizza piuttosto l?importanza della comunita', della democrazia partecipativa, della societa' civile organizzata, delle regole condivise e rispettate in quanto percepite come giuste e non per un calcolo di convenienza.
Non mi risulta che Ostrom si sia mai occupata di finanza, ma e' quanto meno singolare la coincidenza del premio con la ri-scoperta dell?importanza del capitale sociale e delle regole condivise per il buon funzionamento dei mercati. Forse anche la crisi finanziaria che stiamo vivendo altro non e' che un esempio di ?saccheggio? di una ?proprieta' comune?, la fiducia degli investitori, per ricostruire la quale servira' qualcosa di piu' di una temporanea iniezione di capitale nel sistema bancario.




N° Post: 486
Sipolino Fabio
Saturday 21st of August 2021 07:04:56 PM


Glosse al "Principio Speranza" di Ernst Bloch




di Carlo Formenti
27280 bloch 1Con questo post completo la trilogia iniziata con le Glosse all'ontologia dell'essere sociale di Gyorgy Lukacs e proseguita con la recensione alla "Filosofia imperfetta" di Costanzo Preve. Si tratta di tre testi che rappresentano la prima stesura di un libro di prossima pubblicazione il cui tema principale sara' la distinzione fra i tre regimi discorsivi che convivono nell'opera di Marx - grande-narrativo, deterministico-naturalistico e ontologico-sociale - e la necessita' di liberarsi dell'eredita' (storicamente datata) dei primi due e rivendicare l'assoluta attualita' del terzo nella prospettiva di una rinnovata progettualita' di trasformazione socialista del mondo.



1. Sogno, desiderio, speranza. Una ontologia del non ancora.

Lukacs, pone il lavoro al centro della sua Ontologia(1) ponendolo come modello di ogni prassi sociale, e definendolo "l'unico punto in cui e' ontologicamente dimostrabile la presenza di un vero porre teleologico come momento reale della realta' materiale". Nel primo volume del Principio speranza Ernst Bloch sembrerebbe incamminarsi nella stessa direzione. Cita il passaggio del primo libro del Capitale in cui Marx afferma che a distinguere il peggior architetto dalla miglior ape e' il fatto che nella mente del primo il risultato dell'opera e' gia' presente prima della sua esecuzione, commentando che "l'animale si riferisce allo scopo nei modi delle sue successive brame, l'uomo invece oltre a cio' se lo raffigura" (vol. I, p. 56). Indica nel lavoro il modello di quelle attivita' finalistiche che plasmano la realta' in quanto storia del soddisfacimento dei bisogni umani.

Tuttavia, mentre svolge tali riflessioni, dissemina i primi segnali della sua tendenza a spingersi al di la' della rigorosa impostazione materialistica di Lukacs: se costui ribadisce a piu' riprese che il distanziamento dalla barriera naturale, per quanto possa ampliarsi, non eliminera' mai del tutto quest'ultima, in Bloch emerge infatti la tentazione di affermare la possibilita' che il processo si spinga oltre ogni limite. Cosi' quando, per esempio, scrive che l'uomo "si trova sempre davanti a limiti che non sono limiti, percependoli (sottolineatura mia) infatti egli li oltrepassa". Nell'identificazione fra percezione del limite e suo superamento affiora quella vena idealista che provero' a mettere a nudo a partire dal modo in cui Bloch discute della triade sogno, desiderio, speranza.

Il ragionamento parte dall'affermazione che la vita di noi tutti e' attraversata da sogni ad occhi aperti (Vol. I p. 5), cui segue, poche pagine dopo, quella secondo cui "il contrasto fra sogno e realta' non e' affatto dannoso se chi sogna crede davvero (sottolineatura mia) al suo sogno" (Vol. I, p. 14). Fin da subito, quindi, la categoria religiosa della fede entra a far parte della rappresentazione blochiana del futuro, inteso come ambito della possibile emancipazione umana. Tornando ai sogni a occhi aperti: Bloch sostiene che la loro origine affonda sempre in una mancanza che si vorrebbe eliminare, "sono tutti quanti sogni di una vita migliore" (Vol. I p. 91). Dire che all'origine del sogno sta una mancanza, un vuoto di essere, equivale ad affermare che la causa del sogno -- e al tempo stesso il motore della speranza di colmare il vuoto in questione -- e' il desiderio. Poco sopra avevamo visto riaffermare il primato ontologico del lavoro, dell'attivita' finalistica che si presenta come un voler fare (come la fonte primaria, secondo Lukacs, di ogni progredire -- non necessariamente nel senso del progresso in quanto valore ideologico! - del processo storico), ma poi Bloch rettifica parzialmente tale punto di vista: infatti, se da un lato ammette che "nel desiderare non c'e' ancora niente del lavoro o dell'attivita'", subito dopo aggiunge che "non c'e' pero' un volere che non sia preceduto da un desiderare" (Vol. I p. 57). Il desiderio dunque non e' solo la fonte dei sogni ad occhi aperti, ma innesca anche la speranza che vi si associa, assieme alla fede nella sua possibilita'-realta'. Quanto alla speranza, Bloch la classifica negli "affetti di attesa" (accanto a paura, timore e fede) contrapponendola agli "affetti pieni" in ragione del suo carattere anticipatorio (Vol. I, p. 89). Nel sistema blochiano la speranza viene cosi' a rivendicare un primato ontologico, paragonabile se non superiore a quello del lavoro, in quanto fondamento di ogni prassi umana: infatti Bloch la definisce, non a caso, "il piu' umano di tutti i moti dell'animo e accessibile solo agli uomini" (Vol. I, p. 90). In poche parole: la filosofia di Bloch si discosta dalla filosofia lukacsiana a mano a mano che fuoriesce dalla cornice della marxiana filosofia della prassi, collocando l'aspettativa-fede nei confronti del futuro al centro del proprio pensare: "La filosofia avra' coscienza del domani, prendera' partito per il futuro, sapra' della speranza o non sapra' piu' nulla" (Vol. I, p. 10). Infine chiude il cerchio riportando l'attenzione sul ruolo del sogno ad occhi aperti: "L'interesse rivoluzionario, con la conoscenza di quanto cattivo sia il mondo, con la conoscenza di quanto potrebbe essere buono se fosse diverso, ha bisogno del sogno da desto del miglioramento del mondo" (Vol. I, p. 113).

Prima di esplorare le conseguenze ideologiche di questo assurgere del principio speranza a fondamento di ogni prassi rivoluzionaria, vale la pena di fare un passo indietro per approfondire il significato della triade sogno- desiderio -- speranza attraverso la critica blochiana della teoria psicoanalitica. Bloch analizza il pensiero di Freud (cui dedica la maggiore attenzione, riconoscendone i meriti), Jung (che liquida con particolare acrimonia, accusandolo senza mezzi termini di cripto nazismo) e Adler (al quale attribuisce minore importanza) accusandoli dello stesso errore di prospettiva: l'inconscio della psicoanalisi non e' mai un elemento di progressioni ma consiste piuttosto di regressioni: "(Freud e Jung) considerano l'inconscio unicamente come un qualcosa di passato nello sviluppo storico, come qualcosa di sprofondato in cantina e presente solo li'...conoscono soltanto un inconscio rivolto all'indietro o al di sotto della coscienza gia' presente, non conoscono il preconscio del nuovo" (Vol. I, p. 77). La psicoanalisi, accusa insomma Bloch, procede con la testa girata al contrario, si nega ogni possibilita' di guardare in avanti, di interrogare il futuro; pur avendo avuto il merito di scoprire che un'ampia quota della nostra vita psichica e' sottratta alla coscienza, relega questo tesoro all'oscuro regno del passato. In Jung questa colpa e' particolarmente grave, argomenta Bloch, nella misura in cui il passato in questione e' appiattito sulle immagini archetipiche inscritte in una mente collettiva razzialmente connotata (di qui l'accusa di avere contribuito alla costruzione dell'immaginario fascista). Viceversa il limite di Freud, che si propone di portare razionalmente alla luce l'inconscio in quanto frutto della rimozione, consiste in cio' che quello che viene fatto sorgere da tale svelamento "e' unicamente un giorno all'interno della vita privata e del 'disagio' di una civilta' alla quale a quanto pare non manca altro che una brezza psicoanalitica" (Vol. I, p. 65). L'ironia contenuta nel passaggio appena citato fa presagire che la critica si avvia ad assumere toni sociali e politici. E infatti: la psicoanalisi, argomenta Bloch, e' una pratica rivolta ai singoli individui, che si propone di curare un disagio associato esclusivamente alla libido, alle pulsioni sessuali e alla loro difficile convivenza con le regole della morale borghese : "libido, nient'altro che libido per tutto il tempo...e con la libido nient'altro che psicologismo, senza ambiente sociale" (Vol. I, p. 100). Non a caso la psicoanalisi non si occupa mai della fame, e per quanto questa urli, non riceve mai un nome clinico, perche', annota ironicamente Bloch, "Pazienti e medici psicoanalisti provengono da un ceto medio che poco aveva da preoccuparsi del suo stomaco" (Vol. p. 78).

Il nostro si avvia dunque a superare le tentazioni idealistiche associate alle sue variazioni sull'intreccio fra sogno, desiderio e speranza, per rientrare nell'ambito di una concezione rigorosamente materialistica? Cosi' sembrerebbe laddove liquida seccamente il paradigma freudiano con queste parole: "e' evidente che non c'e' nessuna concezione erotica della storia in luogo di quella economica, nessuna spiegazione del mondo in base alla libido invece che in base all'economia e alle sue sovrastrutture" (Vol. I, p. 80). Tuttavia non e' cosi'. La critica della concezione psicoanalitica dell'inconscio e' propedeutica a un'identificazione di quest'ultimo con il preconscio, con il non ancora conscio; sogno, desiderio, speranza tornano al centro dell'ontologia blochiana in quanto ontologia del non ancora; l'inconscio cosi' ridefinito viene sottratto ai labirinti della libido individuale (borghese) e restituito a una dimensione, al tempo stesso, storica e collettiva (di classe): "tutte le epoche di svolta sono pertanto colme, e anche stracolme, di non ancora conscio; e se ne fa portatrice una classe in ascesa" (Vol. I, p. 141). In barba a questa affermazione che strizza l'occhio a Marx, e' difficile non riconoscere qui una eco dei tanto vituperati archetipi junghiani (ancorche' storicizzati e ideologizzati).

Dopo avere introdotto il dubbio che l'elezione della speranza a fondamento ontologico del superamento del capitalismo rischi di connotare in senso idealistico il sistema filosofico blochiano, tocca verificarne la fondatezza esaminando, nell'ordine, il concetto di utopia concreta elaborato da Bloch e la sua rappresentazione del comunismo realizzato che, come vedremo, rasenta la profezia di un futuro che ha tutte le caratteristiche d'un paradiso in terra.



2. Utopia concreta. Logica della tendenza e principio di immanenza

Non ho qui lo spazio -- ne' tale impresa e' funzionale all'obiettivo di questo scritto -- di riassumere il mostruoso sfoggio di erudizione di cui Bloch fa mostra ripercorrendo la storia dell'utopia, dall'antica Grecia ai vari Owen, Fourier e Proudhon, passando per Gioacchino da Fiore, Thomas More e Campanella. Trattando del socialismo pre marxista, Bloch definisce donchisciotteschi i loro sogni idealisti: "Don Chisciotte e' il patrono dei social-idealisti onestamente astratti...(che vogliono) guarire o addirittura rovesciare con la morale cio' che e' affrontabile solo con l'economia...un'anima pura senza residenza nei movimenti del mondo e senza conoscenza degli interessi meno puri che muovono il mondo" (Vol. III, p. 1209). In barba a questa critica, il nostro non puo' tuttavia rinunciare -- pena auto smentirsi -- a esaltare il ruolo rivoluzionario del sogno d'un futuro migliore, per cui rettifica parzialmente il giudizio appena citato scrivendo, poche pagine dopo: "il fattore soggettivo, per non essere disfattista, deve sempre possedere un elemento del donchisciottismo bene inteso" (Vol. III, p. 1217).

Per cogliere il significato di questo "donchisciottismo bene inteso", occorre spiegare a quale postura ideologica Bloch lo contrappone: il bersaglio e' quella "idolatria oggettivistica dell'obiettivamente possibile che attende, facendo l'occhiolino, che le condizioni economiche siano divenute completamente mature" (Vol. II, p. 667). Questo attendismo, che e' l'esatto contrario del talento di Lenin nel cogliere il momento giusto per sferrare il colpo mortale al nemico, irrita profondamente Bloch, il quale disprezza "questa volonta' troppo soppesata, troppo contemplata" in cui la volonta' stessa finisce inevitabilmente per spegnersi, al punto che "persino "nell'azione rivoluzionaria e nella sua rabbia" diventa una forma di attendismo "gradita ai tiepidi" (Vol. III, p, 1092). Ma qual e', allora, secondo Bloch, il giusto punto di equilibrio fra attendismo e donchisciottismo bene inteso? Il nostro oscilla fra due riposte, la prima delle quali rischia di farlo regredire all'idolatria oggettivistica che pure spregia, mentre la seconda lo proietta verso un donchisciottismo tutt'altro che bene inteso. La prima riposta viene fatta discendere dal detto marxiano secondo cui l'umanita' si pone sempre e solo compiti che puo' risolvere: "non tutte le conoscenze e opere sono possibili in tutti i tempi, la storia ha una sua tabella di marcia (sottolineatura mia), spesso le opere che trascendono il loro tempo non sono nemmeno concepibili, meno che mai eseguibili" ((Vol. I, p. 153). Posto che questa rischia di suonare come una tautologia, e messa da parte l'allusione alla tabella di marcia della storia (su cui torneremo a breve) veniamo alla seconda risposta: "Tutto cio' che e' reale, trapassa, nel suo fronte processuale, nel possibile, e' possibile e' tutto cio' che in primo luogo e' parzialmente condizionato, in quanto non ancora determinato in maniera compiuta o conclusa" (Vol. I, p. 231). Si oscilla insomma fra obiettivismo e soggettivismo puro. Un soggettivismo che si aggrappa alla categoria del possibile che e' centrale anche nell'ontologia lukacsiana (2), con la differenza che, per Lukacs, viene giocata in opposizione alla visione determinista/immanentista fondata sulla categoria di necessita' storica, laddove in Bloch apre la strada proprio a questa soluzione immanentista, nella misura in cui la mediazione fra possibilita' (oggettiva) e volonta' (soggettiva) viene affidata al concetto di tendenza.

La tendenza, che e' dialettica nel suo decorso, scrive Bloch, e' "insita nella storia" e la speranza e' "giusta", in tanto e in quanto "mediata secondo la tendenza storica". E la storia (vedi sopra) "ha una tabella di marcia", viaggia cioe' verso un esito necessario che e' inscritto -- immanente -nel processo del suo dispiegarsi. L'utopia concreta e' dunque un'utopia anticipatrice che non si disperde nell'immaginario di un socialismo astratto, meramente fantasticato, ma sarebbe piuttosto "una funzione trascendente senza trascendenza". Ma questa paradossale unita' dei contrari ha poco da spartire con l'hegeliana (e marxiana) negazione della negazione, nella misura in cui scade piuttosto a mera giustapposizione verbale, dal momento che, alla fine dell'argomentazione blochiana, quel che resta e' una funzione puramente immanente, per cui quel puramente che nega ogni mediazione si rovescia in trascendenza (e addirittura, come vedremo piu' avanti, in vera e propria rivelazione religiosa). L'utopia concreta e' un "futuro illuminato dal materialismo storico, nel e a partire dal passato, come nel e a partire dal presente, a partire quindi dalle tendenze che operano e continuano a operare" (Vol. II, p. 715). Tutto e' gia' contenuto nel grembo della storia, insomma, che qui non e' scienza nel senso lukacsiano di processo mosso da catene causali conoscibili solo post festum, ma assume la natura di dispiegamento/realizzazione di un fine inscritto nella tendenza che, scrive Bloch; "sarebbe impensabile senza tale relazione di finalita'" (Vol. II, p. 994). Due esempi di questa concezione della tendenza come "tensione di cio' che e' maturo e impedito", annuncio della liberazione di forme e contenuti "che si sono gia' sviluppati nel grembo della societa' presente" (Vol. II, p. 717) si riferiscono, rispettivamente, al progresso tecnico - "l'apparato delle macchine con tutta la sua artificialita', gia' in questa societa' si presenta come un elemento di un'altra societa'" (Vol. II, p. 1041) - e all'idea secondo cui la rivoluzione borghese conterrebbe in potenza quell'emancipazione umana che tocchera' alla rivoluzione socialista portare a compimento: "il citoyen che Marx fu il primo a distinguere da l'homme, era pensato come membro di una polis non egoistica e percio' ancora immaginaria", e, per quanto in modo generico e spento "anticipa l'immagine guida del compagno" (Vol. III, pp. 1083-1084).

A discolpa di Bloch occorre riconoscere che questa sua visione non e' priva di agganci nell'opera di Marx, nella quale, come ha sottolineato Costanzo Preve (3), sono presenti tre distinti regimi discorsivi: il discorso grande-narrativo, il discorso deterministico-naturalistico e il discorso ontologico-sociale. A parere di chi scrive, laddove Lukacs incarna quest'ultimo regime, Bloch resta ancorato ai primi due. In particolare, le argomentazioni di Bloch appena esaminate in merito al concetto di tendenza ricadono pienamente sotto il regime deterministico-naturalistico, rinviano cioe' a quel concetto di necessita', elaborato dalla scienza ottocentesca, che risponde a due requisiti fondamentali: da un lato un nesso rigoroso di causalita' fra i fenomeni analizzati, dall'altro la possibilita' di anticiparne e prevederne gli esiti processuali. Anche in Marx esistono tracce di una mentalita' scientifico-idealistica in ragione della quale la moderna produzione capitalistica assume il volto di una entita' cosalmente impersonale, si avverte cioe' un'influenza del concetto di storia naturale che fa si' che le legalita' di tipo naturalistico vengano estese sotto forma di specifici vincoli necessitanti a quella sezione della natura chiamata societa'. Senonche' la teoria marxiana non puo' essere contenuta in questa cornice mitico-messianica, e gli elementi in questione sono secondari rispetto al filone fondamentale del pensiero di Marx che, come chiarito dall'ultimo Lukacs e' piuttosto di tipo ontologico-sociale, per cui esclude qualsiasi teleologia automatica della storia. Se invece si resta ingabbiati in questo regime discorsivo, l'esito e' inevitabilmente, come vedremo nel prossimo paragrafo, l'approdo a una visione profetico-messianica, se non esplicitamente teologica, del processo rivoluzionario.



3. Il comunismo come paradiso in terra

Pur non ignorando la reticenza di Marx a descrivere -- se non a grandi linee - le caratteristiche del socialismo, per tacere di quelle del comunismo realizzato, e pur ammettendo che lo stesso Marx non ha mai dipinto alcun paradiso in terra (Vol. II, p. 714), Bloch non si e' al contrario risparmiato nel descrivere con toni enfatici le meraviglie della futura societa' socialista (per inciso, tanta enfasi cozza con il fatto che buona parte della sua vita si e' svolta nel contesto del socialismo reale, contesto che lui stesso ha finito per rinnegare). Il primo gradino di questa ascesa verso un futuro ideale coincide con l'affermazione che si trattera' d'un mondo caratterizzato da una comunita' "assolutamente non antagonistica", di "un unico movimento in avanti nel mondo trasformabile e implicante felicita'" (Vol. I p. 337). A coronamento della vittoriosa lotta di classe proletaria "brilla la pace lontana, la lontana occasione di essere solidali con tutti gli uomini, amici di tutti" (Vol. I, p. 43) , E ancora, con immagine altamente poetica (e in palese conflitto con la concezione dialettica della storia e accenti piu' vicini a Fukuyama (4) che a Marx): "da tutte le dissonanze del tempo s'innalza la quiete cristallina, come quiete della fine della storia" (Vol. II, p. 991). Un futuro insomma di abbondanza, pace, amore universale e felicita', non dissimile dalla terra "dove fluiscono realmente e simbolicamente latte e miele" (Vol. III, p., 1514) che tutte le religioni superiori eleggono a loro meta - meta che, secondo Bloch, sarebbe esattamente la stessa di quella ambita dall'ateismo pieno di contenuto, con la sola differenza dell'assenza di dio (ma, come vedremo fra breve, dio, o almeno la dimensione del divino, e' tutt'altro che assente in questa narrazione).

Il secondo gradino di questa scala miracolosa, consiste nel rivendicare la convergenza fra anarchici e marxisti sul terreno della profezia dell'estinzione dello stato. (Vol. II, p. 660). La collettivita' socialista potra' infatti sbarazzarsi di questa ingombrante istituzione politica - il cui ruolo consiste nel mediare i conflitti fra gli interessi di tutte le classi sociali -- nella misura in cui la collettivita' non si opporra' piu' agli individui ma promanera' da essi, non appena questi non saranno piu' divisi in classi dagli interessi contrapposti. Anche qui e' difficile capire come Bloch, il quale, perlomeno finche' non si e' allontanato dal socialismo reale, aveva difeso senza se e senza ma l'esperienza dell'Unione Sovietica e degli altri Paesi del blocco socialista, possa riproporre l'utopia marxiana nei suoi termini originari (5), benche' lo stesso Lenin - che pure l'aveva rilanciata in Stato e rivoluzione (6) -- ne avesse preso le distanze. Di piu': l'insistenza sul venir meno della contrapposizione fra comunita' e individuo, che pure puo' rivendicare una qualche pezza d'appoggio nella filosofia marxiana (soprattutto in quella del giovane Marx), assume qui una certa venatura liberale (7), ove si consideri che, al di la' di ogni discorso sull'emancipazione individuale nella societa' socialista, nessun serio fondamento puo' essere rivendicato, all'interno del discorso marxiano, che consenta di descrivere la comunita' a venire come "promanante" dagli individui che ne faranno parte, ancorche' non piu' divisi in classi. Nel socialismo, insiste Bloch, "l'individuo scompare talmente poco da liberarsi sul serio qui soltanto, perche' puo' diventare umano" (Vol. III, p. 1123). Posto che nessun filosofo marxista ha mai teorizzato la scomparsa dell'individuo, ne' il suo annullamento nella comunita', il punto e' che, a un secolo e mezzo dall'apparire del progetto di trasformazione socialista e dei molteplici tentativi di metterlo in pratica, dovrebbe essere chiaro che il superamento del conflitto di classe (che resta una meta di la' da venire, come confermano le esperienze della Cina e altri paesi socialisti) non implica automaticamente il superamento di ogni tipo di conflitto sociale, culturale e politico, per cui lo Stato, in quanto luogo di sintesi e mediazione dei conflitti, non sembra destinato a estinguersi. Ma e' soprattutto l'allusione a quel "divenire umano dell'individuo", dove e' sottinteso che ci si riferisce a un divenire autenticamente umano, in opposizione all'umanita' alienata, estraniata e dunque "inautentica", dell'individuo borghese, che lascia riaffiorare l'elemento teologico che regge l'intero impianto dell'utopia blochiana.

Il terzo gradino e' la esplicita teologizzazionione della narrazione utopistica. L'utopia socialista viene posta da Bloch come momento culminante di un processo di secolarizzazione/umanizzazione del messianesimo religioso (in particolare del messianesimo giudaico cristiano). Una frase come la seguente: "l'ateismo e' tanto poco il nemico dell'utopia religiosa da formarne il presupposto: senza ateismo il messianesimo non ha luogo" (Vol. III, p. 1386), e' da intendersi nel senso che solo l'umanizzazione della figura divina, la sua estrinsecazione in un essere di carne e sangue, consente di dar corso alla promessa messianica. La trasposizione della promessa di un paradiso che si colloca nella trascendenza, nell'aldila' , nella promessa di un paradiso in terra, che si colloca nella latenza di un possibile gia' presente da realizzarsi nella concretezza di un futuro storico e' un processo che avviene per gradi. Il Dio di Mose', scrive Bloch, e' un Dio della fine dei giorni che fa del futuro la struttura dell'essere (Vol. III, p. 1427); "l'impulso verso l'alto diventa da ultimo impulso in avanti" (Vol. III, p. 1476) e se i profeti greci, come Cassandra, annunciavano un destino inesorabile, scritto negli astri, i profeti ebraici rivelano al contrario che il destino puo' essere cambiato. La fede cristiana va oltre perche', nella misura in cui vive della realta' storica del suo fondatore, "essa e' essenzialmente il seguire una vita, non un'immagine di culto e la sua gnosi" (Vol. III, p. 1454), la lieta novella consiste nel "superamento dell'assoluta trascendenza di Dio attraverso la omousia, l'eguaglianza di Cristo con Dio" (Vol. III, p. 1461). Gioacchino da Fiore completa infine l'opera: la sua teoria dei tre stadi confina la teologia del Padre in un passato di paura e servitu', "dissolve Cristo in una comune" e strappa l'epoca della beatitudine al regno della trascendenza per proiettarla in un futuro storico (Vol. II, pp. 585-587).

Fin qui il ragionamento blochiano potrebbe essere accolto come un esercizio -- piu' letterario che storico -- di retrodatazione dei contenuti della moderna utopia sociale in un passato millenario. Una regressione, se si vuole, dalla marxiana critica della religione all'ateismo antropologico (ancora venato di idealismo) di un Feuerbach, per cui Dio appare come "ipostatizzazione dell'essenza umana non ancora divenuta nella sua realta'" (Vol. III, p. 1489). Il discorso si fa piu' problematico allorche' l'annuncio messianico perde il carattere di futuro storico -- ancorche' infiocchettato di improbabili meraviglie, e sbanda pericolosamente verso una teologia evoluzionista alla Teilhard de Chardin (8), per cui l'umanita' diventa, come nelle visioni del teologo gesuita, il "cervello della Terra", "l'anima del mondo" (Vol. III, p. 1334). Riaffiorano addirittura immagini gnostiche, laddove Bloch cita il mito che affida a un'umanita' divinizzata il compito di portare a termine "tutto cio' che egli (Dio) ha iniziato e lasciato incompiuto" (vol. II, p. 992) o evoca la profezia secondo cui "nel settimo giorno saremo noi stessi" (Vol. II, p 990). Certamente Bloch intende proporre una versione secolare, laica, di queste immagini mitiche, ma costruendo tale versione a partire da un'interpretazione a dir poco opinabile delle parole di Marx in merito a un futuro in cui si compiranno, ad un tempo, i processi convergenti di umanizzazione della natura e naturalizzazione dell'uomo, rischia di attribuire a tale chiasmo un significato non meno miracoloso di quello che Teilhard de Chardin attribuisce al suo "punto omega". Cosi' arriva a sostenere che il materialismo dialettico "non conosce un ordine e una chiusura voluti dalla natura" (Vol. III, p,. 1282) (negando il sopracitato principio lukacsiano secondo cui l'arretramento della barriera naturale non puo' mai significare la sua rimozione totale). Cosi' arriva a presupporre l'esistenza di uno scopo immanente (ancorche' sui generis) nella natura come rispondenza allo scopo dell'agire umano, per cui "la parte esplicitamente soggettivo-finale della natura (il mondo umano) sta e puo' stare in costante scambio pratico con la parte soggettivo finale inespressa. Fino al divenire identiche di entrambe" (Vol. III, p. 1533). Una volta oltrepassato il principio che limita il regno della teleologia all'attivita' intenzionale umana modellata sul lavoro come ricambio organico uomo-natura, tutto diventa possibile, anche l'abolizione della morte (sogno che viene adombrato in piu' occasioni nei tre volumi del Principio speranza).



4. Il rivoluzionario oltre le tentazioni mistiche

Mi rendo conto che, da quanto finora argomentato, rischia di emergere l'immagine di un Bloch filosofo totalmente appiattito sul registro deterministico-naturalistico del discorso marxiano, e di un Bloch politico inspirato da valori mistico-religiosi, non lontano dall'ideologia peace & love delle controculture nordamericane degli anni Sessanta. Fermarsi qui significherebbe pero' non rendere giustizia alla figura del Bloch rivoluzionario, saldamente radicato (ancorche' non sempre esente dall'influenza di tendenze contrastanti) in una prospettiva anticapitalista. In merito all'utopia sociale come trionfo dell'amore universale, ad esempio, il nostro non perde di vista il fatto che il giudizio di Marx, nei confronti di coloro che predicano il regno dell'amore, era che "quest'amore si perde in frasi sentimentali da cui non viene eliminata nessuna situazione effettiva e fattuale", e che esso "infiacchisce l'uomo con l'enorme pappa sentimentale con cui lo ciba" (Vol. I, p. 321). Per ribadire ancora piu' seccamente, un paio di pagine dopo, che "senza partigianeria nell'amore, con un polo d'odio altrettanto concreto , non c'e' amore autentico (sottolineatura mia: tanto per ribadire che la sinistra "buonista" d'oggidi', permanentemente mobilitata contro gli "odiatori", non trova sponda nel discorso blochiano); senza la parzialita' del punto di vista rivoluzionario di classe c'e' soltanto idealismo all'indietro invece che prassi in avanti" (Vol. I, p. 323). Per dirla altrimenti: l'interpretazione blochiana della marxiana filosofia della prassi, a partire dall'undicesima tesi su Feuerbach (finora i filosofi hanno soltanto, ecc. ) non va nella direzione di un banale pragmatismo ("un pensiero non e' vero perche' e' utile ma e' utile perche' e' vero"), ma prende distanza da un certo irenismo filosofico, sprezzantemente equiparato alla masturbazione mentale - " la filosofia e lo studio del mondo reale stanno fra loro come l'onanismo e l'amore sessuale" (Vol. I, p. 328) -, per cui il pensiero filosofico e' legittimato solo nella misura in cui si fa arma della lotta (e dell'odio) di classe.

Un altro equivoco puo' nascere dal fatto che, nell'esaltare la scienza e la tecnologia come strumenti del doppio processo di umanizzazione della natura e naturalizzazione dell'uomo, Bloch sembra perdere di vista il fatto che il sapere tecnoscientifico non e' affatto "neutrale", privo di connotazioni di classe, e quindi - come pensano oggi certi entusiasti "di sinistra" della rivoluzione digitale (9) -- direttamente convertibile in moneta sonante per gli obiettivi e i progetti della rivoluzione socialista. Posto che in certi passaggi della sua opera il nostro non appare esente da tale tentazione, occorre prendere atto che in altre occasioni appare capace di aggiustare il tiro, come laddove scrive che "il giubilo per grandiosi progetti tecnologici non vale nulla se non si pensa insieme alla classe e alla condizione di classe per cui tali prodigi avvengono...a progressi nel dominio della natura possono corrispondere enormi regressi nella societa'" (Vol. II, p. 803). In altre parole: i "miracoli" della scienza e della tecnica che Bloch immagina nell'utopistico mondo del futuro (vedi sopra), sono implicitamente attribuiti a un sapere radicalmente trasformato nei suoi metodi, nei suoi principi e nelle sue pratiche dalla rivoluzione socialista, perche' la tecnica borghese "sta in un rapporto puramente commerciale, estraniato fin dalle sue radici, con le forze naturali con cui essa opera dall'esterno" (Vol. II, p. 768). Del resto Bloch e' talmente consapevole di questa disfunzionalita' della tecnica di classe (borghese) a una trasformazione di segno progressivo del mondo naturale, da mettere in luce, con un vero lampo di genialita', lo stretto rapporto di affinita' esistente fra catastrofe tecnologica e crisi economica (Vol. II, p. 800).

Vale la pena di segnalare un altro passaggio che, a mio avviso, contribuisce a riscattare -- almeno in parte -- certi svolazzi mistici su un futuro in grado di realizzare le profezie religiose di trionfo sulla morte: mi riferisco a certe laicissime riflessioni che Bloch dedica, nel terzo volume del Principio speranza, alla figura dell'eroe comunista. "Solo una specie di uomini, leggiamo, se la cava sulla via verso la morte quasi senza consolazione: l'eroe rosso" (Vol. III p. 1353). Il suo eroismo, che nulla a che fare con quello dei martiri cristiani o dei guerrieri islamici che si avviano all'olocausto in vista di un premio ultraterreno, consiste nella disponibilita' a sacrificarsi senza speranza di resurrezione. Di piu', scrive Bloch, ci si sacrifica anche senza speranza che il proprio eroismo venga celebrato e ricordato: "questo materialista muore come se tutta l'eternita' fosse sua...la coscienza personale e' talmente assunta nella coscienza di classe che per la persona non resta nemmeno decisivo essere ricordata o no sulla via verso la vittoria (Vol. III, p. 1354).

Esiste tuttavia un tema rispetto al quale l'atteggiamento di Bloch resta costitutivamente ambiguo e, sotto vari aspetti, francamente contraddittorio: mi riferisco alla questione della liberta' e dei diritti individuali. Non e' che il nostro non abbia le idee chiare sulla posizione marxiana in merito. In piu' occasioni, infatti, ricorda come Marx, parlando di Proudhon, e piu' in generale degli anarchici, abbia ribadito che "l'individuo in liberta' non va oltre la societa' di imprenditori privati " (Vol. II, p. 655) e come, per costoro "non e' il capitale ma lo stato a rappresentare il male principale" (Vol. II, p. 659) (punto di vista, noto per inciso, che appare oggi condiviso dalla stragrande maggioranza dei militanti delle cosiddette sinistre "alternative" e radicali, del tutto incapaci di cogliere la natura dello stato come terreno di scontro fra opposti interessi di classe (10) piuttosto che come incarnazione del male assoluto). Purtuttavia Bloch non riesce a far del tutto proprio questo punto di vista. Sulla questione dello stato, come si e' gia' visto, resta fedele al dogma dell'estinzione dello stato e della sua riduzione "alla amministrazione delle cose e alla direzione dei processi di produzione", definizione per cui si rifa' piu' direttamente ad Engels che a Marx (11), e nella sua galleria delle utopie storiche, appare poco simpatetico nei confronti di quelle di eta' barocca (come la Citta' del Sole di Campanella) che gli appaiono autoritarie e burocratiche , in ragione della convergenza di interessi fra borghesia e monarchia assoluta, fautrici di "un ordine senza classi ma estremamente gerarchico", nel quale "tutti i cittadini devono lavorare, non esiste sfruttamento ne' profitto, il benessere generale e' il compito supremo" (Vol. II, p. 601).

Non sono in grado di valutare se la sua posizione in merito contenga una critica, sia pure indiretta, nei confronti dei regimi del socialismo reale. Quel che e' certo e' che, quando parla di liberta' e dei diritti dell'uomo, con particolare attenzione alla tradizione giusnaturalista, non riesce a evitare di prendere distanza dal punto di vista di Marx che pure ben conosce. Egli e' infatti consapevole della radicale ambiguita' del concetto di liberta', del "suo particolarmente grande mutamento di funzione nel corso della storia", nonche' della necessita' di "distinguere l'elemento formale di questa relazione: liberta' da o per qualcosa" (Vol. II, pp. 606-607). Cosi' come e' ben consapevole che il cosiddetto "diritto naturale" e' "chiaramente democratico-borghese, non solo per la sua difesa della proprieta' privata, ma soprattutto per la rivendicazione di universalita', di validita' generale per tutti dei principi giuridici" (Vol. II, p. 614). Sa benissimo che i diritti dell'uomo francesi (oggi perfezionati dalla dichiarazione dei diritti universali dell'uomo del 1948) "sono il postulato e la sovrastruttura giuridica di una borghesia ormai matura, della vittoria del modo capitalistico-individuale contro corporazioni, societa' dei ceti, mercato sottoposto a vincoli" (Vol. II, p. 619). Ma cosi' come insiste nel vedere nel citoyen l'antesignano del compagno (vedi sopra), insiste parimenti nel vedere nel giusnaturalismo (con particolare attenzione nei confronti della formulazione offertane da Rousseau) il merito di una democrazia concepita come "una aristocrazia concessa a tutti", aggiungendo che, se e' vero che e' una illusione, si tratta di "un'illusione eroica di un mondo senza corruzione e oppressione, in cui vi e' dignita' umana" (Vol. II, p. 620). Peccato che questa illusione sia all'origine di tutti i "cittadinismi" bene intenzionati, convinti di poter sanare/rifondare la democrazia borghese senza manomettere i meccanismi dello sfruttamento capitalistico, da Giustizia e Liberta' all'M5S, passando per i girotondi post Tangentopoli, per restare in ambito italiano.

Ma se questi sprovveduti apologeti di un diritto universale liberato dai particolarismi dell'interesse di classe possono trovare conforto in certi aspetti della filosofia blochiana, non altrettanto si puo' dire per i militanti di quei movimenti post sessantottini che hanno abbandonato la lotta per i diritti sociali per quella che Boltanski e Chiapello (12) hanno definito "critica artistica", riferendosi alla variegata galassia di movimenti portatori di istanze antiautoritarie a partire da bisogni e interessi di specifici gruppi sociali. Mi piace infatti concludere questa sintetica analisi critica del capolavoro di Ernst Bloch rendendo omaggio alla straordinaria lucidita' anticipatrice con cui ha saputo criticare certe tendenze dei movimenti giovanili e del femminismo. Nei programmi di questi gruppi borghesi, scrive in un passaggio in cui sta parlando di giovani e donne (ma che oggi potrebbe a buon diritto inglobare il movimento Lgbt e relative propaggini), "non campeggia la rivoluzione ma la secessione...e' assente la volonta' di ristrutturare l'intera societa'" (Vol. II, p. 671). Nelle stesse pagine ricorda inoltre che un presunto spirito "antiborghese" era marchio distintivo dei giovani hitleriani e, sempre a proposito delle smanie giovaniliste che esaltano il movimento per il movimento - condivise, sottolineerei, da certe avanguardie artistiche di ieri e oggi, nonche' dalle tesi dei cosiddetti "accelerazionisti" (13) -, argomenta (in sintonia con il discorso di Benjamin sul fatto che "tirare il freno a mano della storia" (14) puo' essere il piu' radicale atto rivoluzionario) che "proprio l'amore di quiete puo' essere piu' lontano dalla frenesia capitalistica che non una gioventu' che scambi l'ossessione con la vita" (Vol. I. p. 50).

Quanto al femminismo, dopo avere acutamente rilevato che anche per questa ideologia, al pari di quella giovanilista, vale l'osservazione che l'oppressione familiare "venne tanto piu' avvertita quanto piu' essa svaniva" (Vol. II, p. 673), cogliendo il nesso dialettico fra processo di individualizzazione, venir meno del ruolo delle strutture tradizionali nel garantire la tenuta del legame sociale e nuove modalita' di accumulazione capitalistica, osserva che l'utopia femminista ottiene riconoscimento sociale, non a caso, "solo quando il bisogno capitalistico di forze produttive le diede via libera" (Vol. II, p. 681). Mentre poche pagine prima aveva osservato come il motore della rivolta va ricercato nel momento storico in cui "un innegabile odio per il maschio prese forma: dall'odio della persona oppressa e contemporaneamente dal riconoscimento controvoglia, di qui l'invidia, la competizione e la volonta' grottesca di dimostrarsi la piu' forte" (Vol. II, p. 678). Per concludere con il significativo riconoscimento che "la differenza fra i sessi si trova su un terreno diverso da quello della differenza artificiale prodotta dalla societa' di classe, quindi non scompare con essa" (Vol. II, p. 686). Riconoscimento che riscatta, almeno in parte, quella sua visione della futura societa' socialista in quanto paradiso in terra in cui verrebbero meno tutti conflitti e le contraddizioni s




N° Post: 481
Sipolino Fabio
Thursday 19th of August 2021 10:36:43 AM



O'Connor: tra Marx e Polanyi per unire "rosso" e "verde"




di Bollettino Culturale

Con l'articolo intitolato "Capitalism, Nature and Socialism. A Theoretical Introduction", pubblicato nel 1988 nel primo numero della rivista "Capitalism, Nature, Socialism" e che potete leggere in italiano nel libro "La seconda contraddizione del capitalismo. Introduzione a una teoria e storia dell'ecologia" edito da Ombre Corte e con un'ottima introduzione di Jacopo Nicola Bergamo e Emanuele Leonardi, James O'Connor presenta per la prima volta la sua teoria della "seconda contraddizione del capitalismo", considerata fino ad oggi da numerosi analisti come una delle tappe piu' importanti nel tentativo di elaborare un marxismo sensibile alle tematiche dell'ambientalismo. O'Connor specifichera' ulteriormente la sua proposta teorica ed empirica nella raccolta di testi che compongono il libro "Natural Causes: Essays in Ecological Marxism" pubblicato dieci anni dopo, nel 1998.

A differenza di John Bellamy Foster che vede Marx come un pioniere dell'ecologia, James O'Connor sostiene che nell'opera di Marx manca un'analisi del legame tra capitalismo ed ecologia, non venendo considerata l'ormai onnipresente distruzione ambientale nella sua teoria dell'accumulazione capitalista e nel suo progetto politico di socialismo. Con la teoria eco-marxista della "seconda contraddizione", O'Connor cerca di risolvere cio' che identifica come un buco del pensiero marxiano. Afferma che un'analisi completa e adeguata del capitalismo non puo' essere soddisfacente se non include i sistemi naturali e il loro ruolo specifico nella produzione di valore e plusvalore, nonche' nell'accumulazione di capitale. Inoltre, l'autore si propone di costruire una "teoria generale" che tenga conto dei legami tra: l'accumulazione di capitale, le tendenze del capitalismo a vivere crisi economiche ed "ecologiche" e i movimenti e le lotte sociali.

Come eco-marxista, O'Connor segue logicamente la premessa che una teoria marxista soddisfacente del cambiamento storico e dello sviluppo delle forze produttive deve tenere conto dell'ecologia. E'l'obiettivo che si pone con l'elaborazione della "seconda contraddizione", con la quale cerca di riformare ed ampliare il materialismo storico marxista. Sostiene che e' sbagliato concentrarsi esclusivamente sul modo di produzione e sulle forze produttive e ignorare le "condizioni" ambientali o ecologiche che rendono possibile l'accumulazione di capitale. La "seconda contraddizione", in quanto teoria marxista che integra la dimensione ecologica, permetterebbe di "correggere" il materialismo storico in un materialismo storico-ecologico. O'Connor sostiene che questa correzione richiede di identificare le contraddizioni ecologiche dello sviluppo capitalistico, compito che consentirebbe persino, secondo lui, di chiarire le idee e sostenere lo sviluppo dei movimenti ambientalisti. Questo sforzo teorico non puo' che essere interdisciplinare, integrando nelle parole di O'Connor "scienze ecologiche, economia politica e teorie sociologiche dei movimenti e dei cambiamenti sociali, nonche' esperienze quotidiane e persone."

Il capitale crea le proprie barriere o limiti distruggendo le condizioni materiali e sociali che rendono possibile la sua accumulazione? Questa e' la domanda che guida O'Connor nella sua ricerca. La sua ipotesi principale e' che la distruzione ambientale e sociale - sempre piu' intensa ed estesa - della cosiddetta "prima" e "seconda natura" a livello locale e globale, causata dalla ricerca dell'accumulazione di capitale, possa diventare una barriera significativa allo stesso processo di accumulazione.

Infatti, gli effetti "devastanti" della produzione capitalistica "sulla quantita' e qualita' di terra, acqua, aria, fauna selvatica" e sugli ecosistemi in generale, potrebbero creare barriere alla possibilita' di accumulazione futura. Poi, di fronte a questi "effetti devastanti", emergono a loro volta movimenti sociali che resistono a dette distruzioni, che -come le distruzioni- si dispiegano a livello locale e globale. Tutto cio', secondo O'Connor, e' costitutivo di una contraddizione che interviene nell'ambito del rapporto capitale-natura e che non e' stata correttamente problematizzata da Marx e dal marxismo in generale. E'questa contraddizione che, appunto, l'autore chiama la "seconda contraddizione" del capitalismo.

Ma perche' parlare di "seconda" contraddizione, qual e' la prima? Per O'Connor coesistono due contraddizioni nella sua proposta di materialismo storico-ecologico. Schematicamente, la "prima" -presentata come "tradizionale" nel pensiero marxista - interviene nel quadro del rapporto capitale-lavoro. L'altra - individuata da O'Connor e che sarebbe stata finora trascurata - interviene nell'ambito del rapporto capitale-natura. Inoltre, parallelamente al movimento operaio tradizionale che emerge come risultato della prima contraddizione, i "nuovi movimenti sociali" si presentano come nuovi soggetti della lotta contro il capitalismo che emergono dalla "seconda contraddizione". Associati a questa contraddizione possono potenzialmente scatenare -al pari del movimento operaio-, una crisi del capitalismo e secondo O'Connor essere soggetto di "un altro tipo" di transizione al socialismo, una transizione che integrerebbe la dimensione ecologica nel materialismo storico tradizionale.

Quindi, un'altra preoccupazione costante -e piu' di natura politica- di O'Connor con la sua nuova proposta eco-marxista e' quella di fornire al pensiero marxista una teoria che offra un quadro adeguato per analizzare e comprendere i cosiddetti "nuovi movimenti sociali" emersi negli ultimi decenni del XX secolo (ad esempio il movimento ecologista, femminista, contadino e indigeno che hanno le proprie origini, forza e portata e la loro convivenza con il movimento operaio tradizionale).

O'Connor e' consapevole della forza e della rilevanza delle critiche al marxismo fatte dai (cosiddetti) post-marxisti che sottolineavano la mancanza di capacita' analitica del marxismo di fronte alla questione del conflitto sociale, in particolare il conflitto legato ai movimenti sociali nati negli anni '60 e '70. Nella prospettiva della "nuova teoria dei movimenti sociali" a cui appartenevano questi autori, sostenevano la riluttanza del marxismo a riconoscere la rilevanza e la diversita' dei protagonisti di un conflitto sociale del tutto nuovo (in termini di origini geografiche, classe sociale, etnia, genere...). Allo stesso modo, nell'analisi di questo conflitto e' stato messo in discussione il determinismo del marxismo, cioe' la sua tendenza a considerare soggetti sociali strutturalmente orientati al conflitto. Di conseguenza, il marxismo si limiterebbe a studiare la ricchezza delle "nuove soggettivita'" associate ai "nuovi movimenti sociali" e sarebbe sbagliato rimanere bloccati nella tradizionale contrapposizione tra le classi sociali (e per inciso continuare a vedere la classe operaia come il soggetto privilegiato della trasformazione storica). L'approccio marxista tradizionale non offre, secondo i post-marxisti, la possibilita' di comprendere il carattere multiclassista, la diversita' e la specificita' di questi "nuovi movimenti sociali".

Sebbene O'Connor condivida in parte queste critiche, non e' disposto ad abbandonare l'interpretazione marxista della storia e vuole esplorare fino a che punto sia ancora valida per comprendere la nuova realta' del conflitto sociale promossa dai "nuovi movimenti sociali". A differenza dei post-marxisti, O'Connor afferma, ad esempio, che sebbene non sia piu' l'unica dimensione in gioco, la "dimensione di classe" e' ancora particolarmente rilevante. Di conseguenza, la teoria della seconda contraddizione del capitalismo deve essere intesa come un tentativo di risposta teorica e politica alle critiche dei post-marxisti. O'Connor la progetta con lo scopo di esaminare la possibilita' di una coalizione tra il movimento operaio e i "nuovi movimenti sociali", unendo le forze sociali esistenti contro il capitale, invece di dividerle.

Si propone di rispondere alla teoria post-marxista dei "nuovi movimenti sociali" disegnando una controteoria legata al pensiero marxista, la nozione di contraddizione, il degrado delle "condizioni di produzione" e la sua proposta di un materialismo ecologico. Criticando specificamente Carlo Carboni, O'Connor esprime il suo rifiuto del post-strutturalismo di questo autore e la sua enfasi sulla "site-specificity" dei movimenti sociali, che rende impossibile qualsiasi istanza universale. Contrariamente a questo autore, O'Connor rifiuta di accettare che "universalismo" e "unita'" siano parole che significano "totalitarismo". Critica con forza la lettura proposta dal post-marxismo e in generale dalla "nuova teoria dei movimenti sociali", che secondo lui sono influenzate dall'"individualismo metodologico" neoclassico nella sua concezione della soggettivita' e dell'azione collettiva, che diventa una mera raccolta di azioni individuali.

La lotta dei "nuovi movimenti sociali" e' in realta' una lotta per la protezione delle "condizioni di produzione" del capitale, una lotta per la "democratizzazione dello Stato" e della "burocrazia popolare". Contrariamente ai post-marxisti, O'Connor vuole vedere con i "nuovi movimenti sociali" i segni di una lotta per una "democrazia radicale". Si pone come imperativo pensarli come fenomeni globali, poiche' l'assenza di questa prospettiva implicherebbe che essi "rimangano al livello di battaglie locali o di problemi isolati che tenderanno a distruggersi nel corso dei loro tentativi di decostruzione del marxismo."

O'Connor e' particolarmente veemente nella sua critica al punto di vista di un altro post-marxista, Claus Offe, secondo il quale le lotte dei "nuovi movimenti sociali" sarebbero "indipendenti dalla classe sociale". Da una posizione piu' integrata con l'ecologia politica critica, O'Connor sostiene che i problemi ambientali, in particolare quelli relativi a cio' che identifica come il degrado delle "condizioni di produzione", sono sempre problemi riscontrati e/o determinati dalla classe sociale, nel senso che in generale qualsiasi problema di distruzione ambientale colpisce piu' i "poveri" che i "ricchi". Per lui i problemi ambientali sono assolutamente una questione di classe.

Fedele al suo impegno politico che implica il superamento del capitalismo, O'Connor, da questo punto di vista, e' anche molto preoccupato di mantenere la possibilita' di un'alleanza tra "rosso" e "verde" e rifiuta la "frammentazione" che potrebbe nascere dalla moltiplicazione delle "identita' sociali" che non necessariamente entrano in contatto o collaborano e possono anche essere in conflitto. In assenza di tale collaborazione, O'Connor suggeriva gia' negli anni '90 che si poteva raggiungere una situazione in cui un "FMI dell'ecologia avrebbe imposto soluzioni autoritarie" alla distruzione dell'ambiente.

In conclusione, oltre all'obiettivo di colmare le lacune teoriche nel pensiero marxista, sembra che nell'elaborazione della sua teoria eco-marxista, O'Connor avesse anche forti motivazioni politiche. Il suo uso della nozione di "contraddizione" e non, ad esempio, di "conflitto" o "disordini sociali" per analizzare i "nuovi movimenti sociali" e' inteso anche a contenere cio' che identifica come "nemici" epistemologici oltre che politici. La sua preoccupazione di federare un fronte anticapitalista attorno a tutte le "cause" difese dai "nuovi movimenti sociali" (che, secondo lui, si identificano con la difesa delle "condizioni di produzione") riflette una resistenza alla frammentazione delle diverse soggettivita' associate a ciascuna di queste cause e quindi l'annientamento della possibilita' di un comune "telos delle lotte" contro il capitale tra i diversi movimenti sociali. Pur riconoscendone la molteplicita' e diversita', e' sempre alla ricerca delle dinamiche di unificazione di tutti questi nuovi movimenti tra di loro e con il vecchio movimento operaio, nel quadro della possibilita' di costruire una lotta comune e coerente a livello globale.

O'Connor ci ricorda che nel pensiero marxista la contraddizione che interviene nel quadro del rapporto capitale-lavoro si articola principalmente tra due fondamentali categorie marxiste: le forze produttive e i rapporti di produzione. Tuttavia, se c'e' una contraddizione nel quadro della relazione capitale-natura come postulato da O'Connor, quali sono le categorie tra le quali si svolge? O'Connor sostiene che c'e' un vuoto in questo senso nel quadro teorico marxista, e introduce una nuova categoria: le "condizioni di produzione", che occupano un posto centrale nella sua proposta teorica: la "seconda contraddizione".

O'Connor definisce tre grandi "condizioni di produzione" nel capitalismo:

1. Le "condizioni personali della produzione"

2. Le "condizioni fisiche esterne"

3. Le "condizioni comunitarie e generali della produzione sociale"

Le "condizioni personali della produzione" corrispondono semplicemente alla forza lavoro e alle condizioni della sua riproduzione: il livello di benessere fisico e mentale degli operai. Le "condizioni fisiche esterne", dal canto loro, corrispondono schematicamente alla "natura", il livello di qualita' e salute degli ecosistemi come ambiente complesso di sistemi, dinamiche e cicli, nonche' processi di trasferimento di energia, materia organica e inorganica. Infine, "le condizioni comunitarie e generali della produzione sociale" sono l'infrastruttura fisica, i mezzi di comunicazione, trasporto e produzione di energia, cosi' come condizioni di ordine sociale e culturale "che possono essere valorizzate dal capitale" come l'istruzione, i servizi pubblici..., vale a dire quello che O'Connor chiama "capitale comunitario".

Allo stesso modo, questa condizione include lo "spazio urbano", vale a dire cio' che O'Connor chiama "natura urbana capitalizzata" o altri spazi strutturati e che strutturano il capitale.

Le "condizioni fisiche esterne" possono essere schematicamente associate alla "prima natura", e le "condizioni comunitarie e generali della produzione sociale" alla "seconda natura".

O'Connor attribuisce a Marx il termine "condizioni di produzione" e la classificazione nelle tre categorie che abbiamo appena visto. Tuttavia, Marx non ha mai usato esplicitamente questo schema o fatto riferimento alle "condizioni di produzione" come categoria fondamentale della sua analisi del capitale e del capitalismo. O'Connor costruisce la categoria delle "condizioni di produzione" partendo da una raccolta di paragrafi selezionati dall'opera di Marx. Sebbene O'Connor riconosca che Marx non abbia teorizzato questa nozione "sistematicamente", nei suoi scritti tende ad attribuirne la paternita' a Marx, come se fosse una parte inevitabile del suo quadro teorico. Le critiche piu' forti alla rilevanza di questa nuova categoria coniata da O'Connor sostengono che raccoglie solo strani usi della formulazione "condizioni di produzione" disseminata nell'opera di Marx.

O'Connor mette, inoltre, in luce il ruolo dello Stato nella produzione e nella regolazione delle "condizioni di produzione" del capitale "nelle quantita' e qualita' desiderate, nei tempi e nei luoghi adeguati". Lo Stato, insomma, e' incaricato di questo compito che secondo O'Connor "i singoli capitalisti non possono realizzare ne' da soli ne' insieme".

Questo ruolo dello Stato come intermediario tra "capitale e natura" implica, secondo O'Connor, la "politicizzazione delle condizioni di produzione". Di conseguenza, la disponibilita' e la qualita' delle "condizioni di produzione" per il capitale dipendono dal potere e dal rapporto di forza che il capitale e' in grado di imporre con lo Stato, ma anche che i movimenti sociali sono in grado di imporre, nonche' dal tipo di "strutture statali che mediano o nascondono conflitti sulla definizione e l'uso delle condizioni di produzione".

Mentre le istituzioni statali spesso beneficiano del capitale in prima istanza, O'Connor sostiene che lo Stato invoca il benessere e l'interesse generale come motivo primario delle sue decisioni e azioni per legittimare gli sforzi per (ri)produrre le condizioni di produzione (pensiamo, per esempio, alla costruzione di una strada, alle spese nei servizi pubblici...). In questo senso, c'e' la possibilita' che la "societa' civile" ei movimenti sociali influenzino la riproduzione delle "condizioni di produzione" che corrispondono allo Stato e al capitale. O'Connor sostiene che quando lo Stato non si prende adeguatamente cura delle "condizioni di produzione", e' esposto a "una crisi di legittimazione", che puo' assumere la forma di "una crisi politica" per i partiti al governo. Inoltre, quando il capitale distrugge le sue "condizioni di produzione" in maniera troppo estrema, lo Stato non e' in grado di ripararle o ricostruirle e la "seconda contraddizione" puo' manifestarsi.

Come ricordato all'inizio del saggio, l'ipotesi di partenza della "seconda contraddizione" e' la presunta tendenza "autodistruttiva" del capitale, cioe' una capacita' di violare le stesse condizioni che ne rendono possibile l'accumulazione. Sostiene che il capitale (e piu' specificamente i singoli capitalisti), nella sua ansia di cercare la massima redditivita', distrugge ciecamente le sue "condizioni di produzione" invece di occuparsi della (ri)produzione e disponibilita' e dell'eventuale esaurimento di queste a lungo termine. Per sostenere la produzione e accumulare, il capitale deve disporre delle sue "condizioni di produzione" in quantita' e qualita' accettabili. Se questa tendenza "autodistruttiva" non viene controllata, il capitale puo' imporre le proprie barriere (e persino limiti) all'accumulazione. Questo e' il paradosso sulla base del quale O'Connor costruisce la proposta teorica della "seconda contraddizione".

O'Connor sostiene che la contraddizione comunemente analizzata nella teoria marxista si verifica nel quadro del rapporto tra capitale e lavoro, e si verifica proprio tra le forze produttive ei rapporti sociali di produzione. O'Connor considera soprattutto la contraddizione tra la produzione di valore da un lato e la realizzazione di questo valore e plusvalore dall'altro. Per O'Connor questa e' la "prima contraddizione" del capitalismo e il motore principale della crisi del capitalismo.

O'Connor sostiene che la costruzione di una teoria eco-marxista richiede di considerare una "seconda contraddizione", che sarebbe rimasta al di fuori del pensiero marxista fino ad oggi. Questa "seconda contraddizione" interviene nell'ambito del rapporto capitale-natura, o piu' precisamente tra accumulazione capitalistica e "condizioni di produzione". Essa avviene cioe' tra i rapporti sociali di produzione/forze produttive da un lato e le "condizioni di produzione" del capitale dall'altro.

Nella seconda contraddizione, le forze produttive ei rapporti sociali di produzione sono ancora presenti, ma ora sono uniti dalla stessa parte dell'"equazione". Ora agiscono contro le condizioni di produzione.

Sostengo che O'Connor trova la "seconda contraddizione" effettuando un'opposizione sistematica, un confronto e un'analogia con cio' che identifica come la "prima contraddizione". In altre parole, definisce le principali dinamiche e caratteristiche della "seconda contraddizione" prendendo la "prima" come punto di riferimento costante e sistematico.

O'Connor sostiene che oggi il capitalismo si trova ad affrontare processi costitutivi di entrambe le contraddizioni, sebbene ipotizzi che i processi costitutivi della "seconda contraddizione" siano aumentati costantemente negli ultimi decenni del XX secolo. Seguendo scrupolosamente questo metodo di analogia sistematica, trovato nella sua forma piu' cruda nel suo articolo seminale del 1988, O'Connor ha costruito la "seconda contraddizione" in tutte le sue dimensioni, sia quella economica sia quella "sociale".

La "seconda contraddizione", come abbiamo visto, deriverebbe dalla tendenza dei capitalisti - quelli che O'Connor chiama i "capitali individuali" - a "minare", "trascurare, ledere o distruggere" le "condizioni di produzione", invece di garantirne la cura e la (ri)produzione. In altre parole, il perseguimento dell'accumulazione porta "i rapporti di produzione e le forze produttive capitalistiche, combinate", ad "autodistruggersi" e ad "esternalizzare" continuamente i loro costi alle "condizioni di produzione". Questa tendenza "autodistruttiva" nell'appropriazione e nell'uso della forza lavoro, delle infrastrutture urbane e della "natura esterna" e dell'ambiente, implica meccanicamente l'aumento dei costi di questa appropriazione e questo uso dei tre tipi di "condizioni di produzione" identificato da O'Connor. Di conseguenza, i singoli capitali possono influenzare significativamente i propri guadagni cosi' come quelli di altri capitali (e anche il capitale nel suo insieme), e quindi la loro capacita' di produrre e accumulare. Questo aumento dei costi con la distruzione delle condizioni di produzione costituisce la "causa fondamentale" della "seconda contraddizione".

Il comportamento dei "capitali individuali", classicamente guidati da cio' che Marx chiama la politica dell'et apre's moi le de'luge, puo' avere conseguenze drammatiche per il capitale nel suo insieme (oltre che, ovviamente, per i lavoratori, l'ambiente e le "condizioni di vita" di molti popoli e comunita' in generale). In questo senso, la "prima" e la "seconda contraddizione" hanno un "motore" comune: l'imperativo imposto ai singoli capitali di cercare di aumentare la propria redditivita' per evitare la scomparsa (conseguenza delle "leggi coercitive della concorrenza").

Va notato che Marx evoca in varie parti del suo lavoro situazioni contraddittorie in cui gli interessi a breve termine dei singoli capitalisti e i loro comportamenti hanno impatti negativi a lungo termine sulla classe capitalista nel suo insieme. Si parla, ad esempio, della tendenza dei singoli capitali a ricercare innovazioni tecnologiche per ottenere plusvalore (assoluto e relativo), che hanno come conseguenza una riduzione del numero dei lavoratori e una riduzione della massa di plusvalore che il capitale puo' produrre.

E'la stessa opposizione tra gli interessi dei singoli capitali e della classe capitalista nel suo insieme che sarebbe all'origine della "seconda contraddizione". Quando i singoli capitali scelgono di prendersi cura delle "condizioni di produzione" (ad esempio, un'azienda chimica che implementa un miglior controllo della contaminazione dell'ambiente che comporta costi aggiuntivi), possono essere esposti a una situazione economica sfavorevole e nel peggiore dei casi, essere portati al fallimento. Le "leggi coercitive della concorrenza" spingono i singoli capitali a ricercare i propri interessi a breve termine ed a trascurare, degradare o non conservare le "condizioni di produzione". Essendo queste comuni al capitale preso nel suo insieme (localmente come globalmente), il loro degrado colpisce il capitale nel suo insieme.

O'Connor asserisce che l'"appropriazione autodistruttiva" dei tre tipi di "condizioni di produzione" da parte del capitale (e il ripristino delle "condizioni di produzione trascurate"), causa costi aggiuntivi. Cita numerosi esempi. Secondo lui, questi costi sono aumentati costantemente negli ultimi decenni, al punto da rappresentare oggi "la meta' o piu' del prodotto sociale totale".

La maggior parte degli esempi citati da O'Connor corrispondono a casi di degrado della seconda categoria di "condizioni di produzione", le "condizioni fisiche esterne".

In particolare, cita il riscaldamento globale, le piogge acide, la salinizzazione della falda freatica, i rifiuti tossici e l'erosione del suolo, fenomeni che hanno un effetto diretto sulla produzione e sui profitti di molti capitali. Evoca un caso ancora piu' in dettaglio: l'uso di pesticidi nell'industria del cotone centroamericana che avrebbe ripercussioni sui profitti, sul capitale e sulla salute pubblica.

Nell'ambito della legittimazione del suo esercizio di costruzione di una teoria eco-marxista, O'Connor avalla e allo stesso tempo critica le concezioni della natura di Marx ed Engels.

La sua posizione sembra oscillare tra "naturalismo dualistico" e "naturalismo dialettico". Afferma, ad esempio, che le "leggi autonome" ei "principi di sviluppo" della "natura" non possono essere ignorati e mette in luce la "sorprendente complessita'" degli ecosistemi su cui si basa la produzione capitalistica. Tuttavia, O'Connor e' anche sensibile alle posizioni che promuovono una concezione metabolica e dialettica del rapporto societa'-natura. Ad esempio, concepisce le categorie delle forze produttive dei rapporti di produzione come pratica "nello stesso tempo culturale e naturale". Allo stesso modo, sostiene che il lavoro "media natura e cultura, linguaggio/intersoggettivita' ed ecologia -e a sua volta e' mediata da esse-, compreso il linguaggio dell'ecologia e l'ecologia delle lingue". In altre parti del suo lavoro, O'Connor fa anche ragionamenti inclini al "social-costruttivismo". Sostiene, ad esempio, che si deve tener conto del carattere storicamente prodotto delle forme della natura, che viene progressivamente "capitalizzato". Afferma anche che cio' che chiamiamo "natura" e' quasi sempre una "seconda" natura o una "natura sociale". Riconosce anche che la definizione di "condizioni di produzione" deve essere considerata nel quadro di uno "spazio sociale e ambientale", "soggettivizzato e storicizzato", e che il rapporto capitale-"condizioni di produzione" e' dialettico.

Le "condizioni di produzione", nel frattempo, sono viste sia materialmente che socialmente mediate. Da un punto di vista piu' politico, O'Connor presenta anche la sua proposta contro l'"ambientalismo borghese":

"Limiti alla crescita in termini di 'scarsita' di risorse', fragilita' ecologica, tecnologia industriale dannosa, valori culturali distruttivi, tragedie dei beni comuni, sovrappopolazione, consumo dispendioso, produzione inarrestabile che ignorano o distorcono le teorie di tipo marxista sulle forme di natura storicamente prodotte e accumulazione e sviluppo capitalistici".

Qui, O'Connor rifiuta esplicitamente posizioni legate al neomalthusianesimo. Tuttavia, allo stesso tempo, rifiuta una completa "storicizzazione" della natura e ne riconosce i processi autonomi e universali che determinano fortemente l'agire umano:

"Sebbene il marxismo sia riuscito a dimostrare come il concetto di natura sia 'socialmente costruito' nei diversi modi di produzione, l'irriducibile autonomia di cio' che rende possibile e limita i progetti umani, viene solitamente disprezzata o emarginata (sebbene non dallo stesso Marx, che chiaramente affermato che la produzione e' mediata da 'processi naturali indipendenti dall'uomo')."

Notiamo poi che la concezione della natura di O'Connor sembra essere una sintesi tra "naturalismo dualistico" e "social-costruttivismo".

Essendo fondata la seconda contraddizione sulle conseguenze del degrado e perfino della distruzione da parte del capitale delle condizioni materiali e sociali della sua accumulazione, O'Connor non puo' sottrarsi alla questione, problematica per chi si dichiara marxista, dei "limiti ecologici" o "naturali". Sebbene O'Connor non menzioni questo concetto nella formulazione della "seconda contraddizione", e' implicitamente presente nel suo ragionamento. Infatti, nelle sue stesse parole, e' proprio perche' il degrado e la distruzione delle condizioni di produzione possono portare a eventuali "carenze" che e' possibile una crisi impiantata sulla "seconda contraddizione" che minaccerebbe la "sostenibilita'" dell'accumulazione di capitale.

O'Connor riconosce questo fatto in un paio di passaggi nel suo libro "Natural Causes: Essays in Ecological Marxism". Afferma tuttavia che la "scarsita'" di cui parla non e' "scarsita'" nel senso di Malthus. Secondo lui, sarebbero "scarse" in senso eco-marxista in quanto socialmente e storicamente prodotte nel quadro del modo di produzione capitalistico. Tuttavia, la distinzione non appare cosi' netta e, con questo approccio, O'Connor accetta chiaramente la possibilita' di "limiti naturali" all'accumulazione, rompendo con il rifiuto "tradizionale" del pensiero marxista al riguardo. Questa situazione riflette il rischio per gli eco-marxisti di "cedere terreno" in qualche modo agli approcci del "conservazionismo neomalthusiano". E'cosi' che O'Connor si trova di fronte a un rischio: conciliare il riconoscimento imperativo (data la struttura della sua teoria della "seconda contraddizione") della realta' e la possibilita' di "limiti naturali" per il capitalismo con il riconoscimento della validita' del "naturalismo dialettico".

Come risolve O'Connor questo paradosso? Smarcandosi esplicitamente da Marx.

In effetti, sostiene che sulla questione dei "limiti naturali", Marx era accecato dal suo antimalthusianesimo, dalla sua "opposizione a qualsiasi teoria che possa 'naturalizzare', e quindi reificare, le condizioni economiche del capitale", e "il suo rifiuto di ogni spiegazione naturalistica dei fenomeni sociali". Tutto cio' gli avrebbe impedito, secondo O'Connor, di "fare due piu' due".

Inoltre, sostiene che le attuali condizioni storiche e il livello di degrado delle "condizioni di produzione" non erano quelle di Marx, quindi non poteva capire che il "danno alle condizioni di produzione e le conseguenti lotte sociali sono barriere auto-imposte dal capitale, perche' la natura storica non e' stata capitalizzata fino al punto in cui e' oggi". Qui O'Connor conferma la sua chiara inclinazione verso una concezione dualistica ed essenzialistica del rapporto societa'-natura e che si potrebbe qualificare come un "conservazionismo neomalthusiano", sostenendo che Marx ha sottovalutato "il grado in cui lo sviluppo storico del capitalismo come modo di produzione si era basato sull'esaurimento delle risorse e sul degrado della natura".

Le ambiguita' nella concezione della natura di O'Connor e la sua tendenza a oscillare tra posizioni nettamente divergenti impediscono alla sua teoria della "seconda contraddizione" di godere di chiare e solide basi filosofiche in questo ambito. O'Connor da' l'impressione di adeguare le sue fondamenta filosofiche ai suoi obiettivi politici (riconciliare marxismo ed ecologia di fronte all'evidenza dei problemi ecologici e alle resistenze ad essi a livello globale, e rispondere alle critiche post-marxiste). Se questa impressione e' giustificata, costituisce un grave vizio teorico che indebolisce notevolmente la proposta di O'Connor, almeno in quella che mi propongo di chiamare la "dimensione materiale" della seconda contraddizione.

Abbiamo visto come la "seconda contraddizione" consista nel fatto che i singoli capitali sono portati, in conseguenza delle loro tendenze "autodistruttive", a degradare e distruggere le "condizioni di produzione", che generano costi di (ri)produzione o sostituzione di queste condizioni, e quindi riduce potenzialmente la redditivita' dei capitalisti e del capitale nel suo insieme, e generalmente introduce barriere significative all'accumulazione. Oltre a descrivere il meccanismo della nuova teoria proposta da O'Connor, ho indicato dei difetti a livello teorico che potrebbero limitarne la rilevanza. Tuttavia, fino ad ora, mi sono concentrato principalmente sulle conseguenze materiali del degrado e della distruzione delle "condizioni di produzione", e quindi degli aspetti fisici.

Tuttavia, analizzando a fondo la proposta di O'Connor, il lettore si rende conto che la "seconda contraddizione" non consiste solo in una tensione tra il capitale e le sue "condizioni di produzione", ma anche nel fatto che il capitale costituisce un "rapporto sociale antagonistico". Oltre alla dimensione fisica, e' quindi opportuno considerare un'altra dimensione, una seconda dimensione della "seconda contraddizione", una dimensione sociale associata all'esistenza di conflitti e movimenti sociali, risultante e costitutiva della "seconda contraddizione". Ricordiamo che uno degli obiettivi di O'Connor e' anche quello di fornire al pensiero marxista strumenti che gli permettano di prendere in considerazione, cogliere e analizzare i cosiddetti "nuovi movimenti sociali".

Per chiarire meglio questa distinzione e contribuire allo sforzo teorico di O'Connor, propongo che sia necessario identificare due dimensioni distinte della "seconda contraddizione", due fonti distinte di quella che O'Connor identifica come una "crisi dei costi": una prima dimensione legata alla distruzione delle "condizioni di produzione" e della loro disponibilita' per il capitale, e una seconda dimensione legata alle richieste e alle azioni dei "nuovi movimenti sociali".

La prima dimensione ha a che fare con l'offerta di mezzi di produzione, l'aumento dei costi di produzione e la minore redditivita'. E'direttamente associato alla distruzione delle "condizioni di produzione". La seconda dimensione ha a che fare con la capacita' dei movimenti sociali di stabilire un rapporto di forza con il capitale. E'indirettamente collegato alla distruzione delle "condizioni di produzione".

Si potrebbe sostenere che e' anche possibile identificare due dimensioni distinte in quella che O'Connor chiama la "prima contraddizione". La prima di queste due dimensioni sarebbe una dimensione fisico-economica e direttamente associata alla redditivita', allo sfruttamento fisico dei lavoratori e alla continuo tentativo del capitale di pagare salari minimi, il quale puo' impedire al capitale di realizzare valore e plusvalore logorando la forza lavoro. D'altra parte, il movimento operaio e sindacale nel suo insieme con le perdite che le sue azioni possono comportare per il capitale rappresenterebbero la "seconda dimensione della prima contraddizione", una dimensione sociale, con effetti indiretti sulla redditivita'.

Abbiamo visto che O'Connor interpreta l'esistenza dei "nuovi movimenti sociali" come una reazione sociale al deterioramento e alla distruzione delle "condizioni di produzione", perche' queste sarebbero legate alle "condizioni di vita" di comunita', popoli, e diversi gruppi e attori sociali. Vale la pena chiedersi, quindi, fino a che punto le "condizioni di produzione" del capitale coincidono con le "condizioni di vita" di questi gruppi? C'e' un'isomorfia tra questi due concetti o solo poche sovrapposizioni? Qualsiasi tipo di analisi che dimostrerebbe il contrario violerebbe il ruolo centrale che O'Connor attribuisce alla sua categoria di "condizioni di produzione".

E'anche legittimo chiedersi fino a che punto i costi pagati dal capitale attraverso la seconda dimensione della "seconda contraddizione" possono essere pienamente compresi dalla categoria delle "condizioni di produzione" del capitale? O'Connor sostiene che, come categoria teorica, le "condizioni di produzione" catturano adeguatamente la diversita' delle richieste dei "nuovi movimenti sociali". Sarebbe addirittura possibile, secondo O'Connor, identificare ogni tipo di "nuovo movimento sociale" con una delle tre "condizioni di produzione".

In queste circostanze, vale anche la pena chiedersi fino a che punto i "nuovi movimenti sociali" sono consapevoli che, difendendo le loro "condizioni di vita", finiscono per difendere le "condizioni di produzione" del capitale? Sono consapevoli che, difendendo la loro qualita' di vita, agiscono nel senso di una perpetuazione e stabilizzazione del capitalismo? Invocare una reazione di rifiuto sociale alla tendenza "autodistruttiva" del capitale a minare le stesse condizioni materiali e sociali che rendono possibile l'accumulazione, e' suggerire che i soggetti politici presenti nei movimenti sociali difendono consapevolmente il capitale ?

Nella sua formulazione della "seconda contraddizione", O'Connor cita esplicitamente l'economista e storico ungherese Karl Polanyi tra le sue principali fonti di ispirazione. Chiudero' il saggio cercando di spiegare la profondita' di questa influenza nell'elaborazione della "seconda contraddizione", rispondendo alle ultime questione rimaste sul tavolo.

O'Connor fa esplicito riferimento a Polanyi nella definizione stessa delle "condizioni di produzione", presentate da O'Connor come "merce-fittiza", nel senso che l'economista ungherese ha dato a questo concetto: beni considerati come merce ma che non sono stati prodotti con l'obiettivo di essere venduti sul mercato. Tuttavia, l'influenza di Polanyi sul lavoro di O'Connor va oltre questo aspetto.

Secondo O'Connor, Polanyi e' stato uno dei primi ad analizzare come il "mercato autoregolato" ei rapporti capitalistici di produzione abbiano portato al deterioramento e alla distruzione delle proprie "condizioni di produzione" sociali e ambientali. Polanyi sostiene che il mercato "autoregolato" spinge verso la "mercificazione" generalizzata di "tutte le dimensioni della vita sociale", un processo che implica:

"... lo sfruttamento della forza fisica dei lavoratori, la distruzione della vita familiare, la devastazione dell'ambiente, il disboscamento, l'inquinamento dei fiumi, la dequalificazione professionale, il crollo delle tradizioni popolari e il generale degrado dell'esistenza , comprese le abitazioni e le arti, nonche' le innumerevoli forme di vita privata e pubblica che non erano direttamente coinvolte nell'ottenimento di profitti".

Riconosciamo qui, in effetti, chiari elementi di cio' che O'Connor ha identificato come la distruzione delle "condizioni di vita". Non chiarisce, tuttavia, quale sia il livello di sovrapposizione che esiste tra "condizioni di vita" e "condizioni di produzione".

E'probabilmente nelle riflessioni su quella che ho chiamato la seconda dimensione della "seconda contraddizione" che appare piu' chiaramente l'affinita' del lavoro di O'Connor con Polanyi, in particolare con i famigerati concetti di "contromovimento" e "doppio movimento".

Per Polanyi gli effetti socio-ambientali della "mercificazione" di beni come "terra" e "lavoro", e l'"azione deleteria" del mercato capitalista sono intollerabili per la "societa'", e soprattutto per i settori di essa che sono direttamente colpiti da questi effetti distruttivi, "soprattutto, anche se non esclusivamente, la classe operaia e i proprietari terrieri". Secondo lui, la tendenza del capitalismo a includere lavoro, terra e moneta "nel meccanismo di mercato" implica un'inaccettabile sussunzione al mercato della "sostanza stessa della societa'". Di conseguenza, la "societa'" crea meccanismi di vario genere (...) per combattere questi effetti e proteggere e conservare "cultura", "uomo e natura" e anche il modo di produzione esistente ".

Questa dinamica e' cio' che Polanyi chiama "contromovimento". E addirittura concepisce la storia dell'avanzata (e della generalizzazione) del mercato capitalista come un perpetuo "doppio movimento". Un primo "movimento" consiste da un lato in una tendenza alla "mercificazione" (la trasformazione di beni non prodotti per la vendita sotto la forma di merce, "merce fittizia"), mentre il secondo movimento, il "contromovimento", e' una reazione della "societa'" a questo movimento e consiste in una sorta di "protezionismo sociale":

"Per un secolo le dinamiche della societa' moderna sono state governate da un doppio movimento: il mercato si espandeva continuamente, ma questo movimento conviveva con un contromovimento che controllava questa espansione, orientandola in determinate direzioni. Questo contromovimento era di vitale importanza per la tutela della societa', ma era al tempo stesso compatibile, in definitiva, con l'autoregolamentazione del mercato e, quindi, con il sistema di mercato stesso."

Per Polanyi il "contromovimento" non e' una semplice "resistenza al cambiamento" ma "una reazione a una dislocazione che ha aggredito l'intero edificio della societa'" nella piena consapevolezza che questo processo potrebbe portare alla distruzione della "stessa organizzazione della produzione che il mercato aveva creato". Il "protezionismo sociale" che motiva questo "contromovimento" include la tutela della famiglia, della vita umana, ma anche delle condizioni dell'"agrarismo", cioe', ad esempio, della proprieta' fondiaria (collettiva e/o individuale). Questo "movimento" e' secondo Polanyi uno dei principali motori dei conflitti sociali nel capitalismo, e all'interno del quadro si scontrano vari tipi di "classi": mercanti, lavoratori e proprietari terrieri.

In altre parole, Polanyi conferisce qualita' autostabilizzanti al capitalismo. Di fronte alle dinamiche autodistruttive del capitale, la "societa'" - ovvero i settori sfruttati della popolazione nel capitalismo e le cui condizioni di vita sono violate o "sovvertite" "- reagisce e la sua reazione ha un effetto stabilizzante sul capitalismo stesso come sistema di organizzazione sociale. Tuttavia, Polanyi non e' molto chiaro nello specificare se questa stabilizzazione sia cosciente o meno. In altre parole, per tornare alle questioni poste da noi prima di questo excursus, non si sa fino a che punto il "protezionismo sociale" a cui fa riferimento Polanyi - e che adotta O'Connor - consideri la difesa dello stesso sistema che li sfrutta, e quali sono le sue eventuali aspirazioni rivoluzionare.

Approfondendo lo sforzo di confronto sistematico e di analogia che O'Connor compie tra la "prima" e la "seconda contraddizione", riprendo qui alcune riflessioni di David Harvey. Il geografo considera credibile il fatto che il movimento operaio possa anche avere una sorta di effetto "stabilizzante" sul capitale, frenando la sua ambizione di sfruttamento "totale" del lavoro. Il supersfruttamento della forza lavoro puo' infatti incidere gravemente sulla sua qualita' (e quantita'), al punto che questa tendenza a volerlo usare sempre di piu' rappresenta una minaccia di crisi per il capitale.

Tutte queste riflessioni suggeriscono che se i "nuovi movimenti sociali" costituiscono una forza interna che impone in prima istanza costi aggiuntivi e barriere all'accumulazione del capitale, in seconda istanza potrebbero rappresentare una forza che stabilizza il capitale, perche' proteggendo le sue "condizioni di vita ", i movimenti sociali nel loro insieme temperano la tendenza del capitale a distruggere ciecamente le sue "condizioni di produzione" in un modo che puo' portare a una crisi duratura. In questo caso, allo stesso modo in cui le azioni aggregate dei singoli capitalisti (motivate dalla ricerca immediata del profitto e della concorrenza) possono portare a una risultante negativa per il capitale nel suo insieme, le azioni aggregate dei movimenti sociali (motivate dalla tendenza a tutelare le proprie "condizioni di vita") possono portare a un risultato positivo per il capitale nel suo complesso.

In ogni caso, il "protezionismo sociale" di Polanyi e' per O'Connor il motore della resistenza sociale alla distruzione delle "condizioni di produzione". Per lui, i "nuovi movimenti sociali" possono essere intesi come una manifestazione della "societa'" che lotta per impedire la mercificazione delle "condizioni di produzione". Forse potremmo precisare che in questo caso si tratta di "condizioni di produzione" in quanto corrispondono a "condizioni di vita", che sono quelle che i movimenti sociali consapevolmente difendono. Questo protezionismo sociale, in ogni caso, e' suscettibile di imporre barriere sostanziali all'accumulazione del capitale ed essere costitutivo di una "seconda contraddizione". Cosi', per O'Connor, le dinamiche imposte dal "doppio movimento" e dal protezionismo sociale individuate da Polanyi sono l'anello mancante per dare coerenza all'impalcatura teorica che accompagna la "seconda contraddizione" attorno alle "condizioni di produzione", nel caso della seconda dimensione della seconda contraddizione.

O'Connor vede il suo sforzo di costruzione della teoria eco-marxista come una continuazione logica del pensiero marxista, ma non vede alcun problema nel rivolgersi all'opera di Karl Polanyi nonostante il fatto che non sia un autore marxista.

O'Connor salva i contributi antropologici e sociologici di Polanyi, e la sua comprensione del capitalismo al di la' della mera ricerca dell'accumulazione, e il fatto che per questo autore fattori sociali e politici possono essere cosi' determinanti nello sviluppo di una crisi, come i fattori economici. Inoltre, nella sua critica al capitalismo, Polanyi attribuisce grande importanza all'"impatto desocializzante dello sviluppo industriale" e alle reazioni ad esso. Contrariamente al pensiero marxista tradizionale, Polanyi ha sempre rifiutato di separare in modo dicotomico le reazioni politiche al capitalismo: "progressista" da un lato (il movimento operaio) e conservatore/reazionario dall'altro (la difesa delle comunita' tradizionali). Tutti questi sono stati senza dubbio elementi determinanti dell'influenza del lavoro di Polanyi su O'Connor. In particolare, lo sforzo teorico di O'Connor per promuovere un'alleanza tra movimenti sindacali e "nuovi movimenti sociali" e' sicuramente ispirato piu' dall'approccio di Polanyi che dal pensiero marxista tradizionale e dal suo rifiuto del movimento ambientalista.

Polanyi, insomma, pone meno enfasi di Marx su categorie che provengono dall'economia politica e preferisce mettere in luce gli aspetti socio-antropologici dell'analisi del capitale e del mercato capitalista. Forse si puo' sostenere che a livello teorico, l'eco-marxismo di O'Connor e' un tentativo di costruire un marxismo ecologicamente sensibile che ha integrato concetti chiave polanyiani come "merce fittizia" e "contro/doppio movimento". In altre parole, si puo' sostenere che l'opera di O'Connor e' un tentativo di sintesi tra il materialismo storico marxista e gli elementi della teoria sociale di Karl Polanyi.





N° Post: 480
Sipolino Fabio
Monday 16th of August 2021 08:00:43 PM


L' Oggettivazione Merceologica





Scritto da Giovanni Moretti

"Venne un tempo in cui tutto divenne alienabile". Anzi, per
meglio interpretare la filosofia eraclitea, venne un tempo in
cui tutto divenne divenibile, dove il divenuto e' merce. Di
fatto, fu la miseria della filosofia. Ed anche di tutto il resto.
Miseria della filosofia e' il titolo di un'opera di Karl Marx
pubblicata nel 1847. Il virgolettato e' tratto liberamente da un
passo del primo capitolo dove viene criticato Proudhon,
"socialista borghese" ispiratore di Gesell, che definisce la
proprieta' come un furto e fonda la sua teoria del "credito
gratuito" basato sulla "Banca del Popolo", un credito
cooperativo dove lo Stato non ha ingerenze significative. Il
passo completo e' questo:
"Venne infine un tempo in cui tutto cio' che gli uomini
avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di
scambio, di traffico, e poteva essere alienato; il tempo in
cui quelle stesse cose che fino allora erano state
comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute,
acquisite ma mai acquistate - virtu', amore, opinione,
scienza, coscienza, ecc. - tutto divenne commercio. E'il
tempo della corruzione generale, della venalita' universale,
o, per parlare in termini di economia politica, il tempo in
cui ogni realta', morale e fisica, divenuta valore venale,
viene portata al mercato per essere apprezzata al suo
giusto valore".
L'oggettivazione merceologica
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Da piu' di duemila anni la definizione di moneta
corrisponde a quella del metallismo, in cui il metallo,
tipicamente oro e argento, per la sua caratteristica sociale
universale di essere riconosciuto come prezioso, viene usato
come merce particolare (cit. Karl Marx, Il Capitale) il cui
valore di scambio determina quello della moneta stessa. Tale
convenzionalita' universalmente accettata giunge presto a
formare la convinzione, anch'essa universalmente accettata
senza alcun tipo di "contrattualismo", che il valore di questo
metallo fosse "intrinseco", cioe' legato alla natura del
materiale di cui la moneta e' fatta. Da tale consuetudine
plurimillenaria deriva la regola di politica economica
secondo cui la moneta cartacea deve avere una copertura, un
sottostante metallico (oro), ed essere in questo liberamente
convertibile. Questo fino al termine degli accordi di Bretton
Woods, avvenuto nel 1971 e che sospese, ma tale
"sospensione" e' ancora in atto, la convertibilita' del dollaro
in oro. Con l'introduzione della moneta nominale, in
corrispondenza della fondazione della Banca d'Inghilterra, a
cui lo stesso Marx fa riferimento, il paradigma metallistico
venne di fatto associato alla banconota, e con il cartalismo
di Georg Friedrich Knapp, economista tedesco che nel 1905
pubblica la "Teoria Statale della moneta", le cui teorie
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vengono ora riprese dall'economista statunitense Warren
Mosler, in riferimento alla moneta a corso legale, la
concezione di sottostante e riserva di valore sono associate
alla teoria statale di Knapp, che riservano allo Stato
l'emissione "fiduciaria". Schumpeter osserva che "ci sono
solo due teorie della moneta: la teoria della moneta-merce e
quella sui diritti di credito" (Schumpeter, cit. Ellis, 1934),
quest'ultima basata su una concezione di moneta di conto
astratta e intesa come debito trasferibile. Per la teoria
moderna non e' importante dare una definizione precisa della
moneta, da' per scontato che sia una merce al di la' del fatto
che con la fine del sistema aureo questa non possa piu' dirsi
avere un valore di tipo "intrinseco", e viene spiegata come
qualunque altra merce utilizzando i concetti ortodossi di
utilita' marginale, incontro tra domanda ed offerta e via
dicendo. Il premio Nobel John Hicks (1924-1989) se la cavava
con un "la moneta e' cio' che la moneta fa".
Le teorie economiche e monetarie si riferiscono, tutte, alla
concezione aristotelica secondo cui la moneta e' merce di
scambio perche' ha valore. Secondo questa concezione se
anche il "contante" scomparisse continuerebbe comunque
ad esistere uno "stock" di "cose" che continua a circolare con
velocita' variabile. Paradossalmente, Schumpeter, nel 1972
osservava che la velocita' della moneta puo' elevarsi tanto da
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trovarsi in due posti allo stesso tempo (cfr. Geoffrey Ingham,
La natura della moneta, Fazi, 2016).
Tuttavia, la moneta non e' merce, e nemmeno denaro.
Questa e' una separazione squisitamente semantica, ma che
significa voler separare nettamente l'emissione monetaria
dalla sua circolazione. E'denaro solo in fase di circolazione,
ma e' moneta anche prima della sua emissione. Molti usano il
termine denaro nell'equivoco di considerare l'emissione
monetaria come gia' provvista del valore economico che
invece viene attribuito solo successivamente, dal fenomeno
dell'induzione, esclusivamente in fase di circolazione.
Troppa gente parla di moneta ma intende solo denaro. In
senso giuridico un bene e' qualunque entita' materiale o
immateriale giuridicamente rilevante e giuridicamente
tutelata. La nozione di bene in senso giuridico va distinta
dalla quella in senso economico. Infatti, giuridicamente sono
da tutelarsi non solo i beni in senso economico ma ogni bene
giuridicamente tutelabile.
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L'Art. 810 del Codice Civile definisce il concetto di bene
giuridico e di bene economico, quest'ultimo suscettibile di
valore di scambio:
Art. 810 cc
"Sono beni le cose (1) che possono formare oggetto di
diritti [Art.832cc].
Note
(1) Bene giuridico e' una cosa caratterizzata
dall'utilita', cioe' idoneita' a soddisfare una necessita'
dell'uomo; dall'accessibilita', intesa come possibilita'
di subire espropriazione; dalla limitatezza, quale
disponibilita' limitata in natura. Questa definizione
si distingue, percio', da quella naturalistica di cosa:
e' possibile, infatti, che vi siano cose non beni
giuridici, basti citare a questo proposito l'aria, e
beni giuridici che non siano allo stesso tempo cose.
Basti pensare, a tale riguardo, alle opere
dell'ingegno."
Le opere dell'ingegno, se brevettate, sono suscettibili di
valutazione, ma per esempio acqua, aria, sole, natura,
ecologia, sono beni di proprieta' dell'umanita'. Vanno
pertanto tutelati giuridicamente ma non possono essere
suscettibili di valutazione in quanto inalienabili.
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La moneta, dunque, e' un bene immateriale e
giuridicamente tutelato, inalienabile e non suscettibile di
valutazione economica, quindi priva di valore di scambio,
finche' non entra in circolazione tramite l'accettazione del
relativo simbolo econometrico. Con la sua accettazione il
portatore induce nella moneta quel valore che consente di
riconoscerla anche come bene economico, ovvero denaro, a
contenuto patrimoniale e ad utilita' ripetuta in quanto ne
rappresenta il potere d'acquisto.
Se prima che diventi anche denaro circolando la moneta
non e' suscettibile di valutazione economica allora la sua
emissione non puo' essere posta a bilancio. Se lo si facesse (e
lo si fa) sarebbe una truffa ai danni dell'intera umanita'. La
moneta, essendo uno strumento scaturente da un'idea,
dall'intelletto dell'uomo, della comunita', prima che entri in
circolazione non ha valore economico perche' il suo
sottostante consiste semplicemente ed esclusivamente
nell'oggetto sociale, nella convenzione il cui valore
economico e' il rapporto intersoggettivo tra fasi di tempo che
si instaura mentre circola e non prima o durante l'emissione.
Al contrario, proprio nel tentativo di iscriverla all'attivo o
al passivo del bilancio economico-patrimoniale, la
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famigerata moneta creata dal nulla presta il fianco a quella
precisa cosa a cui le tesi sulla proprieta' del portatore della
moneta si oppongono: l'emissione di moneta tramite il
prestito a interesse. E'importante conoscere bene le ragioni
per cui si avversa la sua dematerializzazione. Quel che
succede, con questa, e' il tentativo di rendere sempre meno
evidente, fino a farla scomparire, la differenza tra moneta a
corso legale e moneta bancaria. Con la moneta digitale
scompare anche la sensazione fisica di essere portatore del
suo accidente materiale, ma trattasi di confronto/scontro tra
due concezioni entrambe biasimevoli della moneta,
entrambe merceologiche ed entrambe frutto di un'astrazione
trascendentale del soggetto, dell'io. Infatti, ogni organismo
di diritto pubblico e' un non-io: sia la cosiddetta pubblica
amministrazione che la banca, che sia centrale o
commerciale. In questo momento storico siamo di fronte al
confronto/scontro giunto ad una provvisoria resa dei conti
tra due modi contrapposti di concepire la stessa cosa. Da una
parte la scuola mercantilista/protezionista di Chicago e
dall'altra quella della societa' aperta popperiana. Entrambe
con origini austriache. Quel che sorprende e' come non ci si
accorga che questa falsa "tensione degli opposti" non possa
che produrre una sintesi dello stesso tipo.
Sostenere che la moneta non deve essere emessa come
prestito significa che essa non e' soggetta a valutazione
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prima che entri in circolazione, e quindi il suo valore non
puo' essere iscritto a bilancio di una banca o qualunque entita'
la emetta perche' semplicemente questo valore non esiste
finche' la moneta non entra in circolazione. Qui e' bene
specificare che il fenomeno dell'induzione immediatamente
conseguente all'accettazione non avviene all'atto
dell'emissione con una funzione di tipo impulsivo che
assomiglia alla delta di Dirac, ma ogniqualvolta la moneta
viene scambiata contro merce mentre circola (la moneta che
sia cartacea o immateriale, la merce che sia bene mobile o
immobile ma comunque soggetto a valutazione secondo
quanto menzionato all'Art.810 cc). Inoltre, essendo la
moneta scaturente da un'idea non c'e' necessita' di accumulo
e quindi di creare una riserva o uno stock. Le riserve si
creano quando c'e' rarita', ma con una moneta emessa come
proprieta' giuridicamente tutelata del portatore non sussiste
il bisogno di accumularla nemmeno marginalisticamente
parlando.
Sostenere che l'emissione monetaria va iscritta a bilancio
e' del tutto equivalente a sostenere la moneta merce, ovvero,
l'emissione creditizia. Invece, l'emissione monetaria non va
contabilizzata in modo merceologico; il segno del denaro (la
moneta) deve essere riportato su appositi libri del Ministero
del Tesoro che lo emette come proprieta' del portatore, che
non sono contabili nel senso abacista o algorista del termine,
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ma libri che servono a mantenere memoria giuridica
dell'emissione da utilizzare solo successivamente, nella
contabilizzazione questa volta si', del valore patrimoniale di
opere pubbliche e beni economicamente rilevanti scaturenti
dalla circolazione della moneta sia in ambito privato che di
cosa pubblica.
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In riferimento al discusso reddito di cittadinanza
universale, la distribuzione di questo a "fine ciclo
produttivo" e' reminiscenza che proviene dal pensiero
steineriano con la sua moneta di dono, che come Gesell
aveva della moneta una concezione merceologica e
organicistica, basata sulla teoria del valore-lavoro smithiana
con la variante di distinguere il valore lavoro tra terra e
capitale. Per reddito monetario si intende quel che ora
appare nelle voci di bilancio della Banca Centrale Europea e
delle Banche Centrali nazionali, dovuto all'emissione del
corso legale e non al rendimento di un ciclo produttivo.
L'idea di un impegno dello Stato a concedere un RDC non
sotto forma di denaro ma, "cradle-to-the-grave", con
istruzione ed altri beni di tipo umanistico e spirituale a "fine
ciclo produttivo", e' precisamente quella steineriana di
finanziare con moneta vecchia, moneta di dono che diventa
tale dopo aver subito un processo di decumulo, istituzioni
come il ministero dell'istruzione ed il welfare in generale, e
non ha alcuna delle caratteristiche della proprieta' del
portatore ma e' legata alla concezione merceologica marxista
e ancor prima smithiana secondo cui il valore della moneta
incorpora quello della merce e del plusvalore accumulato
durante il processo produttivo.
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Applicare la proprieta' del portatore, pero', non vuol dire
limitarsi alla moneta a corso legale ma significa applicarla
all'emissione monetaria comunque questa avvenga, sic et
simpliciter, che la si chiami esogena o endogena in
riferimento al sistema bancario centrale e/o allo Stato o a
quello commerciale. Dunque, per tutta la teoria classica e
anche nell'ambito delle politiche economiche keinesiane c'e'
convivenza tra moneta esogena ed endogena, mentre per
l'anarco liberismo alla Mises ma anche per Steiner e pure per
Gesell, e' solo endogena ad un sistema di free-bank e
comunque emessa come cosa da restituire o da tassare
(demurrage) fino al suo esaurimento, quindi certamente non
come proprieta' del portatore.
La moneta e' sia misura del valore che valore della misura,
e sarebbe contraddittorio considerarla come mezzo di
scambio non riservando alcun valore economico, come
sostiene invece chi riporta una formazione di tipo geselliano.
La critica che Georg Simmel nel suo "The Philosophy of
Money" pubblicato nel 1900 (pag. 131) rivolge alle teorie
della moneta-merce, secondo cui l'unita' di misura deve
possedere la stessa qualita' dell'oggetto misurato, ad
esempio, le unita' di misura delle lunghezze sono lunghe ed
e' in lunghezza che si esprime quel valore perche' sia l'oggetto
che l'unita' di misura condividono la stessa qualita', si
riferisce al valore "intrinseco" che la moneta-merce
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rappresenta nella concezione ortodossa. "The significance of
money as expressing the relative value of commodities is,
according to our earlier discussion, quite independent of any
intrinsic value. Just as it is irrelevant whether a scale to
measure space consists of iron, wood or glass, since only the
relation of its parts to each other or to another measure
concerns us, so the scale that money provides for the
determination of values has nothing to do with the nature of
its substance. This ideal significance of money as a standard
and an expression of the value of goods has remained
completely unchanged, whereas its character as an
intermediary, as a means to store and to transport values, has
changed in some degree and is still in the process of changing.
Money passes from the form of directness and substantiality
in which it first carried out these functions to the ideal form;
that is, it exercises its effects merely as an idea which is
embodied in a representative symbol." (pag.146) (il testo e'
consultabile al seguente link:
http://www.eddiejackson.net/web_documents/Philosophy%
20of%20Money.pdf).
Le definizioni date finora della moneta, riprendendo le
osservazioni di Schumpeter riportate all'inizio, si
riconducono alle due ipotesi di valore creditizio e valore
convenzionale, dove, come detto, convenzionale era anche il
valore del materiale usato come moneta in epoca patriarcale.
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Entrambi, sia il credito che la convenzione, sono fattispecie
giuridiche e risulta chiaro quindi che lo e' anche la moneta
cosi' come e' chiaro che la moneta, una volta in circolazione,
sia oggetto anche di valutazione economica e quindi di
applicazione delle relative teorie. Tuttavia, la definizione di
valore creditizio non e' accettabile perche' la moneta serve ad
estinguere i crediti ma continua a circolare dopo averlo fatto
a seguito di ogni transazione, e sarebbe contraddittorio
definirla contemporaneamente sia come credito che come
oggetto del credito, anche se usata come mezzo di
pagamento surrogato della moneta. La moneta quindi non
puo' essere che un bene immateriale di valore convenzionale,
che ha valore perche' misura il valore dei beni, ed e' valore
della misura perche', misurandolo, assume l'attributo
misurato nel bene. Se cosi' non fosse, non sarebbe
utilizzabile come mezzo di scambio. Successivamente alla
sua emissione, quindi, la moneta e' suscettibile di
valutazione economica, ma e' oggetto di diritto sempre,
anche in precedenza, in quanto oggetto sociale. Con la
moneta scritturale ed il suo progressivo utilizzo per
l'estinzione di debiti in modo parificato alla moneta legale,
insorge il problema contabile segnalato da Saba e Galloni di
cui parla anche Storelli a pag. 316 del suo Alchemy Moneta,
Valore, Rapporto tra le parti, Sovera, 2015. La moneta
scritturale, ugualmente a quella fisica, non e' annullata nel
momento in cui estingue il debito ma continua a circolare
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producendo una duplicazione dei valori ponendo al passivo
del bilancio patrimoniale i relativi depositi. La questione
posta riguarda il fatto che la moneta e' tuttora trattata come
titolo di debito nonostante dalla soppressione degli accordi
di Bretton Woods non sia piu' una fede di deposito, un titolo
di debito, ma da banco-nota si e' trasformata in vera e propria
carta-moneta. Questo cambiamento, radicale e sostanziale,
non e' stato recepito dalle banche centrali ne' da quelle
commerciali e ne' dal diritto, e introduce la discussione
tuttora in corso per cui se la moneta e' titolo di debito, di
valore creditizio, allora deve necessariamente annullarsi al
termine della transazione, anziche' essere posta al passivo di
bilancio producendo una duplicazione dei valori cosi'
"sterilizzata".
La moneta che non circola e' un mero simbolo, non e'
moneta, diceva Giacinto Auriti, e con questa affermazione
intendeva unicamente esprimere la necessita' di separare la
fase dell'emissione da quella della circolazione perche' e'
proprio non facendolo che avviene la truffa planetaria.
Quello per cui le tesi auritiane si limitano al cosiddetto
signoraggio primario e' il classico luogo comune che espone
chi nel criticarle (ma anche chi vi si identifica affermandolo)
manifesta, nel non conoscerle, la solita concezione
merceologica della moneta.
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La circolazione forzata dall'imposizione fiscale e' concetto
oggi ripreso dal moslerismo e diventato cavallo di battaglia
dei suoi sostenitori diretti e indiretti, ed e' lo stesso usato da
Gesell. Come vedremo piu' avanti, al processo di
identificazione e controidentificazione proiettiva,
assunzione e contrapposizione dialettica, consegue
l'oggettivazione dell'idea discussa, che nel caso della teoria
statale del cartalismo di Georg Friedrich Knapp consiste
nell'oggetto della sovranita' statale e nell'oggettivazione
dell'idea di politica fiscale come elemento su cui
identificare, o controidentificare, l'origine del valore della
moneta. In definitiva, lo stesso termine "cartalismo"
rappresenta in se' l'oggettivazione della "charta" come
elemento sensibile su cui esercitare un processo mentale di
induzione di valore economico di tipo merceologico. "La
moneta e' peculiarmente una creazione dello stato" (Keynes,
1979), che pero' contraddice affermando, nel suo Trattato
sulla moneta, che "le banche creano la moneta e possono
farlo senza limiti", manifestando sia l'influenza di Knapp, "e'
assurdo tentare di capire la moneta -senza l'idea dello Stato-
" (Knapp, 1924) e sia lo sviluppo di un modello economico
che fa a meno della teoria statalista (cfr. David Graeber,
Debito. I primi 5000 anni, IlSaggiatore, 2012, pag.57). "La
moneta e' la piu' pura reificazione del mezzo, uno strumento
concreto che e' assolutamente identico al suo concetto
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astratto; e' uno strumento puro" (Georg Simmel, The
Philosophy of Money, 1900, pag.211).
Copiare dall'oro non significa ambire al ritorno del
sistema aureo ne' utilizzare come moneta una sostanza fisica
e/o intrinsecamente rara. La metafora serve unicamente a
indicare l'universalita' dell'accettazione di quella moneta al
di la' di qualunque possibile interpretazione contrattualistica
della convenzione sociale. Ad Ajaccio, nel Musee' Fesch e'
esposto un dipinto di Monsu' Nicolas Poussin, datato 1626-
1631, che rappresenta Mida che fa abluzioni nel Pattolo per
liberarsi dal maledetto tocco magico, con altra figurina
ignuda, certamente Creso, che gia' inizia a trovar pagliuzze
della sua proverbiale ricchezza. La mitologia greca e iranica
trovano terreno intellettualmente fertile in Asia Minore, sulle
coste ioniche della Turchia occidentale nel quinto/sesto
secolo avanti Cristo. In quelle lande, tra citta' come Mileto ed
Efeso, nascono e si sviluppano le concezioni fondanti di quel
che con Diderot, duemila anni piu' tardi, identifichiamo con
il termine materialismo. "Il quattrino deturpa, abbrutisce
tutto cio' che cade sotto la sua legge implacabilmente feroce.
La vita, tutta la vita, non solo l'attivita' meccanica degli arti,
ma la stessa sorgente fisiologica dell'attivita', si distacca
dall'anima, e diventa merce da baratto; e' il destino di Mida,
dalle mani fatate, simbolo del capitalismo moderno."
(Gramsci, 6 Giugno 1918).
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L'associazione delle tesi sul valore indotto a quelle della
teoria austriaca sono il classico luogo comune che manifesta
chi, come la scuola marginalista e soggettivista di Vienna e
sostanzialmente tutti gli altri compreso Gesell, a cui come
agli altri non e' chiara la natura esclusivamente spirituale del
valore, ha della moneta una concezione merceologica,
ovvero, materialista. Infatti, la concezione merceologica
della moneta concepisce l'esistenza della stessa solo in fase
di circolazione proprio perche' e' solo in questa fase che la
moneta assume la forma fenomenica del denaro, che non e'
sostanza ma accidente sensibile. Per "magia del numero"
Auriti intende la convenzione sociale, l'induzione di valore
nel simbolo attraverso la sua accettazione. Con il valore
indotto si supera il problema della rarita' non controllabile,
non si ripropone il sistema aureo. L'esperimento di
Guardiagrele aveva come unico scopo, pienamente
raggiunto, di evidenziare al pubblico con metodo galileiano
il funzionamento del fenomeno dell'induzione anche su un
simbolo econometrico non emesso in regime di circolazione
forzosa.
Il credito, come ad es. la cambiale, si estingue col
pagamento. La moneta continua a circolare dopo ogni
transazione perche', come ogni unita' di misura, e' un bene a
utilita' ripetuta, e non e' qui oggetto di critica la cambiale ma
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di spiegazione la concezione di moneta, che perfino nel
sistema geselliano, fino a tempo scaduto, e' un bene ad utilita'
ripetuta la cui ripetizione e', eufemisticamente, fortemente
incentivata.
Bisogna fare molta attenzione nel proporre analogie con
il funzionamento di organismi viventi emulando
pedissequamente l'organicismo forte di origine platonica e
poi illuminista. Il freigeld geselliano, e con esso quello
steineriano, e' emesso da un sistema di free-bank seguendo
uno schema direi senz'altro ripreso dalla teoria austriaca,
che fa capo a Carl Menger ed il suo marginalismo
soggettivista. Oltre al concetto di free-bank, il concetto di
moneta deperibile e' lo stesso che accomuna Gesell alla
concezione steineriana e l'origine di tale concezione e' senza
dubbio nell'organicismo, una corrente di pensiero che
prende nome nell'ambito dell'illuminismo e post
illuminismo, ovvero l'idea con cui si immagina la societa'
funzionare come un organismo vivente e riprendendo il
tripartizionismo platonico, che pero' riguardava l'anima, e
continuando con Aristotele che definisce l'uomo come
animale sociale, arriva per esempio con Steiner a
tripartizionare lo Stato, con Hobbes a immaginare il
Leviatano come costituito da tanti individui e con Hegel a
definire il suo Stato Etico, dove la persona giuridica e' l'ente,
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mentre la persona fisica, l'uomo, e' il non-ente, l'oggetto
giuridico. Nella sua forma forte l'organicismo concepisce la
societa' e lo Stato come un vero e proprio organismo vivente
ed e' proprio questa la concezione geselliana e steineriana,
che rende deperibile anche la moneta al pari di un organismo
biologico. Per l'organicismo, l'uomo e' funzionale ed organico
allo Stato, non il contrario. Nell'ontologia hegeliana l'Essere
trapassa, trascende nel divenire, l'essere e il non essere
coincidono per sintesi dialettica e il principio creativo
svanisce mentre viene associato all'uomo concependo
l'essere come volonta' di potenza, come oltreuomo di un
uomo ridotto al nulla, al non-ente (cit. Heidegger).
Lo Stato etico hegeliano in definitiva fa riferimento
all'etica laica, alla morale che i filosofi da sempre
ricercavano; fin dai tempi di Socrate, a cui per questo era
toccato bere la cicuta. Una morale che facesse a meno del
teismo, ovvero di una teologia naturale, ma che non pote'
rinunciare al deismo, ovvero alla teologia trascendentale,
quel famoso ego trascendentale a cui anche Giovanni Gentile
e tutto il neoidealismo fanno riferimento e di cui e' parte
fondante tutto l'idealismo assoluto tedesco, il quale fonda,
appunto, sull'oltreuomo nicciano, che e' precisamente l'ego
che trascende da se' a formare l'oltre-entita'. Etica laica che e'
stata teorizzata dal barone d'Holbach, filosofo illuminista
tedesco naturalizzato francese che immaginava un mondo
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governato da una morale politica universale e materialista a
cui da' un nome preciso: Etocrazia.
La societa' organica di Giacinto Auriti e' invece l'esatto
opposto, ovvero e' la societa', lo Stato, che e' organico,
funzionale, strumento dei bisogni umani cosi' come lo e' il
diritto. L'organicismo che esprime Auriti e' assimilabile alla
forma debole espressa dalla scolastica. Si ferma alla
semplice metafora, utile a spiegare la moneta a chi di questa
ha una millenaria concezione merceologica e materiale,
agisce in modo diametralmente opposto all'organicismo
forte e soprattutto non potrebbe concepire moneta e valore
d'acquisto come deperibili a tempo determinato e da entita'
diversa da chi accetta quel simbolo, per questo inducendone
valore monetario in alcun modo alienabile dalla sua
proprieta' diretta ed esclusiva.
Influenzato da pensatori come Loche, Hobbes e Adam
Smith, e' Montesquieu l'ideatore della tripartizione dei poteri
dello Stato presa a prestito da Platone e cosi' cara
all'organicismo forte del suo tempo, e con questo ed il suo
"Spirito delle leggi" influenza Hegel, Hume, Durkheim,
Rousseau e parecchi altri. A proposito di spirito delle leggi,
positivismo (il concetto di Stato era appena sorto) e
democrazia delegata dice: "Poiche', in uno Stato libero,
qualunque individuo che si presume abbia lo spirito libero
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deve governarsi da se medesimo, bisognerebbe che il corpo
del popolo avesse il potere legislativo. Ma siccome cio' e'
impossibile nei grandi Stati, e soggetto a molti inconvenienti
nei piccoli, bisogna che il popolo faccia per mezzo dei suoi
rappresentanti tutto quello che non puo' fare da se'. Si
conoscono molto meglio i bisogni della propria citta' che quelli
delle altre citta', e si giudica meglio la capacita' dei propri
vicini che quella degli altri compatrioti. Non bisogna dunque,
che i membri del corpo legislativo siano tratti in generale dal
corpo della nazione, ma conviene che in ogni luogo principale
gli abitanti si scelgano un rappresentante. Il grande
vantaggio dei rappresentanti e' che sono capaci di discutere
gli affari. Il popolo non vi e' per nulla adatto, il che costituisce
uno dei grandi inconvenienti della democrazia". Sono, in
definitiva, gli effetti di un organicismo che assurge al
trascendentale riprendendo quel come in alto cosi' in basso
delle tradizioni ermetiche.
Sostenere come facevano Pound e Schacht con i suoi MEFO
bill, che il denaro e' un certificato di lavoro compiuto
significa precisamente rifiutare la tesi del valore indotto e
invece sostenere la teoria del valore-lavoro di Ricardo e
Adam Smith. La stessa cosa nel sostenere che la moneta e'
misura del valore ma non valore della misura.
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Va da se' che la proprieta' del portatore e' oggetto di
indignazione, tifo, sospetto e trastullo da parte di chiunque
per moneta intenda solo il denaro e cioe', come detto, quel
bene suscettibile di valutazione ed appropriazione solo
quando la moneta e' in circolazione, ma il valore piu' grande
da tutelare giuridicamente e' quello che descrive l'Art. 810 cc.
Esso riguarda la proprieta', non solamente intellettuale ma
ancor di piu' spirituale, non gia' del simbolo ma della
convenzione sociale, la qual cosa e' ben precedente
all'emissione, continua ad essere tale anche durante la
circolazione e in ogni caso non ha nulla a che fare con la
registrazione di un marchio o di un brevetto, perche' trattasi
di un bene sociale, e il suo valore e' giuridicamente,
moralmente ed eticamente inestimabile.
Non e' suscettibile di valutazione economica la capacita' di
pensiero umana, la capacita' di concepire e percepire un
rapporto intersoggettivo tra fasi di tempo: quello della
previsione e quello del godimento. Soprattutto, non e'
suscettibile di appropriazione e non esiste in quantita'
limitata.
Ora, che ipostasi sia sinonimo di sottostante mi sembra
almeno etimologicamente chiaro e il sottostante della
moneta e' solo e totalmente lo spirito, il Geist della comunita'
-direbbero gli idealisti di scuola tedesca o neoidealisti come
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Gentile- che qualifica quel segno, quell'accidente, come
moneta, come oggetto sociale. Invece, nel sottostante della
moneta di concezione merceologica, ovvero emessa in modo
creditizio, si mischia la sostanza, l'ipostasi della merce, con
la sussistenza ideale della moneta, creando a tutti gli effetti
una chimera (Cfr. Di Karl Marx, La moneta e il credito.
Raccolta di scritti, Feltrinelli, 1981, pag. 216). Il significato
di sottostante, di cui ipostasi e' mero sinonimo, e' ben noto
anche a chiunque abbia sottoscritto un fondo di
investimento, e tutto cio' ha a molto che fare con lo
sbandierato ex-nihilo, la famigerata "creazione dal nulla",
capacita' riservata alle divinita'. Non c'e' ex-nihilo nella
creazione monetaria. Il valore monetario e' esclusivamente
spirituale, dove per spirito si intende quello umano,
certamente non divino, ed e' questo il sottostante della
moneta. Non c'e' alcuna creazione di materia, ed ex-nihilo
significa invece precisamente creazione di materia dal nulla.
Il sottostante della moneta non e' una categoria divina o
deistica ne' lo e' il lavoro e nemmeno una concezione
merceologica della stessa.
Cosi' come il valore della moneta non attiene in alcun modo
alle qualita' della materia ed e' per questo che la moneta non
puo' essere una merce a meno che non si abbia della stessa
una concezione classica, marxista, neoliberista, in una
parola, materialista, lo stesso si puo' dire del debito. Infatti,
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anch'esso non esiste in natura e si puo' ben
materialisticamente comprendere che un oggetto non
esistente perfino quando immateriale -ed e' proprio il caso
della moneta- non puo' essere dato/restituito a nessuno in
quanto, appunto, inesistente. La questione della restituzione
riguarda l'altrettanto celebre enunciato "Tutti possono
prestare denaro, tranne chi lo emette". Infatti, visto che il
valore monetario e' creato per induzione attraverso
l'accettazione del segno del denaro (la moneta)
esclusivamente in fase di circolazione, allora il valore
appartiene esclusivamente al popolo e non a chi emette il
simbolo econometrico, chiunque lo faccia, financo fosse un
sistema di free-bank, e gli appartiene a tempo indeterminato
e incondizionato. Quindi e' per questa ragione che la banca,
pubblica o privata che sia ma vale anche per lo Stato inteso
come persona giuridica, non puo' prestare cio' che non gli
appartiene proprio perche' quella di prestare e' prerogativa
del proprietario e anche cosi', il valore economico della
moneta fino alla sua entrata in circolazione e' comunque
nullo.
Quando qualcuno diceva che la moneta, che e' un oggetto
sociale, immateriale e di proprieta' del portatore perche' e'
solo il portatore che ne conferisce il valore, viene invece
emessa prestando alla collettivita' cio' che gia' le appartiene
caricando il costo del denaro del 200% piu' gli interessi e le
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pressioni fiscali perche' "viene trasformato un credito (+100)
in un debito (-100)" e la differenza tra questo credito e questo
debito e' 200 (100-(-100)=100+100=200), non intendeva fare
un'analisi contabile di partita doppia, "perche' non e' vero che
il banco si arricchisce solo dell'interesse, ma anche ed
innanzitutto della stessa moneta, il cui valore - come abbiamo
visto - non e' creato dalla banca, ma dalla collettivita'.".
Come nella differenza tra denaro e moneta anche il
termine "collettivita'" e' usato oculatamente perche' introdotto
da Max Weber che la definisce come insieme di individui
ricordando la concezione hobbesiana e organicista tipica
anche del soggettivismo mengeriano, altrimenti il termine
corretto sarebbe stato "societa'", che secondo la definizione
data da Durkheim riconoscerebbe nella moneta un oggetto
sociale a cui la comunita', intesa come communitas e non
come collettivita', attribuisce una funzione rappresentata da
un segno che qualifica quell'oggetto come moneta. E se
proprio volessi assumere un atteggiamento critico sosterrei
che non ha senso affermare che tutto cio' viene fatto "senza
contropartita", perche' non c'e' e non puo' esserci
contropartita a fronte dell'enormita' di questa truffa a danno
di una "collettivita'" che non e' mai stata "societa'".
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Molte delle teorie economiche e monetarie, tra cui
senz'altro il marginalismo soggettivista della scuola
austriaca, il demurrage di Gesell col suo tasso di sconto
negativo e il decumulo steineriano, non rilevano differenze
tra denaro e moneta, il primo attenendo alla fase della
circolazione in cui acquista valore, e la seconda attenendo
all'oggetto sociale che lo precede, definito dalla
convenzione, dall'accettazione del simbolo econometrico,
che non e' ancora denaro.
La non distinzione tra moneta e denaro, ovvero la non
distinzione dell'emissione dalla circolazione, porta
all'equivoco di considerare l'emissione monetaria come gia'
provvista del valore di scambio che invece viene attribuito
dal fenomeno dell'induzione esclusivamente in fase di
circolazione, portando quindi a ritenere che "pertanto lo
Stato, stampando denaro, avrebbe prodotto tutta la
ricchezza necessaria per tutti". E'in ragione di questa
concezione merceologica della moneta, che moltissimi si
interrogano sull'eventualita' di segnare l'emissione monetaria
al passivo o all'attivo di bilancio.
Il distribuzionismo del denaro e' precisamente la
concezione di Milton Friedman con il suo helicopter money,
che e' una politica fiscale esattamente come lo e' il demurrage
geselliano, e non potrebbe essere piu' lontana dalle tesi sulla
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proprieta' popolare della moneta: detto per inciso, della
moneta, non del solo denaro. L'asserzione secondo cui "il
valore e' soggettivo" corrisponde precisamente a quella di
Carl Menger, anch'egli intendendo per popolo un insieme di
individui, una "collettivita'" e non una "societa'". L'equazione
marxiana secondo cui lavoro=denaro e' il risultato di una
sostanziale assimilazione della relativa teoria del valore
comune a sostanzialmente tutte le teorie economiche e
monetarie, ortodosse ed eterodosse, che come quella di
Gesell si occupano esclusivamente di circolazione, ovvero
denaro, assumendo che questo abbia la stessa caratteristica
di deperibilita' delle merci, risolvendo il cruccio
fondamentale che era stato di Marx con la tesaurizzazione e
di Keynes con la preferenza per la liquidita', con la sua
suddivisione del lavoro anch'essa prelevata da Adam Smith
ed il suo denaro di ghiaccio. Gesell risolve il problema della
tesaurizzazione con un controllo totale da parte dello Stato
del valore monetario attraverso il demurrage, il tasso di
sconto negativo, ma il potere coercitivo del denaro cosi' come
finora e' stato concepito non risiede nel fatto che questo
debba avere una proprieta', un valore d'uso e un valore di
scambio, ma nel controllo della sua rarita' in modo non
organico ai bisogni della comunita'. Aristotele condanna l'uso
della crematistica, quando concepita come mira alla
ricchezza come ricchezza e non a soddisfare i bisogni della
comunita'. La preoccupazione di Gesell e' quella di costruire
L'oggettivazione merceologica
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un sistema monetario che permetta a chiunque di mantenersi
col proprio lavoro garantendo al lavoratore la possibilita' di
appropriarsi del maggior quantita' possibile del provento.
Come in Keynes (e in Mosler e nello statuto del Federal
Reserve System), l'obiettivo e' quello della massima
occupazione, oltre alla disincentivazione della preferenza
per la liquidita', ovvero la tesaurizzazione di cui parlava
Marx, che non si accorge di come la sua teoria del capitale
inteso come relazione sociale si applichi allo stesso modo
sulla moneta.
L'oggettivazione merceologica
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Il concetto di lavoro
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L'oggettivazione, l'idealizzazione del lavoro e' il tipico
"errore" della scolastica marxista. Lo commette nello
scambiare l'astrazione spirituale che Hegel intende per
lavoro con l'espropriazione e annichilimento dell'operaio
che invece intende Marx. Nell'ontologia hegeliana Repubblica
e' Nazione, soggetto giuridico, e' spirito del popolo che,
finche' circola, e' suscettibile di valutazione economica. La
fede si riversa quindi nell'ego trascendentale, nel volksgeist.
"L'ente al quale appartiene il lavoro e il prodotto del lavoro,
al servizio del quale sta il lavoro e per il godimento del quale
sta il prodotto del lavoro, puo' essere soltanto l'uomo stesso.
Quando il prodotto del lavoro non appartiene all'operaio, e gli
sta di fronte come una potenza estranea, cio' e' solo possibile
in quanto esso appartiene ad un altro ente estraneo
all'operaio" (Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici,
1844).
Con cio' e' primario osservare come il contrapporsi all'idea
di lavoro, come questa ci giunge dal mainstream, e' farlo
rispetto all'oggettivizzazione dell'idea, e' farlo rispetto
all'astrazione spirituale delle attivita' umane, rispetto allo
stesso oggetto, di cui pero' e' importante notare come nel
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farlo implicitamente si ammette e riconosce l'esistenza, di
fatto rendendola consistente. Prendersela con il lavoro e'
consolidare una dialettica delle identita', un rapporto
dialettico che ha come centro sempre e comunque l'oggetto,
l'oggettivazione del lavoro.
Allo stesso modo, e per diretta conseguenza ovvero
sintesi del rapporto dialettico instaurato, la
contrapposizione rispetto all'idea di moneta intesa come
"ente onnipotente" (cit. Marx) corrisponde al riconoscere ed
approvare questa stessa concezione mentre si maledice il
suo sottostante: l'uomo stesso. Invece, sarebbe semplice e
talmente ovvio da risultare, ahime', banale, capovolgere
semplicemente il paradigma e considerare il lavoro come una
semplice astrazione che e' impossibile possa assurgere al
ruolo di ente, di sostante, perche' semplicemente e
banalmente sostanza non e'.
L'idealismo produce quindi un'inversione di paradigma
ma, ancora una volta, il nemico non e' l'idealismo in se' ma
l'uso, l'intenzione. Infatti, e' idealismo anche concepire il
valore come rapporto intersoggettivo tra fasi di tempo, come
prodotto dell'attivita' mentale. Se la fattispecie giuridica e'
risultato del pensiero allora anche questa si configura in un
monismo dialettico autocreativo e quindi proprio per questo
non criticabile da chi, con la stessa logica riconduce,
L'oggettivazione merceologica
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sussume la moneta ad elemento merceologico, a solo fattore
economico.
, banalmente, una questione di princi'pi. L'induzione e'
una delle tre forme classiche di ragionamento giuridico
(induttivo, deduttivo, abduttivo) che portano alla
formazione delle leggi. Non e' l'induzione ad avvenire in
modo positivo, provocata dall'atto normativo, da una legge
in senso materiale, ma e' invece la legge a formarsi per
induzione giuridica. E'il princi'pio che forma lo strumento del
diritto, non il contrario. L'induzione giuridica e' dunque un
Princi'pio, certamente non l'enunciato deontico del kantiano
dover essere di un ragionamento basato su proposizioni
normative. "Anche l'ordinamento giuridico, come ogni altro
ordine, riposa su una decisione e non su una norma" - Carl
Schmitt, Politische Theologie (1922).
Shelling introduce nell'idealismo assoluto tedesco, che
attraverso Nice ne definisce lo spirito, un organicismo forte,
finalistico e immanentistico che del popolo permette di
definirne la comunita'. Questa, si pone rispetto al popolo
come soggetto giuridico che hobbesianamente sovrasta il
popolo stesso, realizzando quella teologia trascendentale di
cui al panteismo dialettico hegeliano/fitchiano e con la
nascita del concetto di nazione, da cui il nazionalismo ma
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anche il comunismo, che piu' universalisticamente mappa
questa tensione verso la trascendenza nell'identita' di classe
sociale, tenta di realizzare l'ideale nicciano acquisito
dall'idealismo tedesco con posizioni organicistiche
finalistiche.
Soviet e teoria austriaca si pongono rispetto questa
concezione organicistica in modo dialetticamente opposto.
Il sistema sovietico, mappando la tensione verso l'ego
trascendentale nel conflitto di classe, e quindi accettando ed
assecondando Shelling ed il suo organicismo forte che si
manifesta nella comunita' del popolo. Menger ed il suo
marginalismo soggettivista invece negando ed opponendosi
ad ogni forma di statalismo ma anch'egli accettando la
definizione weberiana, di derivazione pero' anch'essa
hobbesiana, di collettivita' come mero insieme di individui.
Sia la posizione austriaca che quella idealista e
neoidealista, accettano e adottano la teoria del valore
smithiana, che per prima oggettivizza il lavoro e rende
trascendentale l'attivita' umana, riflettendo tutte rispetto al
tema una dialettica di tipo materialista. Del resto perfino
Pound, nel chiedersi cosa fosse la moneta, considerava il
denaro come un certificato di lavoro compiuto.
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Si parla di volksgeist, che pare sia suscettibile di
valutazione economica, e di volksgemeinschaft, per il quale
vale la stessa cosa. Trattasi della "ricchezza delle nazioni" e
infatti e' proprio Adam Smith, che introduce la definizione di
PIL, insieme a quella di lavoro come sottostante del valore
monetario.
La sinistra hegeliana e' una corrente di pensiero che si
forma tra molti intellettuali prussiani alla morte del
pensatore di Stoccarda. Feuerbach e' il maggiore esponente
di questa corrente ed e' lui ad affermare per primo che la
religione e' l'alienazione dell'uomo, avendo estratto
dall'uomo, proiettandoli nella divinita', i propri attributi, per
poi pensare che e' questa divinita' ad aver creato l'uomo.
Questo concetto verra' ripreso da Engels a proposito della
creazione dell'uomo da parte del lavoro, infatti sempre
Feuerbach sostiene che compito dell'uomo e' invertire questo
rapporto. La sinistra hegeliana sostiene che lo spirito del
popolo, il wolksgeist, ha la stessa forma mitica della
religione rispetto ai propri contenuti e credo che in questo
fosse d'accordo con la destra fitchiana. Sia per Hegel che per
Marx, lo Stato e' una realta' idealistica fondata sulla divisione
del lavoro, concepita per primo da Adam Smith cosi' come il
concetto di prodotto interno lordo, di lavoro come
sottostante del denaro e di valore come elemento soggettivo
della psicologia del homo oeconomicus. Il concetto di popolo
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in Hegel e' organicistico e i popoli si pongono fra loro in un
rapporto dialettico e conflittuale che sviluppa l'idealismo
assoluto che e' alla radice intellettuale del concetto. In Marx,
invece, pur permanendo la concezione idealista assolutista,
la tensione trascendentale nell'identificazione in un ideale
che si contrappone allo stesso processo intellettuale
avvenuto altrove, non e' esterna allo Stato, al "popolo" cosi'
inteso, ma rimappata sulla "lotta di classe", che e' interna al
popolo stesso. Sia in Marx che in Hegel e' presente l'idea di
spirito del popolo ma vissuta dialetticamente in modo
diverso: esterna per l'uno, interna per l'altro. Nietzsche
comincia a scrivere negli ultimi anni di vita di Marx e
sebbene per questo non si possa parlare di influenza
dell'ubermensch nicciano in Marx, se ne notano effetti e
similitudini a posteriori.
Spirito del popolo che da manifestazione di un senso di
comunita' trascende a entita' vera e propria, ontologica,
estratta e separata e che proprio per Adam Smith (finche'
circola) diventa ricchezza delle nazioni e teoria del valore a
cui tutti da allora hanno fatto riferimento nessuno escluso.
Nemmeno i pensatori eterodossi contemporanei.
Il sottostante della moneta dunque e' si', spirito del popolo,
ma non si tratta di entita' ontologica a se' stante, risultante da
una fenomenologia trascendentale che trasmuta in
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personalita' giuridica collettiva -questa si', e' un'astrazione
organicistica-, ma di un insieme organico -e non
organicistico nel senso classico-, di soggetti giuridici:
persone fisiche. Non e' lo spirito di ogni soggetto ad aver
valore -sarebbe un oggetto giuridico- ma il rapporto
intersoggettivo tra questi ad assegnarlo, dove per
intersoggettivita' si intende precisamente cio' che esplicita
Husserl nelle opere: Idee per una fenomenologia pura e
Meditazioni cartesiane.
Volksgeist e volksgemeinschaft sono il fondamento
intellettuale romantico della persona giuridica, dell'Ente
privo di contenuto umano che solo cosi' avrebbe potuto
aggirare l'antinomia russelliana. Senza volksgeist, Fichte non
avrebbe saputo come demolire l'ultimo residuo di dualismo
rimasto in Kant, non avrebbe potuto ridurre l'io al non-io.
Senza volksgeist Adam Smith non avrebbe potuto scrivere la
sua opera principale e nemmeno la teoria del valore da cui
tutti hanno scopiazzato bellamente, compresi Marx e Pound,
che come Lutero non avevano la piu' pallida idea di cosa
fosse, in sostanza, un accidente. Quest'ultimo, che di
categorie dell'essere almeno per tradizione stoica avrebbe
potuto perlomeno averne sentito dire.
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Sostenere che non e' il lavoro a dar valore alla moneta non
e' affatto contrapporsi al lavoro o voler campare di
assistenzialismo, al netto di volerlo invece sostenere.
l'uomo ad aver creato il lavoro, non viceversa. Ed e' sempre
l'uomo a dar valore al lavoro e non il contrario. Il legame tra
lavoro e valore e' concezione che discende da Adam Smith e
adottata da Engels quando definisce il lavoro come creatore
dell'uomo. Gesell, anch'egli prussiano, riprende questo
concetto nella divisione del lavoro, anche questo mediato da
Smith, come mezzo attraverso il quale raggiungere la
prosperita' e attraverso cui nasce persino la civilta'. In Gesell,
come in Marx e tutti gli altri, la moneta e' merce. In Auriti, il
valore non ha alcuna affinita' con la concezione materialistica
dello stesso, che pervade tutte le teorie, classica, neoclassica
ed eterodosse. Neppure il valore della moneta




N° Post: 451
Sipolino Fabio
Tuesday 3rd of August 2021 08:52:40 PM


L'Italia del compromesso storico (1976-1979)







Il terzo Governo Andreotti, un "monocolore" della Democrazia Cristiana, nasce nel mese di luglio 1976 concretamente come un "governo della non sfiducia", ovverosia con la formula della non opposizione del PCI di Enrico Berlinguer. In seguito verra' ricordato come un governo di "solidarieta' nazionale", cioe' di una larga intesa tra tutti i principali partiti dell'arco costituzionale italiano. Questo esecutivo e' anche considerato la prima tappa di quel "compromesso storico" tra la Democrazia cristiana e il Partito comunista italiano, il cui ispiratore e' proprio il segretario del PCI Enrico Berlinguer.

Il terzo Governo Andreotti, un "monocolore" della Democrazia Cristiana, nasce nel mese di luglio 1976 concretamente come un "governo della non sfiducia", ovverosia con la formula della non opposizione del secondo partito italiano, il PCI di Enrico Berlinguer. In seguito verra' ricordato come un governo di "solidarieta' nazionale", cioe' di una larga intesa tra tutti i principali partiti dell'arco costituzionale italiano.

Questo esecutivo e' anche considerato la prima tappa di quel "compromesso storico" tra le due
maggiori forze politiche del dopoguerra italiano, il cui ispiratore e' proprio il segretario del PCI
Enrico Berlinguer.

Con un saggio pubblicato in tre parti sulla rivista "Rinascita", in occasione del Colpo di Stato in Cile del 1973, il leader comunista si apre a delle profonde riflessioni sul contesto italiano e propone un nuovo modello di socialismo, basato su un programma di profonde trasformazioni sociali e di rinnovamento politico. Tale processo deve passare attraverso una collaborazione delle forze popolari di ispirazione comunista e socialista con le forze di ispirazione cattolica e di altro orientamento democratico.

Per rinnovare la nazione e' necessario giungere ad un compromesso storico tra tutte le principali forze rappresentative del popolo italiano. Quello che progetta Berlinguer e' dunque l'accordo tra i partiti disposti a realizzare una nuova politica governativa, un'alternanza democratica al "regime democristiano" che ha governato gli ultimi trent'anni.


Il contesto storico
Il problema "potenzialmente piu' grave che abbiamo in Europa", questa e' la considerazione del governo americano in merito alla situazione politica italiana nella seconda meta' degli anni '70. In Italia sono entrati in crisi gli equilibri politici ed economici, il terrorismo imperversa sfidando le istituzioni democratiche come in nessun altro paese europeo ed ha due opposte connotazioni, di destra e di sinistra.

Ad un terrorismo "nero", che si propone di spargere il panico attraverso attentati dinamitardi contro la popolazione, allo scopo di creare nell'opinione pubblica le condizioni per una svolta autoritaria ed un forte governo di destra, si contrappone un terrorismo "rosso" che si identifica con la nascita delle BR (Brigate Rosse) e che ha un terreno di cultura nella crisi economica, nella disoccupazione giovanile e nel movimento studentesco di quegli anni.



Dal 1976 in poi, il terrorismo di sinistra ha una tragica impennata che sfocia nella programmazione dei primi omicidi politici, strategia che segna quel periodo come "gli anni bui della Repubblica" o, con il termine piu' suggestivo, gli "anni di piombo".

In campo internazionale la "Guerra Fredda" tra le superpotenze Usa ed Urss vive la sua fase di distensione, ossia un processo di dialogo e negoziato avviato nei primi anni '70 grazie anche all'abilita' geopolitica del presidente americano Nixon e del suo consigliere per la sicurezza Henry Kissinger e culminato nel vertice di Mosca del '72, con la firma dei Negoziati SALT I (Strategic Arms Limitation Talks, ovvero Negoziati per la limitazione di armi strategiche).

L'era della distensione fra i due blocchi contrapposti ha degli effetti importanti anche nei rapporti fra i tre maggiori partiti comunisti occidentali (italiano, francese e spagnolo), che si sentono meno vincolati a seguire la supremazia della guida sovietica, pur non rinnegandola, e avviano un progetto politico che prende il nome di "eurocomunismo". Il termine viene pronunciato per la prima volta dallo stesso Enrico Berlinguer a Parigi, nel gennaio del '76, ed indicherebbe una storica svolta socialdemocratica dei piu' importanti partiti comunisti dell'Ovest. In linea di massima, la formula prevede l'apertura politica anche alle altre forze non marxiste dei rispettivi Stati, allo scopo di realizzare programmi comunisti nell'osservanza dei principi della democrazia parlamentare.

Sotto l'insegna dell'eurocomunismo, in Italia Berlinguer viene sempre piu' candidato ad entrare al governo come un necessario garante dell'unita' nazionale, di una piu' efficace politica economica e di un maggiore impegno nella lotta al terrorismo. Il principale interlocutore del leader comunista e' il presidente democristiano Aldo Moro, gia' protagonista negli anni '60 dei primi esperimenti di apertura a sinistra della storia repubblicana con i suoi tre governi a guida DC e con la diretta partecipazione del Partito socialista.



Moro attua la cosiddetta "strategia dell'attenzione" nei confronti del PCI, che nasce dal bisogno di rendere possibile il piu' ampio dialogo in vista di una nuova e qualificata maggioranza; tale strategia e' un chiaro invito alle trattative verso il compromesso storico elaborato da Berlinguer. Ma anche altri autorevoli esponenti politici italiani, come il leader dei repubblicani Ugo La Malfa, sono ormai convinti che sia indispensabile la presenza del PCI nell'area di governo, perche' la vecchia coalizione a guida democristiana non riesce piu' a garantire un corretto funzionamento del sistema politico.

Aldo Moro

Malgrado cio', gli Stati Uniti non possono permettersi un atteggiamento indifferente circa la posizione occupata da un Partito comunista all'interno di un Paese dell'Europa Occidentale e l'avvicinamento all'area di governo del PCI, il piu' forte tra tutti i suoi omologhi del blocco capitalista, viene visto a Washington come un notevole salto nel buio. Il Segretario di Stato americano Kissinger diffida di questa presunta distanza dall'ortodossia sovietica da parte del PCI, credendola una tattica per la conquista del potere e una minaccia per l'intera alleanza atlantica.

Il fallimento del compromesso storico
Le elezioni politiche del giugno '76 decretano una flessione della Democrazia Cristiana, una netta sconfitta di tutti i partiti minori che formano il suo bacino di coalizione ed un netto balzo in avanti del Partito Comunista, che ottiene il suo miglior risultato di sempre con il 34% dei voti. Appare evidente che la DC non puo' piu' garantire una stabilita' politica con lo stesso metodo con cui ha formato gli esecutivi negli ultimi trent'anni, ritenendosi dunque necessario un mutamento del vecchio sistema di governo.

Dal momento che tutte le forze parlamentari si rifiutano di associare il PCI a qualsiasi coalizione di maggioranza, ecco prospettarsi l'unica soluzione possibile, quella di formare un governo monocolore DC, vale a dire un esecutivo sorretto in Parlamento solo dal voto dei democristiani e che basa la sua fiducia sull'astensione dei comunisti, in primis, e degli altri partiti della rappresentanza parlamentare. In poche parole, un governo della non sfiducia e di "unita' nazionale".

Giulio Andreotti, che nei primi anni '60 aveva avversato la formula dei governi di centrosinistra adottata da Aldo Moro, e' chiamato a fare da Presidente del Consiglio garante e guida della suddetta solidarieta' nazionale. Un chiaro segnale dell'apertura politica al PCI e' realizzata a livello istituzionale con la nomina di Pietro Ingrao a Presidente della Camera (il primo comunista della storia) e con l'assegnazione al Partito di Berlinguer di alcune presidenze di importanti commissioni.

Giulio Andreotti

Il terzo Governo Andreotti rimane in piedi fino al termine dell'anno 1977, quando il leader del PCI chiede l'ingresso a pieno titolo nel governo per il suo Partito: i comunisti vogliono essere coinvolti in modo diretto nella maggioranza parlamentare, per dare un indirizzo nuovo alla politica italiana. La scelta di Berlinguer non riscontra pero' i favori dell'area piu' radicale del PCI e deve imbattersi anche nel rifiuto della Segreteria DC e del Dipartimento di Stato americano.

La nuova presidenza di Jimmy Carter, pur seguendo una linea piu' equilibrata di non interferenza nella politica interna italiana, dichiara espressamente di "non accogliere con favore la partecipazione comunista nei governi dei paesi occidentali", un chiaro messaggio destinato alla situazione italiana e al pericolo reale di ingresso del PCI nel governo.

Il paventato passo successivo nella direzione del compromesso storico, che dovrebbe compiersi con la nascita del primo vero governo "consociativo", viene cosi' di fatto bloccato. Si fa avanti la soluzione di un nuovo governo monocolore DC, sempre presieduto da Giulio Andreotti, ma stavolta sostenuto dal voto parlamentare dei comunisti e degli altri partiti. Il PCI, in questo modo, entra attivamente nella maggioranza, pur non facendo parte del governo; una strategia resa possibile grazie anche alla mediazione di Aldo Moro innanzi al suo partito.

Il 16 marzo 1978, il giorno previsto per il dibattito sulla fiducia in Parlamento, le BR contribuiscono a interrompere definitivamente il processo di cambiamento con il sequestro di Moro e la successiva esecuzione (9 maggio). Nel momento di massima crisi generato dall'attentato di Via Fani, il nuovo esecutivo ottiene la fiducia basandosi sull'astensione dei comunisti.

La stagione del compromesso storico e della solidarieta' nazionale e' tuttavia agli sgoccioli, il quarto Governo Andreotti rimane in carica per circa un anno, riuscendo solo in parte ad attuare le riforme necessarie (una su tutte la legge sanitaria). Nel gennaio del 1979 il PCI pone fine all'eterogenea e fragile alleanza di governo, per le divergenze in materia di politica economica ed estera; ad un successivo esecutivo Andreotti, che pero' non ottiene la fiducia in Senato, segue lo scioglimento anticipato delle Camere da parte del Presidente Pertini nell'aprile dello stesso anno. Il fallimento della svolta politica e' a tal punto definitivo.

Le elezioni del '79 vedranno un crollo dei voti del PCI, per il contrasto della sua corrente piu' radicale alla visione politica di Enrico Berlinguer. Dopo il momentaneo biennio di apertura ai comunisti, si ricostituiranno cosi' in Parlamento quelle coalizioni con cui la DC ha guidato i suoi governi dal 1948.




N° Post: 442
Sipolino Fabio
Sunday 1st of August 2021 11:04:42 AM





Liquidare il dogma




Intervista a Carlo Formenti

"Liquidare il dogma secondo cui il socialismo e' possibile solo laddove le forze produttive hanno raggiunto un elevato grado di sviluppo"

Carlo Formenti, politico, giornalista e scrittore ben conosciuto nell'ambiente marxista, nasce a Zurigo nel 1947 e si trasferisce a Milano pochi mesi dopo; la sua vita politica inizia nei primi anni Sessanta, quando il padre lo inserisce nella formazione bordighista in cui militava.

A partire dal 1967, frequenta i gruppi maoisti, finche' contribuisce a fondare il Gruppo Gramsci; dal 1970 al 1974 si dedica all'attivita' sindacale, che interrompe per completare gli studi, laureandosi nel 1976, con una tesi sull'impatto delle tecnologie informatiche sull'organizzazione del lavoro, pubblicata da Feltrinelli con il titolo Fine del valore d'uso.

Dalla fine degli anni Settanta abbandona la politica attiva, limitandosi alla lotta ideologica e teorica; negli anni '80 e' caporedattore del mensile "Alfabeta", e ai primi del Duemila diviene ricercatore all'Universita' di Lecce, dove riprende le ricerche sulle conseguenze economiche, politiche, sociali e culturali della rivoluzione tecnologica.

Torna alla vita politica attiva negli ultimi cinque anni, militando in alcune formazioni della sinistra sovranista, per avvicinarsi infine al Partito Comunista guidato da Marco Rizzo. Fra i suoi libri piu' recenti: Utopie Letali (Jaka Book 2013), La variante populista (DeriveApprodi 2016), Il socialismo e' morto viva il socialismo (Meltemi 2019).

* * * *

Innanzitutto grazie per aver accettato di condividere con noi alcune tue riflessioni su tematiche di grande respiro internazionale e italiano. Come prima questione, ci piacerebbe chiederti quali riflessioni possono essere fatte sul cosiddetto "socialismo con caratteristiche cinesi", e in particolare cosa questo ci puo' insegnare riguardo alla transizione tra il modello capitalista e quello socialista.

Credo che la prima considerazione riguardi la necessita' di liquidare il dogma secondo cui il socialismo e' possibile solo laddove le forze produttive hanno raggiunto un elevato grado di sviluppo; la storia insegna che nessuna rivoluzione socialista e' avvenuta in un Paese industriale avanzato.

La rivoluzione cinese, al pari di quelle russa, cubana e vietnamita, sono state, per citare Gramsci, "rivoluzioni contro il Capitale", si sono cioe' svolte in Paesi economicamente arretrati e hanno avuto come protagoniste le masse contadine, alleate con settori di piccola borghesia urbana e guidate da partiti comunisti espressione di nuclei di classe operaia in formazione; questo, se si accetta la tesi leninista secondo cui il capitalismo si attacca a partire dall'anello piu' debole della catena, non dovrebbe rappresentare un problema.

Viceversa, chi assume il punto di vista comune a trotskisti, operaisti e socialdemocratici, e' portato a negare il carattere socialista di quelle rivoluzioni, e ad attribuirne il fallimento -- reale o presunto -- all'arretratezza economica dei Paesi in cui sono avvenute, e/o al fatto che sono rimaste confinate in un solo Paese.

Cio' detto, il dibattito sulla natura del regime cinese, anche in campo marxista, e' aperto: le posizioni piu' critiche parlano di restaurazione del capitalismo (Gaulard e Minqi Li) se non di neoliberismo dalle caratteristiche cinesi (David Harvey, che pero' ha recentemente rettificato questa posizione); altri (Samir Amin e Domenico Losurdo), usano il termine capitalismo di stato, ma ritengono che il persistere del conflitto di classe all'interno del Paese fa si' che esso possa evolvere in varie direzioni, altri ancora ricorrono alla definizione di economia socialista di mercato o socialismo di mercato (Herrera e Gabriele) e infine Arrighi inquadra la questione in una prospettiva di lungo periodo associandola all'evoluzione degli equilibri geopolitici planetari nel XXI secolo.

Personalmente ho a lungo condiviso l'opinione che la definizione piu' corretta sia quella di capitalismo di stato, ma poi mi sono reso conto che si tratta di una categoria ambigua e insoddisfacente: che tipo di stato? che tipo di capitalismo?

L'intervento dello stato in economia e' una pratica condivisa dai regimi nazifascista e sovietico, dal New Deal americano e dall'economia mista italiana del dopoguerra, dal Giappone e dalla Cina: si tratta di esperienze intercambiabili? Evidentemente no.

A confermarlo bastano le parole con cui Lenin replico' ai critici della Nep: "Il capitalismo di stato che abbiamo introdotto nel nostro paese e' di un tipo speciale... Noi deteniamo tutte le posizioni chiave. Possediamo il paese, che appartiene allo stato. Cio' e' molto importante anche se i nostri oppositori lo negano".



Quello che ci stai dicendo e' estremamente interessante. Quindi, tu vedi dei paralleli tra la NEP di Lenin e il socialismo con caratteristiche cinesi? E ancora piu' specificamente, intendi dire che queste strategie sono tese a rispondere al problema dell'accumulazione originaria? E come si concilia tutto cio' con il mantenimento di una societa' socialista?

Si potrebbe argomentare dicendo che la NEP e' stata il primo passo verso la reintroduzione del capitalismo, ma la questione e' ben piu' complicata: il problema non riguarda solo le forme di proprieta' e l'organizzazione del processo produttivo, ma anche e soprattutto la natura di classe e gli obiettivi delle forze politiche che governano la societa'.

Uscita da una lunga successione di guerre civili che ne avevano distrutto l'economia, la Cina ha dovuto procedere ad un'accumulazione accelerata per ricostruire il Paese, estraendo surplus da operai e contadini per concentrarlo nelle mani dello stato onde gettare le basi di una moderna nazione industriale.

Secondo alcuni, cio' avrebbe creato le condizioni per la formazione di un gruppo burocratico privilegiato, il quale avrebbe assunto il controllo sul partito e sabotato gli sforzi di Mao per accelerare la transizione al socialismo attraverso l'istituzione delle comuni e il Grande Balzo in avanti, determinandone il fallimento; per vincere questo ostruzionismo Mao lancio' la Rivoluzione culturale, ed e' in seguito al fallimento di quest'ultima e alla morte di Mao che, secondo tale narrativa, si creano le condizioni per la svolta del 1978, risoltasi nella definitiva restaurazione del capitalismo.

Che le riforme abbiano reintrodotto elementi di capitalismo in Cina e' un fatto: privatizzazioni di alcuni settori, autonomizzazione delle imprese di stato nelle quali vengono introdotti criteri di gestione manageriali, decentramento e specializzazione del sistema bancario (che resta pero' in larga misura sotto controllo statale), allentamento del monopolio statale sul commercio estero, apertura delle zone speciali che ha spalancato le porte a massicci investimenti di capitali privati internazionali.

Ne' sono contestabili alcuni effetti sociali di tale svolta: aumento delle disuguaglianze, esodo di vaste masse contadine e loro inurbazione forzata, degrado ambientale, eccetera: basta questo per parlare di fine del socialismo?

Per rispondere occorre sciogliere il seguente interrogativo: il miracolo cinese e' dovuto alla integrazione del Paese nel sistema capitalista mondiale, o e' fondato piuttosto sul fatto che al suo interno permangono consistenti elementi di socialismo?



Questo e' davvero il punto centrale della discussione. Come la pensi in merito?

A tutt'oggi il sistema presenta diverse forme di proprieta': imprese statali, cooperative, di proprieta' collettiva (ne' pubblica ne' privata), imprese di citta' e di villaggio, un continuum di forme proprietarie che non puo' essere inquadrato nelle categorie classiche.

Naturalmente, le forme proprietarie non sono l'unico criterio per decidere se il sistema sia socialista: la questione di fondo consiste nel valutare se la presenza del mercato sia di per se' in grado di stabilire che un sistema non e' socialista.

Arrighi lo nega: si possono aggiungere a volonta' elementi di mercato in un sistema sociale, ma se e finche' il mercato resta incastonato in un contesto di relazioni politiche, sociali e culturali non capitaliste non e' possibile parlare di capitalismo.

Percio' alcuni autori sono convinti -- e io con loro -- che la Cina sia socialista:

perche' mantiene una potente pianificazione ancorche' flessibilizzata;
perche' e' dotata di un esteso sistema di servizi pubblici al di fuori del mercato;
perche' la terra resta in larga misura pubblica e garantisce l'accesso ai contadini;
perche' e' un sistema misto con differenti forme di proprieta' e tende a far crescere piu' rapidamente i redditi da lavoro rispetto ad altre fonti di reddito;
perche' ricerca sistematicamente la pace e rapporti equilibrati con altri popoli.
Del resto, anche David Harvey, nel suo ultimo lavoro, ha ammesso che la svolta del 1978 era obbligata, visto che nel Paese vivevano 850 milioni di cittadini in stato di estrema poverta', per cui il partito ha dovuto applicare il principio di Marx secondo cui il regno della liberta' inizia dove finisce quello della necessita', mettendo al primo posto l'obiettivo di assicurare al popolo una vita dignitosa.

Per concludere sull'aspetto economico, occorre ricordare che la Cina, anche sotto la spinta delle guerre commerciali che Stati Uniti ed Europa mettono in atto nei suoi confronti, sta evolvendo da un modello fondato sulle esportazioni verso un sistema autocentrato, fondato sullo sviluppo della domanda interna, che cresce vertiginosamente grazie all'aumento dei salari e ai colossali piani di investimenti infrastrutturali all'interno e all'esterno del Paese. Cosi' come si sta avviando a divenire un colosso nei settori dell'High Tech e della IA.



Un altro aspetto degno di nota e' quello culturale: in che modo le radici culturali tipiche di una societa' millenaria come quella cinese hanno influito sullo sviluppo del socialismo con caratteristiche cinesi?

Passando appunto agli aspetti culturali, credo sia importante sottolineare la dimensione temporale evocata dai marxisti cinesi, che insistono sul fatto che la costruzione del socialismo va concepita come un processo secolare, caratterizzato da avanzate e ritirate; questa mentalita' rispecchia un aspetto che noi occidentali sottovalutiamo: non e' possibile capire la Cina senza tenere conto della sua dismisura geografica e demografica e della sua storia millenaria.

Da un lato, la mostruosa estensione dell'economia di un paese-continente qual e' la Cina fa si' che, nel suo caso, il progetto di sganciamento (delinking) dall'economia capitalista globale, proposto da Samir Amin, sia qualcosa di piu' che un sogno utopistico; quanto alla dimensione temporale, il cosiddetto socialismo dalle caratteristiche cinesi non e' un orpello ideologico ma rispecchia l'influenza profonda che antichissime tradizioni storiche -- dall'etica confuciana, al centralismo delle istituzioni imperiali, al radicato senso comunitario e anti individualista della cultura cinese -- esercitano sul peculiare modo di concepire il socialismo di Pechino.

Tutto cio' fa si' che la Cina sia un modello che certamente noi non possiamo imitare, ma che ci offre due insegnamenti fondamentali:

in primo luogo, insegna che il socialismo assumera' forme necessariamente diverse nei diversi contesti geografici, storici e culturali;
inoltre, ci stimola a superare il mito del comunismo come paradiso in terra per rimpiazzarlo con visioni piu' laiche di un "socialismo possibile".
Detto questo, veniamo all'aspetto piu' schiettamente politico della questione: come rispondere ai critici del socialismo con caratteristiche cinesi, che insistono su concetti come totalitarismo e assenza di democrazia?

A questo rispondo con gli argomenti di Daniel A. Bell, uno studioso canadese che da anni vive e insegna in Cina; secondo Bell, il sistema cinese e' la piu' clamorosa smentita della tesi secondo cui la democrazia liberale di tipo occidentale e' il sistema verso cui ogni Paese tende a evolvere "naturalmente", a mano a mano che sviluppa un'economia di mercato e raggiunge diffusi livelli di benessere.

I cittadini cinesi non attribuiscono alcun valore alla idea procedurale di democrazia: si preoccupano piuttosto delle conseguenze positive che il loro sistema politico e' in grado di produrre; per il cinese comune, la democrazia coincide con il grado di sicurezza che lo stato e il partito sono in grado di garantire, con il fatto se fanno o meno gli interessi della maggioranza del popolo, ed e' per questo che il livello di legittimita' del sistema politico cinese e' molto piu' alto di quello che i cittadini dei Paesi occidentali riconoscono ai rispettivi governi.

Cio' detto, e' falso che in Cina non esista democrazia: a partire dal 1988 il governo ha introdotto elezioni dirette nei villaggi e nel 2008 novecento milioni di persone hanno esercitato il diritto di voto; queste elezioni locali sono libere e vi possono partecipare candidati indipendenti.

Inoltre, nell'Assemblea Nazionale del Popolo, il Parlamento cinese, sono presenti altri partiti politici e rappresentanze delle minoranze etniche; infine, le classi operaia e contadina cinesi sono tutt'altro che prive di voce: quando vengono intaccati i loro interessi reagiscono duramente e riescono a indurre lo stato e il partito ad accoglierne le richieste.

Bell descrive il sistema politico cinese come una "meritocrazia democratica verticale" riferendosi alle procedure di selezione della leadership politica: come nella Cina imperiale, il sistema politico seleziona le e'lite attraverso esami e valutazioni delle prestazioni.

I candidati alla carriera politica o a quella statale devono affrontare durissimi percorsi universitari, poi i non meno impegnativi esami per il pubblico impiego, dopodiche' possono accedere ai livelli piu' bassi di governo, e ogni successiva promozione dipende dalla qualita' delle prestazioni realizzate; inoltre, negli ultimi tempi, la formazione politica dei quadri del PCC prevede che trascorrano lunghi periodi in comunita' rurali povere, una sorta di reminiscenza delle pratiche in auge nel periodo della Rivoluzione Culturale.

Questo sistema garantisce evidenti vantaggi rispetto alle modalita' di selezione delle e'lite occidentali: le procedure liberaldemocratiche fanno si' che quest'ultime siano affette da "vista corta", dovuta al condizionamento delle scadenze elettorali e alla necessita' di compiacere questa o quella tendenza dell'opinione pubblica, senza tenere conto degli interessi generali della societa' nel lungo periodo, per tacere del peso soverchiante delle lobby economiche, che aumenta con la mediatizzazione e la personalizzazione della politica, che fanno lievitare i costi delle campagne elettorali.

Viceversa, i leader cinesi possono permettersi di impegnarsi in pianificazioni lungimiranti, svolgendo esperimenti che impiegano anni per dare frutti, senza preoccuparsi delle elezioni successive. Ovviamente, il sistema non e' esente da pecche: le disuguaglianze generate dalle riforme economiche alimentano fenomeni di corruzione che coinvolgono soprattutto i funzionari locali. Tuttavia Bell sottolinea che sono in atto sforzi -- che l'ascesa di Xi Jinping ha reso piu' sistematici -- di porre rimedio a questi problemi, ed e' convinto che il regime cinese riuscira' ad autoriformarsi senza convertirsi alla democrazia liberale di tipo occidentale.



Cambiamo per un momento prospettiva: che insegnamento trarre invece dal socialismo del XXI secolo e dalle esperienze latinoamericane?

L'esperienza delle rivoluzioni latinoamericane, con la loro alternanza di avanzate e ritirate (dopo la controffensiva reazionaria caratterizzata dalla svolta neoliberista in Ecuador e dal golpe boliviano, assistiamo oggi a nuove virate a sinistra, con la vittoria elettorale del MAS boliviano e del candidato comunista in Peru', e con le sollevazioni popolari in Cile) e' per noi forse piu' ricca di insegnamenti di quella cinese.

E'pur vero che anche in questi Paesi a condurre le lotte sono soprattutto le masse contadine di origine indigena (ad accezione dei Paesi del Cono Sud), e che anche qui siamo di fronte a condizioni storiche, socioeconomiche e politico-culturali assai diverse dalla nostra, ma e' altrettanto vero che i legami storici fra America Latina, Europa e Usa sono piu' forti di quelli con la Cina, e che la conoscenza (e l'influenza) del marxismo occidentale ha qui radici lontane e consolidate fin dai tempi delle grandi migrazioni di fine 800/primo 900, per cui il dibattito teorico usa spesso categorie comuni.

Cio' detto, ritengo che la prima lezione da trarre dal recente ciclo di lotte in America Latina riguardi certi errori che un po' tutti i governi post neoliberisti (termine che ritengo piu' corretto di socialisti) hanno commesso dopo essere andati al potere; l'ex vicepresidente boliviano Linera ne ha parlato nel corso di una conferenza tenuta il 27 maggio 2016 a Buenos Aires, elencandone tre:

la sottovalutazione della difficolta' di riformare la struttura dello Stato una volta giunti al potere;
la difficolta' di integrare i ceti medi nel blocco sociale progressista;
l'incapacita' di sciogliere il nodo della convivenza fra democrazia rappresentativa e democrazia diretta e partecipativa.
Nell'intervento appena citato, Linera ammette che cambiare dall'interno la macchina statale si e' rivelato assai complicato, tanto e' vero che le destre non hanno ripreso forza solo grazie al controllo sui media, sull'universita', sulle fondazioni e sulle case editrici, ma soprattutto perche' si e' dimostrato impossibile "rieducare" magistrati, vertici militari, personale docente, quadri amministrativi, eccetera; a cio' si e' aggiunto il fallimento della "riforma morale" contro la corruzione, male endemico in tutti i Paesi del subcontinente, e infine si sono fatte troppe concessioni alle destre, penalizzando la propria base sociale e ignorando che corteggiare la destra significa incoraggiarla a tornare all'attacco.

Quanto al secondo punto, Linera evidenzia un paradosso: la ridistribuzione della ricchezza, che ha generato un forte aumento numerico delle classi medie, si e' risolto in un incremento dei consumi non accompagnato da adeguati livelli di politicizzazione, per cui non solo le classi medie tradizionali, ma anche quelle create ex novo dopo la rivoluzione, si sono rese protagoniste di rivendicazioni corporative che hanno frammentato il blocco sociale rivoluzionario.

Infine, venendo al terzo punto, Linera ammette che il problema di dare continuita' al processo rivoluzionario in condizioni di democrazia rappresentativa e' compito arduo; il caso dei regimi bolivariani, insediatisi attraverso normali processi elettorali, e' raro nella storia delle rivoluzioni sociali, e rappresenta una sfida nella misura in cui impone di gestire il ricambio delle leadership senza mettere in discussione le procedure democratiche (e questa e' una differenza radicale rispetto alla Cina).

Il fatto che si siano approvate costituzioni che introducono forme di democrazia diretta e partecipativa complica le cose, perche' genera un dualismo di potere: se molti presidenti hanno promosso riforme per potersi ripresentare piu' volte alle elezioni, non e' stato per soddisfare ambizioni "bonapartiste", bensi' per il fatto che costruire leadership collettive richiede tempi lunghi che le scadenze imposte dalle procedure della democrazia rappresentativa non concedono.

Ecco perche' queste rivoluzioni si trovano esposte al rischio di sconfitte elettorali che possono annullare in poche settimane anni di sforzi per cambiare l'economia, la societa' e la politica di un Paese.



In che modo, dunque, le esperienze dell'America Latina sono importanti anche per noi?

Evidentemente questo e' un tema caldissimo anche per le nostre societa', dove e' probabile che un cambio di regime, se mai avverra', assuma modalita' simili; e un'altra sfida che i progetti di trasformazione socialista sudamericani hanno dovuto affrontare, e che si presenterebbe anche qui, e' associata all'ideologia "antistatalista" delle sinistre radicali, le quali concepiscono lo stato come il luogo di un potere di per se' malefico, ignorandone la natura di campo di forze su cui e' imprescindibile che le classi subalterne si misurino per strapparne il controllo al nemico di classe.

Partendo da questa visione "demonica" dello stato, le sinistre radicali latinoamericane accusano i governi bolivariani di avere instaurato un "capitalismo di stato", tradendo il socialismo in nome della ideologia "sviluppista".

A queste critiche Linera oppone una visione del processo di costruzione del socialismo come transizione di lungo periodo, non dissimile da quella cinese; il primo passo di tale processo consiste nel restituire alla societa' il controllo politico sui processi di distribuzione del reddito, sui flussi commerciali e finanziari, e nel garantire alla maggioranza dei cittadini l'accesso gratuito a sanita', educazione superiore, assistenza sociale.

In Bolivia questi obiettivi sono stati in larga misura realizzati, cosi' come si e' restituito al Paese la dignita' di nazione sovrana, emancipandolo dal dominio nordamericano, e si e' riconosciuta la natura plurinazionale e plurilinguistica della repubblica, facendo giustizia di secoli di oppressione coloniale della maggioranza indigena da parte delle minoranze bianche e criolle. Sintetizzando, gli insegnamenti che queste esperienze ci consegnano sono:

la consapevolezza che nessun avanzamento economico e sociale -- se non accompagnato da profondi cambiamenti della coscienza politica -- puo' garantire a tempo indeterminato il consenso della propria base sociale;
che la capacita' di resilienza delle classi dominanti, anche quando sembrano avere subito sconfitte strategiche, non va mai sottovalutata;
che le classi medie sono compagni di strada inaffidabili, sulla cui fedelta' e' saggio dubitare.


Parlando di esperienze storiche concrete e di modelli di transizione al socialismo, viene naturalmente da domandarsi cosa ancora regge della visione originale marxista-leninista della societa' socialista compiuta.

Prima di abbozzare una risposta vorrei ragionare su come, nel disastrato campo delle sinistre occidentali, si e' provato a immaginare nuovi scenari di transizione; prendo le mosse dall'esperienza dei cosiddetti populismi di sinistra.

La sinistra democratica di Sanders, il Labour di Corbyn, Podemos e France Insoumise, hanno contribuito a riesumare la parola socialismo che quarant'anni di neoliberismo avevano rimosso dal lessico della politica, ma le loro proposte programmatiche replicano quelle delle socialdemocrazie del "trentennio glorioso".

Cio' non basta pero' a liquidarle sprezzantemente come riformiste: credo sia giusto ricordare come il dibattito interno alla socialdemocrazia tedesca di fine 800/primo 900 --oggi ripreso in ambito latinoamericano -- avesse stemperato l'opposizione riforme/rivoluzione; sia Engels che la Luxemburg avevano, infatti, ribadito che la vera differenza e' fra chi considera le riforme come fine in se' e chi le concepisce come strumento per preparare la rivoluzione.

Resta il fatto che parliamo di programmi politici che, a un primo esame, appaiono compatibili con il modo di produzione capitalista e con i suoi assetti istituzionali. Ma e' cosi'?

La verita' e' che, mentre il modo di produzione fordista poteva permettersi il compromesso keynesiano fra capitale e lavoro, il capitalismo contro cui ci troviamo a lottare oggi non vuole, ne' puo', rinunciare ai frutti delle vittorie sulle classi subalterne che ha ottenuto dagli anni Ottanta a oggi; i progetti di ri-nazionalizzazione di settori strategici dell'economia e/o dei servizi pubblici essenziali, le proposte di rendere l'istruzione superiore e l'assistenza sanitaria gratuiti e accessibili a tutti, l'idea di riattivare la separazione fra banche commerciali e banche di investimento, i progetti di sganciamento dalla Ue, eccetera, non sono "riforme" che il sistema potrebbe sopportare, bensi' una minaccia alle sue condizioni di sopravvivenza.

Ecco perche' i partiti di centrodestra e centrosinistra, uniti dalla devozione al liberismo, affibbiano l'etichetta di comunisti persino a formazioni che, come l'M5S, non nutrono velleita' antisistema; o definiscono neofascisti i populisti di destra (anche se questi li inquietano meno, perche' non mettono in discussione le regole del mercato).

Il fatto e' che decenni di controrivoluzione liberista hanno trasformato a tal punto l'economia, le relazioni sociali, le modalita' di funzionamento delle istituzioni pubbliche e la stessa antropologia dei Paesi occidentali, da rendere i programmi appena evocati "sovversivi" a tutti gli effetti, nella misura in cui la loro messa in atto minerebbe le condizioni che rendono possibile l'accumulazione allargata del capitalismo finanziarizzato e globalizzato.

Il capitale non puo' rinunciare ai risultati ottenuti grazie a decenni di "guerra di classe dall'alto" (Gallino) condotta da una e'lite transnazionale fatta di detentori di grandi patrimoni mobiliari e immobiliari, top manager, finanzieri e uomini politici di tutti i maggiori partiti tradizionali, un blocco sociale che, con l'appoggio di larghi settori di classe media e di tutti i partiti tradizionali, e' riuscito a ridurre drasticamente i salari reali; a inasprire tempi e ritmi di lavoro; a rinsaldare la disciplina e le gerarchie nella societa' e nelle aziende; a demolire il welfare e i diritti sociali conquistati al prezzo di dure lotte.

Non a caso, quando la bolla immobiliare del 2007/2008 ha inceppato questo dispositivo di dominio, si e' reagito con nuovi tagli alla spesa pubblica, con massicce privatizzazioni di beni comuni e servizi pubblici e con una serie di "riforme" del diritto del lavoro che hanno ulteriormente ridotto il potere contrattuale della forza lavoro, misure che rischiano di subire ulteriori inasprimenti per far fronte alla crisi innescata dalla pandemia del Covid 19.

La reazione popolare si e' manifestata perlopiu' attraverso il consenso elettorale ai populismi di destra e di sinistra, ma anche questo canale e' stato rapidamente prosciugato (vedi i processi di normalizzazione subi'ti dal Labour, da Podemos e dall'M5S) perche' una versione occidentale dell'economia mista cinese, o di quella che i governi bolivariani hanno tentato di introdurre in America Latina, e' incompatibile sia con le attuali dinamiche di mercato, sia con le forme statuali che ne garantiscono il funzionamento. E'dunque evidente che, per imporre simili cambiamenti, non basta andare al governo: occorre cambiare le strutture e i meccanismi di funzionamento del potere politico.



E qui una domanda sorge spontanea: quale ruolo possono giocare le sinistre radicali occidentali in questa partita?

Le sinistre radicali occidentali non sono all'altezza del compito perche' invischiate da un'ideologia libertaria, antistatalista se non antipolitica: a partire dalla fine dei Settanta, lo strato sociale, politico culturale in cui affondano le radici ha progressivamente rinunciato agli obiettivi delle lotte sociali, rimpiazzandoli con le rivendicazioni dei diritti individuali e civili.

Ma soprattutto esse hanno completamente rinunciato a lottare per la conquista del potere politico, bollato come malvagio in quanto tale; hanno sposato un'ideologia cosmopolita che non ha nulla a che fare con l'internazionalismo proletario; sono passate dalla contestazione delle responsabilita' del sistema capitalista nella devastazione dell'ambiente al sostegno nei confronti di un capitalismo "ecologicamente responsabile"; hanno abbandonato il femminismo socialista per un femminismo liberal progressista che si concentra sui temi del riconoscimento identitario e della parita' di genere all'interno delle regole del mercato e delle istituzioni liberal democratiche; manifestano un profondo disprezzo per le classi subalterne, per i "plebei" che considerano terreno di caccia delle ideologie di destra -- disprezzo manifestato attraverso l'uso sanzionatorio di quel "linguaggio politicamente corretto" che e' divenuto lo strumento egemonico delle e'lite borghesi "progressiste".



E quindi cosa dovrebbe invece fare una sinistra di classe?

E'possibile riprendere le fila del discorso gramsciano aggiornandolo con le lezioni che ci arrivano dalle rivoluzioni cinese e latinoamericane? Una prima risposta e' che, se per queste ultime il problema strategico e' stato costruire l'alleanza fra il proletariato e le altre classi subalterne, per noi il problema prioritario e' ri-costruire l'unita' del proletariato.

La classe non e' un'entita' preordinata, bensi' un costrutto politico, esattamente come il popolo e la nazione; se la "classe in se'" e' il terreno materiale su cui si puo' costruire il progetto della "classe per se'", in assenza di un tale progetto, espressione dell'autonomia del politico, la classe non si eleva al di sopra del ruolo di capitale variabile.

Cio' e' tanto piu' importante in quanto lo smembramento del corpo di classe prodotto dalla rivoluzione neoliberista rende difficile anche la sua ricomposizione sul piano dell'immediato interesse comune, della mera coscienza corporativa; inoltre, l'esperienza latinoamericana insegna che, se e quando si porra' il problema delle alleanze, occorrera' compiere un'accurata valutazione delle contraddizioni interne alle classi medie, separandone gli strati inferiori dagli strati medio-alti che restano saldamente agganciati al blocco egemone delle classi dominanti.

I populismi di sinistra hanno mancato entrambi questi obiettivi: Sanders ha tentato di assemblare un fronte eterogeneo fra le classi lavoratrici e le loro organizzazioni sindacali, le minoranze etniche e le sinistre liberal progressiste, senza stabilire alcuna gerarchia fra questi soggetti, per tacere del fatto che non ha avuto il coraggio di rompere con il Partito Democratico.

Corbyn si e' lasciato condizionare dalla New Left che, facendo entrismo nel Labour, ne aveva favorito la nomina a segretario del Partito -- una base europeista che gli ha impedito di gestire da sinistra la battaglia per l'uscita dalla Ue, per cui si e' alienato l'appoggio di quei settori di proletariato che avevano votato per la Brexit.

Podemos non ha raccolto le sollecitazioni di chi al suo interno insisteva per costruire una vera organizzazione di partito, affondando le radici nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole, nei quartieri, limitandosi a raccogliere un consenso di opinione attraverso campagne mediatiche contro la corruzione e non ha mai osato agitare l'obiettivo dell'uscita dalla Ue.

Me'lenchon ha ceduto alle sirene del centrosinistra che chiamava al fronte unito contro la minaccia fascista del Front National, perdendo l'occasione di recuperare il consenso delle banlieux, transitate dall'appoggio al PCF a quello al FN in odio alle politiche della "sinistra" socialista.

In tutti questi casi si e' preferito dare la precedenza alle alleanze con il ceto medio e con le sinistre progressiste che ne incarnano umori e culture piuttosto che all'ardua impresa organizzativa, ideologica e culturale di ricompattamento delle classi lavoratrici; si e' scelto, cioe', di rivolgere l'attenzione a quei soggetti che si immaginava potessero garantire una rapida vittoria elettorale, piuttosto che privilegiare il lavoro lento e faticoso di costruire una massa critica in grado di cambiare le cose.

Si e' scelta una scorciatoia "comunicazionista", pensando che un discorso efficace avrebbe spalancato le porte del governo, senza porsi il problema di cosa fare una volta raggiungo l'obiettivo.

Ecco l'altra lezione sul tema della transizione che abbiamo imparato dalle altrui esperienze: andare al governo non equivale a prendere il potere; il PCC puo' fare certe cose perche' tiene saldamente in pugno le redini del potere politico.

Per i regimi bolivariani, come si e' visto, le cose sono molto piu' complicate, e ancora piu' complicate sarebbero per noi.



Concludendo, alla luce di tutto questo quali sono a tuo avviso i punti chiave per la ricostruzione di una prospettiva comunista in Italia?

Che forme organizzative e istituzionali dovrebbe darsi un progetto politico di cambiamento radicale? Non ho ricette miracolistiche da offrire: mi sento solo di dire un paio di cose che rischiano forse di suonare generiche.

In primo luogo: e' assolutamente prioritario ricostruire un partito di classe, respingendo la tentazione di riproporre il modello anacronistico del partito di rivoluzionari di professione, ma anche quella di insistere sulla via fallimentare del movimentismo spontaneista, del rifiuto a priori della forma partito e della politica istituzionale.

Occorrera' procedere per tentativi ed errori, sperimentando diverse soluzioni; ricostruire la classe e ricostruire un partito di classe sono obiettivi strettamente intrecciati, il che significa, per esempio, che funzioni politiche e sindacali, pur evitando di confondere le une con le altre, non potranno essere rigidamente separate, e che andranno evitati sia gli eccessi di verticalizzazione sia gli eccessi di orizzontalismo.

Infine, il vuoto spaventoso di cultura politica creato da decenni di egemonia liberista andra' colmato con un poderoso sforzo di formazione, in modo da costruire un ampio strato di quadri intermedi capaci di sfornare alternative ai gruppi dirigenti.

Veniamo al tema dello stato: posto che i programmi riformisti richiamati in precedenza assumono un carattere sovversivo e una coloritura socialista inaccettabile dall'attuale sistema capitalistico, per cui potranno realizzarsi solo in presenza di una radicale crisi non solo sociale ed economica ma anche istituzionale, e' evidente che chi andasse al potere in simili circostanze avrebbe il compito di rivoltare come un calzino le strutture stesse dell'organizzazione statale.

Per adempiere questo compito non basta avere un ampio consenso popolare, occorre anche una formidabile concentrazione di potere, il che ci riconduce al dilemma che attraversa l'intera storia delle rivoluzioni sociali: come evitare degenerazioni autoritarie?

Credo che la risposta consista nella creazione di contrappesi istituzionali che potrebbero assumere la forma di istituti popolari di democrazia diretta e partecipativa in grado di esercitare, ove necessario, il conflitto nei confronti di certe decisioni politiche.

Mi avvio a concludere. Lo scenario appena delineato implica una concezione della transizione al socialismo come processo secolare, fatto di avanzate e ritirate, vittorie e sconfitte, rispetto al quale non e' possibile contare su nessuna "necessita'" storica immanente, ma su una successione di possibilita' che solo l'azione politica consapevole puo' dischiudere, imparando dai propri errori e inventando soluzioni inedite.

Un processo secolare durante il quale non verra' mai a cessare il conflitto di classe, il che non e' un limite bensi' la condizione stessa di poter arrivare alla vittoria, una vittoria che non sara' la fine della storia -- e nemmeno della preistoria, per citare Marx --, non sara' cioe' il paradiso di una umanita' pacificata, una societa' di esseri umani pienamente liberi e realizzati ma, piu' laicamente, un mondo liberato dalla ferocia dello sfruttamento capitalistico, dalla guerra e dalle forme di oppressione di ogni tipo, nel quale il conflitto -- che resta a mio avviso l'insostituibile motore di una storia destinata a non finire mai -- non assumera' piu' forme antagonistiche


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Sipolino Fabio
Sunday 1st of August 2021 11:05:28 AM

sinistrainrete
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Sipolino Fabio
Sunday 1st of August 2021 11:09:02 AM

www.sinistrainrete.info


N° Post: 428
Sipolino Fabio
Saturday 31st of July 2021 09:33:26 AM


Nancy Fraser, "Cosa vuol dire socialismo nel XXI secolo?"




DI ALESSANDRO VISALLI




Il libricino[1] edito da Castelvecchi e' la traduzione della Lectio magistralis che la professoressa Fraser ha tenuto alla rassegna di incontri "Ripensare la comunita'", che la casa editrice ha tenuto nel 2019 a Roma[2]. Si tratta dunque di un testo molto sintetico, scritto per essere letto. Un testo che contiene numerose formule eccessivamente sintetiche, per certi versi comprensibili per il genere del testo ma che dimostrano anche in qualche modo la scarsa dimestichezza con l'insieme del dibattito marxista della tradizione accademica americana (con importanti eccezioni, ovviamente[3]). Parte, infatti, dalla proposta di superare "l'economicismo", ma si muove alla fine interamente entro di esso; critica in Marx la sottovalutazione del lavoro riproduttivo, senza comprendere i contesti ravvicinati e polemici dei testi che critica; sviluppa, in forma travestita, quel che e' un discorso di dipendenza riferito a donne e 'colored', ma certamente generalizzabile; costruisce, alla fine, una proposta che ha un tono decisamente gia' sentito e in effetti e' in contrasto con alcune delle sue premesse (se non altro quelle libertarie).

Ma veniamo in ordine. Per la Fraser bisogna superare gli stretti economicismi e "occuparsi di trasformare la relazione tra la produzione e il suo retroterra di condizioni di possibilita', cioe' la riproduzione sociale, il potere dello Stato, la natura non-umana e le forme di ricchezza che si trovano fuori dei circuiti ufficiali del capitale, ma comunque alla sua portata"[4].

Cio' e' quanto dovrebbe fare il socialismo, ed in effetti e' quanto, pero', e' sempre stato entro il perimetro della sua critica. Presente gia' con Marx, che, tuttavia, aveva altre priorita' polemiche e altri avversari[5] e dunque enfatizzava diversamente le componenti del suo discorso. Per fare mente locale bisogna almeno considerare alcuni fatti scheletrici: Marx opera tra gli anni quaranta e ottanta dell'ottocento, tra Francia e Inghilterra per lo piu', mentre il capitalismo delle fabbriche, ancora non monopolistico, e' in fase di espansione e consolidamento. Al suo tempo il 30% dei lavoratori nelle fabbriche, a Manchester ed in tutti i posti piu' avanzati, erano donne, e il 15% erano bambini. Nella sua opera maggiore, nel capitolo "La giornata lavorativa", come nel successivo "Macchine e grande industria", e' aspramente denunciato il lavoro minorile, fino al 50% e dall'eta' di sei anni, e quello femminile, reso possibile proprio dall'effetto di moltiplicazione della forza dato dalle macchine[6]. Nulla lo fa ritenere che questo effetto venga meno (sara', piuttosto Engels, che gli sopravvive per dieci anni, e la generazione successiva a partire dal 'Bernsteindebatte' e dalla teoria dell'imperialismo di Lenin, ad assistere al consolidamento della tendenza alla crescita dei salari dei lavoratori industriali e quindi alla mascolinizzazione della forza lavoro[7]). Peraltro, sono rintracciabili passi[8] in cui Marx appoggia l'ingresso delle donne nel mondo del lavoro e fuori casa, se pure nelle modalita' in cui si verificava significava solo l'incremento del piu' selvaggio sfruttamento. Come altri in cui sottolinea il ruolo "nobile ed eminente" delle lotte femminili per l'emancipazione dallo sfruttamento sul lavoro[9]. Tuttavia sono passi sparsi, non c'e' dubbio manchi una teoria organica. Nel testo marxiano, da una parte, non si vede abbastanza come problema specifico il fatto che la forza lavoro possa essere distinta per sesso (relegando l'altro sesso alla riproduzione e quindi alla remunerazione indiretta che determina, nella microfisica del potere di coppia, un potenziale di dipendenza), e cio' sia perche' non e' abbastanza evidente al suo tempo sia, e soprattutto, perche' il tema dell'organizzazione della vita quotidiana e' presente in alcuni autori molto influenti dai quale intende prendere le distanze, o che, pur rispettandoli, intende superare[10]. Dall'altra, nella dottrina che i due autori creano in comune viene formulata una teoria implicita dello Stato troppo poco differenziata[11]. Teoria che sarebbe stata oggetto dei volumi successivi della sua opera maggiore, se il tempo lo avesse concesso.

La questione e' sicuramente molto complessa, un tentativo iniziale di perimetrarla era stato compiuto in un recente post[12] che si concentrava sul femminismo "della differenza", invalso a partire dalla critica degli ambienti marxisti, o comunque entro la "controcultura", negli anni sessanta. Un movimento potente che parte proprio dai campus americani, e che vede la Fraser, per elementari ragioni anagrafiche, fortemente coinvolta. Il tono centrale del movimento e' antiautoritario, la tendenza e' di sostituire all'analisi strutturale, per grandi meccanismi funzionali e ad elevato livello di astrazione, una lettura che finisce per mettere in generale sotto accusa la pretesa del piu' generale movimento di liberare tutti. Il discorso di liberazione sarebbe infatti "neutro", se rivolto all'intera societa', senza essere distinto in discorso di genere, delle donne alle donne e degli uomini agli uomini. Ed a sua volta il "neutro" sarebbe, a partire dal linguaggio (la linguistica e' la filosofia e scienza umana egemonica negli anni di incubazione di questa tendenza) in se' oppressivo. Precisamente oppressivo dell'universale femminile. Ne conseguirebbe, abbastanza logicamente, che l'unico modo di rispondere e' quello di separarsi. Si tratta di rivendicare, insomma, la priorita' di un conflitto tra i sessi sul conflitto di classe e l'esistenza di una differenza essenziale fondata sul terreno della presunta omogeneita' interna di queste. Le altre differenze di ceto, di ruolo, restano, ovviamente, ma quella tra uomini e donne sovraintende a tutte. Le teorie della differenza, che nascono dentro e contro il piu' ampio movimento della contestazione antiautoritaria, finiscono per focalizzare interamente la propria attenzione sui temi della cultura, l'ideologia e le forme di resistenza al potere. Questo e' cio' che e' contenuto nella frase, spesso richiamata dall'autrice come refrain ormai consolidato, "superare l'economicismo". Si intende superare l'idea che le differenze economiche siano quelle essenziali.

Come noto Nancy Fraser ha il grande merito di aver visto da tempo i limiti di questa forma influente entro la quale si e' formata. In "Fortune del femminismo"[13], una raccolta che va dalla critica ad Habermas nel 1985 (a TAC[14]) ad interventi che si dispiegano fino al 2010, incornicia il suo femminismo in una teoria della dipendenza focalizzata sulla critica al Welfare State, ma sfocia in una presa di distanza della "terza ondata" del femminismo che abusando del pensiero di Lacan e di una impostazione post-strutturalista finisce per smarrire ogni carica critica al capitalismo. Ovvero di farsi esso stesso "nuovo spirito del capitalismo"[15].

Fatto sta che per la nostra il socialismo del XXI secolo "deve superare non solo lo sfruttamento del capitale sul lavoro salariato, ma anche il suo appropriarsi del lavoro di cura non stipendiato, dei beni pubblici e della ricchezza espropriata a soggetti razzializzati e alla natura non-umana". Ovvero, sempre secondo le formule che propone, deve trovare una via "tra il comunismo sovietico e la socialdemocrazia". A parere dell'autrice il marxismo, invece, avrebbe inquadrato esclusivamente il capitalismo come sistema di sfruttamento di classe, incentrato sulla relazione tra capitalisti e lavoratori nel momento della produzione (e non della riproduzione). Una visione che quindi si sarebbe concentrata solo sul "segreto laboratorio" della produzione, dimenticando di interrogarsi sulla condizione di possibilita' di quest'ultima. E'un'accusa sommaria ed ingiusta.

Avrebbe, il marxismo, trascurato in altre parole di osservare le condizioni non economiche:

La "riproduzione sociale", ovvero il lavoro domestico, la nascita e crescita dei figli, la cura degli adulti e degli anziani e disoccupati. Tutte figure necessarie, ma alle quali "il capitalismo non attribuisce alcun valore, non si preoccupa di rinnovarle e cerca di evitare di pagarne il prezzo fintanto che puo'";
La riserva di ricchezza espropriata alle persone sottomesse per motivi razziali;
I doni e contributi a basso costo provenienti dalla natura non-umani;
I beni pubblici forniti dagli Stati o da altri poteri non privati.
Con questa notevole serie di scoperte che il vecchio Marx si sarebbe dimenticato di sottolineare, la Fraser costruisce la sua vaga nozione di "capitalismo come ordine sociale istituzionalizzato". Un ordine nel quale vigono ingiustizia, irrazionalita' e mancanza di liberta'.

Il punto che dichiara essere cruciale, e nel quale si differenzia la sua nozione di socialismo, sarebbe molto semplicemente il seguente: "la divisione tra la produzione economica, dove il lavoro e' remunerato con salari in danaro, e la riproduzione sociale, dove invece spesso non e' pagato, ma ammantato di sentimentalismo e ricompensato in 'amore'. Storicamente di genere, questa divisione rinforza una fondamentale asimmetria di genere nel cuore della societa' capitalistiche e radica il subordinamento della donna, il binarismo di genere e l'eteronormativita'"[16]. Si tratta quindi di una divisione strutturale tra lavoratori "liberi" e "altri dipendenti". Insomma, sarebbero "liberi" quelli che sono salariati, e "dipendenti" quelli che non risultano occupati (e, quindi, dipendono per la loro sopravvivenza fisica e sociale da qualcun altro).

Questa, alla fine, sarebbe la "visione ampliata", del capitalismo e quindi anche del socialismo.

Ora, messa in questo modo, cioe' nella dichiarazione di dipendenza di chi non viene direttamente remunerato in cambio di lavoro, e tenendo conto che non propone una soluzione socialdemocratica, non e' molto chiaro l'obiettivo. La proposta (non volendo neppure andare verso una soluzione interamente statalizzata) e' di rovesciare l'ordine, non subordinando piu' alla produzione di merci per il mercato la riproduzione sociale, ma, al contrario, mettendo al centro la riproduzione. Quindi propone di dissolvere gli Stati in favore di "nuove unita' politiche demarcate per funzione, le quali operino a differenti livelli e basi di partecipazione sulla base dei principi di competenza"[17]. Per la verita' la formula e' di assoluta vaghezza, come le successive. E potrebbe essere incorporata nella prospettiva neoliberale della governance per agenzie sovranazionali. Ma sembra concretizzarsi nella evocazione di una distribuzione egualitaria delle risorse necessarie alla riproduzione sociale e nella dichiarazione che il plusvalore (per il quale, a dire proprio il vero, adopera la definizione piuttosto di 'surplus') debba essere "distribuito democraticamente". Dunque, bisogna eliminare i mercati. Leggendo il testo si scopre che non devono essere tutti e in generale eliminati, probabilmente l'idea evoca l'Urss, ma solo alcuni. Qui la Fraser introduce una curiosa e poco chiara, almeno in questo testo, distinzione tra "mercati in alto", quelli che organizzano attraverso il sistema dei prezzi la creazione del surplus, "mercati in basso", quelli che distribuiscono le risorse alla riproduzione, (suppongo attraverso la distribuzione delle merci via acquisto individuale), e "mercati in mezzo" (che non sono identificabili chiaramente). Propone, cioe', che non ci siano mercati, in favore di distribuzioni "democratiche" per la riproduzione di base e per il surplus ("mercati in alto e in basso"), ma si possano lasciare "mercati in mezzo". Con le sue parole; "presumendo che ci sia un'eccedenza sociale da destinare si deve considerare la ricchezza sociale collettiva come un tutt'uno. Nessun individuo, azienda o Stato puo' possederla o averne il diritto di disporne. Reale proprieta' collettiva, l'eccedenza deve essere allocata attraverso processi decisionali di pianificazione collettiva che possono e devono essere organizzati democraticamente. I meccanismi di mercato non dovrebbero svolgere alcun ruolo a questo livello. Ne' mercati, ne' proprieta' privata in cima"[18]. Se fosse a livello statuale assomiglierebbe abbastanza alla soluzione sovietica, la quale riteneva peraltro di organizzare la pianificazione secondo procedure costituzionali democratiche. Tuttavia anche per questo ha precisato che lo Stato nazionale si deve dissolvere in favore di agenzie sovranazionali, e quindi tutto assume una colorazione decisamente utopica (o distopica).

Invece la "base", ovvero "il livello dei bisogni minimi", come "riparo, vestiario, cibo, educazione, sanita', trasporti, comunicazioni, energia, tempo libero", dovrebbero essere direttamente forniti come diritti e non sulla base della capacita' di lavorare. Cio', significherebbe, che "i valori d'uso che produciamo per soddisfare queste esigenze non possono essere merci, bensi' beni pubblici". Ovviamente fornito dalle citate "agenzie".

Infine, lo spazio "in mezzo" (non molto chiaro, dato che la base e' distribuita senza lavoro e l'eccedenza distribuita democraticamente) dovrebbe essere affidato a cooperative, comunita', organizzazioni autogestite e progetti autogestiti.

Quindi, ricapitolando, ci sarebbero questi "mercati" in mezzo, che quindi scambiano come "merci" quel che residua tra i bisogni ed il surplus. Sfortunatamente non e' facile immaginare che cosa resti, tolto il livello dei bisogni minimi ed il "surplus".

Qui termina la conferenza, avendo gettato all'uditorio una visione grandiosa, completamente slegata da qualsiasi possibile orizzonte di fattibilita', piena di contraddizioni e frettolose liquidazioni. Una visione che cerca di identificare l'esito immanente delle scelte e dell'assiomatica posta. Se si individua come distinzione essenziale "produzione vs riproduzione", e si trasferisce sul piano 'strutturale' (termine che nelle sue mani significa piu' o meno 'necessario') la caratterizzazione storica sessuale di entrambe, leggendola come fonte di potere e/o dipendenza, ne deriva la separazione della produzione dalla riproduzione. Ma questo puo' solo significare che tra la produzione di 'surplus' ed il suo impiego per la riproduzione deve essere interposta un'agenzia che collettivizzi il primo e lo distribuisca. Tuttavia, questa soluzione e' esattamente lo schema sovietico. Allora lo spirito libertario ed il contesto di origine dell'autrice (ma anche la pressione dell'auditorio) si affacciano avanzando l'interdetto. Ne seguono due cose, la richiesta di "dissolvere lo Stato" e la rinominazione dei "mercati in mezzo", affidandoli alla "societa' civile".

Francamente cosa le due cose significhino, se non una etichetta adatta a non scontentare lo spirito neoliberale che domina interamente il mondo, non e' chiaro. Quel che e' invece chiaro e' il vicolo cieco nel quale questo modo di ragionare porta.

Note
[1] - Nancy Fraser, "Cosa vuol dire socialismo nel XXI secolo?", Castelvecchi, 2020
[2] - Un ciclo di lezioni alle quali hanno partecipato: Saskia Sassen, Ricardo Antunes, Boaventura de Sousas, Teresa Forcades, Piero Bevilacqua, Pascal Chabot, Mario Reale, Nicola Zamperini, Roberta Menchu', Marc Auge', Vandana Shiva, Charles Melman. Qui la locandina.
[3] - Una scuola marxista nordamericana di primaria rilevanza e' ricostruita nel mio libro "Dipendenza", Meltemi 2020.
[4] - Fraser, cit., p.6
[5] - La costruzione ideologica marxiana, ovvero la teoria per gli scopi dell'agitazione politica, trova forma e cresce in uno specifico contesto organizzativo e polemico. Si confronta da una parte con le varie tendenze anarchiche, da Bakunin a Proudhon, dall'altra con i socialismi di Fourier e Owen.
[6] - Karl Marx, "Il Capitale", Vol I, cap. 8 e 13.
[7] - Si puo' individuare un ciclo nella sessualizzazione del lavoro manufatturiero, mentre nell'organizzazione del lavoro artigianale e contadino pre rivoluzione industriale la divisione del lavoro tra i sessi e' piu' connessa ai segmenti del ciclo produttivo, nella prima fase dell'industralizzazione uomini e donne sono richiamati nelle fabbriche (se pur non a parita' di salario), e spesso anche bambini, nella fase successiva, quando cresce la dimensione delle fabbriche e la meccanizzazione, insieme alla composizione organica del capitale e alla estensione del controllo sul mondo (con conseguente estensione e consolidamento dei rapporti ineguali con le colonie), la crescita dei salari (cd. "dividendo imperiale") ottiene un duplice effetto, la mascolinizzazione della forza lavoro e la sua domesticazione. Questa e' la condizione nella quale si trova l'occidente all'esordio del New Deal e delle svolte socialdemocratiche. Questa e' la scena primigenia della seconda ondata del femminismo, nel quale si forma la nostra.
[8] - Ad es. "Resoconto di un discorso di Marx sulle conseguenze dell'uso delle macchine", 28 luglio 1868, in "Scritti", 1867-1870, Lotta Comunista, 2019, p. 510. Quando disse "io non sostengo che non sia bene che le donne prendano parte alla nostra produzione sociale" (ma e' abominevole come lo fanno ora).
[9] - Karl Marx, "Rapporto del Consiglio generale al IV Congresso generale di Basilea", 1 settembre 1869, in "Scritti", cit., p. 125
[10] - Si tratta, ovviamente, dei cosiddetti "socialisti utopisti", ed in particolare di Fourier.
[11] - Ci siamo appena tornati in "Glosse a 'Il concetto di nazione. Ovvero una patata bollente per il marxismo', di Carlo Formenti".
[12] - "Pochi appunti sul femminismo della differenza".
[13] - Nancy Fraser, "Fortune del femminismo", Ombre Corte 2014 (ed. or. 2013).
[14] - Jurgen Habermas, "Teoria dell'Agire Comunicativo", Il Mulino 1986, (ed.or.1981).
[15] - Fraser, cit., p. 245
[16] - Fraser, "Cosa vuol dire socialismo", cit., p.24
[17] - Idem.
[18] - Ivi, p.42




N° Post: 403
Sipolino Fabio
Tuesday 27th of July 2021 07:33:26 AM


La rivolta evoluzionista contro l'economia classica




di Henryk Grossmann
Riproponiamo e mettiamo a disposizione del lettore, per il suo interesse, un importante testo dello studioso marxista Henryk Grossmann, pubblicato per la prima volta in inglese sul Journal of Political Economy 51, n. 5 e 6, The University of Chicago Press, 1943. Tradotto in italiano da Nestore Pirillo e pubblicato nel volume di H. Grossmann, Saggi sulla teoria delle crisi, De Donato, Bari, 1975. Trascrizione in PDF di Rostrum e Riddx, dicembre 2020

external c985f64se1. In Francia: Condorcet, Saint-Simon, Simonde de Sismondi
Qualsiasi analisi teorica di un sistema economico contemporaneo deve condurre alla formulazione di un modello con il quale sia possibile valutare il livello di sviluppo esistente. Per avere validita' tale modello deve essere elaborato a partire dallo stesso processo di sviluppo e non solo dal livello raggiunto al momento dell'analisi. Sara' quindi utile al teorico contemporaneo guardarsi indietro e vedere in che modo il pensiero dinamico o evolutivo sia effettivamente entrato nel campo della teoria economica. Il problema non e' stato presentato in modo adeguato o sufficientemente accurato nella nostra letteratura economica. Cosi', Richard T. Ely scrive: "Si deve probabilmente a Herbert Spencer piu' che a chiunque altro se siamo giunti a riconoscere l'applicabilita' dell'evoluzione ai vari settori della vita sociale dell'uomo"1. Ma il saggio di Spencer a cui Ely si riferisce non apparve fino al 18572, decenni dopo che altri avevano gia' utilizzato le nozioni evoluzioniste nelle scienze sociali. John Bagnell Bury, per citare un esempio piu' recente, ha scritto un intero libro sull'idea di progresso3 senza nemmeno menzionare Sismondi o Richard Jones -- i due uomini che per primi elaborarono l'idea della successione storica di stadi economici sempre piu' avanzati. Nella letteratura economica tedesca il problema o non viene affatto discusso, come nel noto studio di [Karl] Bu'cher sulla genesi dell'economia politica4, che non menziona feudalesimo o capitalismo neanche una volta, oppure la responsabilita' esclusiva di cio' che essi chiamano la "sociologizzazione" dell'economia viene falsamente attribuita a Hegel e alla sua scuola5.

Anche [Edmund] Whittaker, in un recente libro, commette l'errore di sopravvalutare i rappresentanti tedeschi dello storicismo -- la scuola storica tedesca e Hegel. Allo stesso tempo, parlando dei francesi e degli inglesi, cita le concezioni economiche di Saint-Simon, Sismondi, James Steuart e Richard Jones, ma non le loro idee sull'evoluzione. Condorcet non e' menzionato affatto6.

Lo scopo del presente studio e' quello di mostrare il ruolo decisivo degli economisti francesi e inglesi nel gettare le basi delle moderne teorie evoluzionistiche dell'economia, e in particolare del lavoro di Karl Marx. In piena coerenza con la generale trascuratezza riguardo il problema in questione, anche il contributo di Marx alla "sociologizzazione" dell'economia viene ampiamente frainteso. Secondo Sombart, ad esempio, l'importanza di Marx non risiede tanto nel campo della teoria economica quanto in quello della sociologia. "Marx", scrive Sombart, "applica il pensiero evoluzionista al processo sociale"7. Egli ci fornisce "uno sguardo sul carattere storico dell'economia, sulla sua costante mutevolezza nel corso della storia". Egli ha creato per primo il concetto di sistema economico e ne ha fatto l'oggetto della scienza economica"8. Sombart da' cosi' arbitrariamente credito a Marx per affermazioni che costui non ha mai pronunciato, nascondendo e distorcendo in tal modo l'immagine del vero lavoro di Marx9. Purtroppo, il punto di vista di Sombart ha avuto un'ampia eco, anche negli ambienti socialisti. Eduard Heimann, ad esempio, ripete che il contributo decisivo di Marx allo sviluppo dell'economia, il suo vero "significato copernicano", non risiede in teorie specifiche, come la teoria del plusvalore, la teoria della concentrazione o la teoria della crisi, ma nel suo avere, per la prima volta, "storicizzato" o "sociologizzato" l'economia. E'stato Marx, scrive, che "per primo ha concepito [il capitalismo] come un che di storico, e quindi limitato nel tempo, trasformabile e transitorio".

Marx ha potuto avere questa intuizione perche' era "l'erede e l'esecutore del pensiero di Hegel" e perche' possedeva la "volonta' politica" di attaccare la concezione statica del capitalismo10.

Possiamo facilmente disfarci delle presunte basi hegeliane della "storicizzazione" dell'economia. Tutti i grandi teorici dell'Illuminismo francese, ad eccezione di Rousseau, sostenevano la visione filosofica secondo cui la storia era un progresso infinito che segnava il cammino dell'uomo verso la ragione11. Un progresso senza fine implica necessariamente che la realta' esistente, il dato stato delle cose, sara' negato e non continuera' ad esistere all'infinito. Hegel, d'altro canto, pensava che la storia avesse raggiunto il suo obiettivo ai suoi tempi, che l'idea e la realta' avessero trovato il loro terreno comune12. Su questo punto, Marx era piu' vicino alla tradizione francese che a Hegel.

Nei suoi Lineamenti della filosofia del diritto, Hegel modella la nozione di liberta' sulla libera proprieta'13. Il processo storico diventa cosi' la glorificazione della storia della classe media; e le Lezioni sulla filosofia della storia di Hegel si concludono con il consolidamento della societa' della classe media14. Un sistema sociale che non doveva piu' essere trasceso. Vedremo che la tradizione francese, da Condorcet a Saint-Simon e i suoi discepoli, a Sismondi e Pecqueur, era molto diversa. Per costoro l'idea di un progresso storico governato dalla ragione tendeva a voltare le spalle alle classi dominanti per volgersi alla "grande massa di coloro che vivono del loro lavoro" (Condorcet). Essi si opponevano al sistema sociale oppressivo esistente.




N° Post: 389
Sipolino Fabio
Friday 23rd of July 2021 04:46:45 PM


Tre tesi sullo sviluppo economico cinese




di Bollettino Culturale

Cercheremo con questo lavoro, sollecitato a sinistra da testi interessanti sullo sviluppo cinese come "La Cina e' capitalista?" di Re'my Herrera e Zhiming Long o "Il socialismo con caratteristiche cinesi. Perche' funziona?" di Zhang Boying, di analizzare nel dettaglio la questione Cina.

Inizieremo il saggio analizzando tre distinti approcci alla questione: quello di Li Minqi, gia' intervistato su questo sito, di Giovanni Arrighi e di Samir Amin.

L'approccio di Li Minqi e' sviluppato nel libro "The Rise of China and the Demise of the Capitalist World-Economy".

Contrariamente all'opinione prevalente che vede la rapida crescita della Cina come prova dell'indiscutibile successo del libero mercato, Li Minqi offre un'interpretazione molto diversa dell'integrazione della Cina nel sistema capitalista. Sulla base della teoria del Sistema-Mondo, analizza l'ascesa della Cina nel contesto dell'evoluzione storica del capitalismo globale e alla luce dei suoi effetti economici ed ecologici; cosi' afferma che l'integrazione della Cina nei mercati mondiali aiuta a rivelare i limiti storici del capitalismo mondiale.

Vede l'ingresso della Cina nel sistema capitalista con la sua domanda di risorse e la successiva pressione sul "sistema-mondo" come un fattore importante alla base dell'imminente fine del sistema mondiale capitalista. Semplicemente non c'e' abbastanza per tutti per sostenere una Cina (e India) in crescita a livelli di consumo occidentali.

Il problema posto dalla teoria del Sistema-Mondo e' che il capitalismo dipende sempre dalla ricerca del lavoro piu' economico e quindi la produzione si e' spostata da un luogo all'altro per soddisfare quel bisogno. L'ultima grande riserva di lavoro da sfruttare a basso costo e' stata la Cina, che il capitalismo mondiale ha iniziato a sfruttare dagli anni '80 in poi.

Il sistema mondiale capitalista si basa su riserve strategiche di lavoro a cui attingere quando le forze lavoro esistenti iniziano a lottare con successo per salari migliori. Con l'aumento del costo del lavoro in Cina come risultato di una migliore organizzazione dei lavoratori cinesi (e di altre economie emergenti), il capitalismo mondiale avra' esaurito le sue ultime riserve senza piu' nuove riserve strategiche da sfruttare. Il capitalismo, quindi, si sta dirigendo verso un vicolo cieco.

Li Minqi spiega che poiche' gli stati non centrali hanno livelli piu' bassi di proletarizzazione, i lavoratori tendono ad essere meno istruiti, organizzati in modo meno efficiente e sottoposti a una pressione costante per competere contro un grande esercito di riserva rurale. I lavoratori in questi stati, quindi, tendono ad avere un potere contrattuale molto piu' basso e quindi ricevono salari reali significativamente piu' bassi. I bassi salari reali, sia nella periferia che nella semi-periferia, consentono di concentrare il plusvalore globale nel centro e aiutano a mantenere bassi i costi salariali in tutto il sistema. Tuttavia, a lungo termine, lo sviluppo dell'economia mondiale capitalista e' stato associato alla progressiva urbanizzazione della forza lavoro. Dopo un certo disorientamento, i lavoratori urbanizzati hanno sempre lottato per un maggior grado di organizzazione e l'estensione dei loro diritti economici, sociali e politici. Le loro lotte hanno portato a gradi crescenti di proletarizzazione all'interno dell'economia mondiale capitalista.

Cio' si traduce in problemi per il sistema mondiale, poiche' se i costi di produzione aumentano in Cina, ci saranno pochi stati alternativi in ??cui i produttori potranno rivolgersi per sfruttare manodopera istruita a basso costo e con infrastrutture efficienti.

Inoltre, sempre piu', il contributo della Cina al degrado ambientale minaccia di minare l'economia mondiale attraverso la distruzione dell'ambiente.

La Cina sembra essere il faro di un modello alternativo. Gli verranno richieste soluzioni a livello di sistema ai problemi a livello di sistema lasciati dall'egemonia degli Stati Uniti. Fino ad ora la Cina si e' fusa e di fatto ha svolto un ruolo chiave nel sistema globale del capitalismo guidato dagli Stati Uniti. Ora, mentre questo sistema sta morendo, la Cina come potenza emergente dovra' ridefinirsi in questo nuovo ambiente, come sta facendo da quando il paese e' guidato da Xi Jinping.

Ma Li Minqi non vede la leadership cinese all'altezza del compito.

"Date le regole dell'economia mondiale capitalista", scrive, "possiamo contare sul fatto che le e'lite capitaliste cinesi agiscano nell'interesse comune a lungo termine dell'umanita'?" Va aggiunto che Li Minqi considera questa classe dirigente come illegittima e corrotta.

Tuttavia, nell'articolo "L'ascesa della classe operaia e il futuro della rivoluzione cinese" (che mesi fa abbiamo tradotto in italiano) l'autore indica possibilita' ottimistiche per il futuro sviluppo della rivoluzione in Cina e il destino dell'ordine mondiale.

L'umanita' e' ora a un bivio critico. Il funzionamento del sistema capitalista mondiale non solo garantisce l'impoverimento permanente di miliardi di persone, ma e' anche quasi certo che portera' alla distruzione della civilta' umana.

Marx si aspettava che il proletariato svolgesse il ruolo di becchino del capitalismo. Nel corso della storia mondiale, le classi capitaliste occidentali sono riuscite ad adattarsi alle sfide della classe operaia attraverso limitate riforme sociali. Le classi capitaliste centrali hanno raggiunto questo compromesso temporaneo sulla base del supersfruttamento della classe operaia della periferia e del massiccio sfruttamento delle risorse naturali del mondo. Entrambe le condizioni sono ormai esaurite. Nel prossimo decennio o due, le classi operaie proletarizzate potrebbero, per la prima volta, diventare la maggioranza della popolazione mondiale. Con la proletarizzazione di massa in Asia si genereranno le condizioni storiche per avvicinarsi a cio' che, secondo Marx, portera' alla vittoria del proletariato e alla caduta della borghesia.

Essendo il piu' grande produttore mondiale di merci e consumatore di energia, la Cina e' sempre piu' al centro delle contraddizioni del capitalismo. L'analisi di cui sopra suggerisce che le crisi economiche, sociali, politiche ed ecologiche tendono a convergere in Cina.

Data l'eredita' della rivoluzione cinese, le condizioni storiche soggettive possono favorire una rivoluzione socialista rivoluzionaria rispetto alle contraddizioni della Cina. Una parte dei lavoratori statali e' influenzata dalla coscienza socialista e puo' potenzialmente assumere il controllo di settori economici chiave e svolgere un ruolo guida nella prossima lotta rivoluzionaria. Si potrebbe formare un'ampia alleanza di classe rivoluzionaria tra i lavoratori del settore statale, i lavoratori migranti e la piccola borghesia proletarizzata.

A causa della posizione centrale della Cina nel sistema capitalista mondiale, l'importanza di un trionfo della rivoluzione socialista in Cina non puo' essere sopravvalutata. L'intera lunghezza delle catene di merci capitalistiche globali sara' spezzata, il che, a sua volta, inclinera' decisamente l'equilibrio di potere globale a favore del proletariato mondiale. Aprira' la strada alla rivoluzione socialista mondiale del XXI secolo e aumentera' drammaticamente la probabilita' che la prossima crisi globale venga risolta in un modo coerente con la conservazione della civilta' umana. La storia decidera' se i cinesi e il proletariato mondiale saranno all'altezza dei loro compiti rivoluzionari.

L'analisi di Li dei vincoli economici e delle tendenze ecologiche porta alla seguente conclusione nel suo libro "The Rise of China and the Demise of the Capitalist World-Economy". Il moderno sistema capitalista mondiale che si e' evoluto dal XVI secolo si e' basato su un potere egemonico per stabilire le regole e mantenere la struttura all'interno della quale funziona il capitalismo.

Con il declino dell'egemonia statunitense (che si riflette nella sua declinante capacita' e volonta' di perseguire l'interesse comune del sistema a lungo termine) nessun altro stato e' in grado di sostituire gli Stati Uniti e fornire una leadership efficace per il sistema.

Sia la Cina che qualsiasi altro potenziale candidato egemonico soffrono di contraddizioni e debolezze insormontabili. Ne' ha la capacita' di offrire soluzioni ai problemi a livello di sistema. O il Sistema-Mondo esistente ha esaurito il suo spazio storico di potenziale nuova leadership ed e' quindi destinato alla disintegrazione sistemica, oppure la nuova leadership dovra' assumere la forma di un'alleanza di piu' stati di dimensioni continentali, che andranno a formare un governo mondiale che porra' fine all'attuale Sistema-Mondo. L'autore vede la fine del capitalismo come lo conosciamo e annuncia una sorta di governo socialista mondiale come l'unica vera alternativa per poter affrontare le sfide future, in particolare l'allocazione delle risorse scarse tra tutti i richiedenti.

Li Minqi sostiene che la competizione interstatale favorita dal capitalismo e un sistema mondiale che promuove risposte collettive e cooperative credibili a problemi globali come la poverta', il cambiamento climatico e la guerra sono dinamiche che si escludono a vicenda.

Quindi, se vogliamo affrontare efficacemente questi problemi globali, il capitalismo deve essere la prima cosa da affrontare.

Conclude: "Un governo mondiale socialista con una pianificazione democratica globale offrira' la migliore speranza dell'umanita' di sopravvivere alle catastrofi imminenti e preservare le conquiste piu' importanti della civilta' umana". Quello che verra' dopo potrebbe essere un sistema mondiale razionale di produzione orientato a soddisfare prima di tutto i bisogni umani in modo ecologicamente sostenibile.

L'autore offre una panoramica dell'era di Mao, con i suoi successi nella fornitura di servizi sanitari, educativi e infrastrutturali di base, evidenziando che in quella fase furono gettate le basi da cui emerse la nuova Cina capitalista. Altri lavori sulla Cina contemporanea mettono in luce le riforme del 1978 come punto di partenza senza fare riferimento ai successi ottenuti nella fase socialista dello sviluppo cinese. L'autore vede l'abbandono del progetto maoista e la sua sostituzione con l'esperimento capitalista che le politiche di Deng Xiaoping hanno avviato con rammarico. Il socialismo cinese e' stato il prodotto storico di una grande rivoluzione, che si basava sull'ampia mobilitazione e sul sostegno degli operai e dei contadini che costituiscono la maggioranza della popolazione, riflettendo necessariamente gli interessi e le aspirazioni dei lavoratori. D'altra parte, la Cina e' rimasta una parte dell'economia mondiale capitalista ed e' stata costantemente sotto pressione dalla concorrenza militare ed economica dell'economia mondiale capitalista.

Le risorse mobilitate per l'accumulazione del capitale e del plusprodotto dovevano essere estratte dai lavoratori e concentrate nelle mani dello Stato. Questo a sua volta ha creato opportunita' per le e'lite burocratiche e tecnocratiche di usare il loro controllo sul plusprodotto per rafforzare il proprio potere e difendere i propri interessi individuali piuttosto che gli interessi collettivi dei lavoratori. Questa e' stata la contraddizione storica fondamentale affrontata dal socialismo cinese, cosi' come da altri stati socialisti nel XX secolo.

Li Minqi caratterizza il movimento della Cina verso il capitalismo come una rivoluzione imposta dalle e'lite al potere. Afferma che le "riforme" di Deng Xiaoping non sono mai state progettate per essere a beneficio delle masse, ma piuttosto per formare e rafforzare una classe dominante capitalista. I benefici economici spesso citati ottenuti dal lavoratore sono nulla rispetto agli enormi benefici ottenuti dalla classe dominante. Anche adesso, una parte consistente della popolazione e' ancora completamente esclusa dai successi delle riforme economiche cinesi.

Un certo numero di autori si e' posto la questione del perche' la Cina non abbia intrapreso un processo di accumulazione ad alta intensita' di capitale, nonostante vanti mercati integrati, diritti di proprieta' fondiaria relativamente sicuri, lavoro salariato di massa e cosi' via, associando direttamente il capitalismo allo sviluppo dei mercati. Questi autori sostengono che, mentre il capitalismo e' compatibile con la presenza di mercati competitivi e diritti di proprieta' ben garantiti, le condizioni ideali per la continua accumulazione del capitale - e non solo per la sua origine, devono includere accordi che consentono ad alcune persone di aggirare i mercati competitivi, garantendo profitti derivanti ??da monopoli e altri privilegi, garantiti dallo Stato, che mantengono i tassi di profitto a livelli sufficientemente alti da rendere attraente l'investimento in "beni strumentali". Se non fosse per questi accordi, lo stimolo all'accumulazione di capitale si dissolverebbe presto poiche' la concorrenza riporterebbe i tassi di profitto al livello delle societa' di mercato "tradizionali". Da qui la famosa distinzione che Fernand Braudel traccia tra economia di mercato e capitalismo:

"There are two types of exchange: one is down to earth, is based on competition, and is almost transparent; the other, a higher form, is sophisticated and domineering. Neither the same mechanisms nor the same agents govern these two types of activity, and the capitalist sphere is located in the higher form."

Supportati o meno dallo Stato, Braudel considera esempi di commercio a lunga distanza e di intermediazione finanziaria di quest'ultimo tipo. Per lui, "the sheer size of their capital enabled capitalists to preserve their privileged position and to reserve for themselves the big international transactions of the day." Ma e' necessario ricordare che "capitalism only triumphs when it becomes identified with the state, when it is the state", cioe' quando i ricchi mercanti godono della sicurezza dello Stato e del favore necessario alle "dinastie capitaliste" per ampliare la loro fortune per generazioni.

Seguendo la linea di Braudel, anche Arrighi ritiene che la "vittoria" del capitalismo in Europa sulle strutture di mercato esistenti abbia avuto poco a che fare con la proliferazione di attivita' orientate al profitto (queste sono sempre esistite), ma riguarda la fusione tra capitale e governo, che ha spinto gli Stati europei alla conquista territoriale del mondo. In altre parole, sono state le imprese militari e coloniali degli stati europei belligeranti che hanno reso possibile la creazione di "zone economiche strategiche" in cui il capitale potesse essere accumulato a tassi prima inimmaginabili, sia attraverso il debito pubblico, sia attraverso il tax-farming, monopoli commerciali...

Piu' specificamente, se non fosse stato per la competizione interstatale (europea) per il capitale, non si sarebbe formata la simbiosi tra governo e organizzazioni imprenditoriali. E per Arrighi, se non fosse per queste simbiosi, i vasti "elementi del capitalismo" - presenti ovunque e in "tutti i tempi" - non avrebbero mai potuto acquisire un potere tale da rivoluzionare il mondo materiale. Quindi, per l'autore italiano cio' che dovrebbe essere spiegato non sono, principalmente, gli aspetti interni dell'accumulazione di capitale, ma il modo in cui la competizione geopolitica tra gli Stati europei li ha spinti a promuovere una sempre maggiore concentrazione del potere capitalista nel sistema europeo (e poi mondo) nel suo insieme, che serviva gli interessi sequenziali delle potenze capitaliste leader di questo stesso sistema.

La propensione delle persone allo scambio, se esiste una cosa del genere, non puo' spiegare la decisione delle persone di accumulare capitale in modo quasi religioso. Il capitalismo non puo' essere dedotto dai mercati. Ma a differenza di Weber, che intravede un'etica protestante dietro lo spirito capitalista, seguendo Arrighi, possiamo affermare che le prime forme storiche di accumulazione capitalistica provengono non dal mondo del commercio ma dall'arena del potere politico. In definitiva, e' stata la mobilitazione delle risorse della societa' - tramite tasse o debito - al fine di mantenere una forza militare che ha creato le prime reali opportunita' per mercanti e banchieri di accumulare ricchezze senza precedenti. Nell'Europa medievale e della prima eta' moderna, l'accumulo di potere (principalmente potere militare) non era una questione di libera scelta, ma una necessita' permanente, che perseguitava sempre principi e repubbliche. Questa alleanza tra principi e capitale mercantile/finanziario non era solo una delle premesse per la nascita del capitalismo, ma per la sua continua riproduzione. Ogni volta che questa alleanza veniva rotta; ogni volta che le richieste dello stato sulle risorse della societa' svaniscono; una volta che non c'e' piu' guerra (o preparazione alla guerra) e sviluppo tecnologico sovvenzionato dallo stato; in definitiva, non appena non c'e' piu' una lotta di potere all'interno del sistema interstatale capitalista, tutto lo stimolo all'accumulazione capitalistica si dissolve nel nulla - si torna nel mondo del "commercio semplice", la naturale propensione allo scambio di Adam Smith.

Fatta questa doverosa premessa, possiamo analizzare le tesi di Arrighi sullo sviluppo cinese contenute nel libro "Adam Smith a Pechino: genealogie del ventunesimo secolo".

L'obiettivo centrale dell'opera e' di rivedere la teoria dello sviluppo dal punto di vista della teoria dell'economia di mercato sviluppata da Adam Smith per affrontare l'ascesa della Cina. Allo stesso tempo, questo fenomeno e' legato al trasferimento dell'epicentro dall'egemonia statunitense nell'economia politica globale all'Asia.

L'autore rivede anche la teoria della distruzione creativa di Joseph Schumpeter. Riprende l'analisi della teoria del Sistema-Mondo sui cicli sistemici per affrontare le sfide di una "ascesa pacifica", come quella difesa dallo Stato cinese nei suoi discorsi ufficiali.

In generale, Giovanni Arrighi sostiene che l'epicentro dell'economia politica globale tornera' alla sua centralita' nell'Asia orientale nella seconda meta' del XXI secolo, a scapito dell'egemonia nordamericana. Va sottolineato che l'autore parte dal presupposto che la Cina stia attraversando un processo di rinascita economica. In altre parole, l'autore sostiene che questo paese era in precedenza una grande potenza mondiale in grado di promuovere un fruttuoso dinamismo nella regione asiatica. Poi, ha attraversato cicli segnati da crisi e declino economico. Nel prossimo futuro, Arrighi sostiene che sara' impossibile parlare di crescita economica mondiale senza parlare della Cina.

Le ragioni per cui la Cina ha interrotto il ciclo di crescita ascendente e l'ipotesi che il suo declino sia stato associato alla supremazia dell'Occidente dalla fine del XVIII secolo, innescano problemi fondamentali per lo sviluppo dell'opera. Queste domande sono presentate nel seguente passaggio.

"(...) why was the British-led globalization of industrial capitalism in the nineteenth century associated with a sharp economic decline of the East Asian region, and especially of its Chinese center, for at least a century (let us say from the first Opium War to the end of the Second World War) ? And why was this long decline followed by an even sharper economic resurgence of that same region in the second half of the twentieth century? Is there any connection between the earlier regional and global primacy of the Chinese market economy and its present resurgence? And if there is, how does it help in understanding the nature, causes, and prospective consequences of the resurgence?"

A questo punto ci sono tre termini teorici da spiegare per comprendere le argomentazioni di Giovanni Arrighi, sono: Dinamica smithiana, Grande divergenza e Trappola dell'equilibrio di alto livello smithiana.

La nozione di Dinamica smithiana e' fondamentale per capire la prospettiva dell'autore e, di conseguenza, per capire l'origine del titolo del libro. In questo senso c'e' un'allusione alla teoria smithiana dell'economia di mercato attraverso l'analisi della societa' cinese ed europea fino al XVIII secolo, prima della rivoluzione industriale. La dinamica dell'economia di mercato, indipendentemente dal fatto che sia capitalista o meno, si sviluppa attraverso un ciclo che inizia nella produzione. I risultati di questa prima fase portano ad un aumento delle rese che, a loro volta, sono in grado di prevedere investimenti nella produzione per aumentare la produttivita'. In termini empirici, il modo in cui l'Europa e l'Asia hanno ottenuto aumenti di produttivita' nel XVIII secolo e' la chiave per comprendere perche' l'Europa ha guidato la rivoluzione industriale e l'Asia ha preso la strada opposta. A questo proposito, gli studiosi attribuiscono naturalmente diverse ragioni a questa rottura.

Nella rassegna di Arrighi sono presenti diverse interpretazioni di tre studiosi su aspetti che hanno portato a risultati diversi in merito agli incrementi di produttivita' tra queste regioni. Gli autori citati sono: Andre' Gunder Frank, Kenneth Pomeranz e Antony Wrigley. Frank analizza la divergenza attraverso l'investimento discrepante tra lavoro e capitale, o meglio, la Cina ha allocato piu' risorse nel lavoro mentre l'Inghilterra nel capitale. La critica di Arrighi ad Andre' Gunder Frank e' che resta da spiegare perche' c'e' una tale differenza tra l'allocazione di queste risorse.

Pomeranz attribuisce la rottura al ruolo preponderante della colonizzazione in termini di acquisizione di manodopera a basso costo e abbondanti risorse naturali che potrebbero poi essere convertite in capitale. Sebbene Arrighi non neghi il ruolo della colonizzazione in questo processo, l'autore sottolinea che i risultati della colonizzazione furono di fondamentale importanza solo dalla fine dell'Ottocento in poi. Nell'interpretazione di Wrigley, i guadagni di produttivita' dell'Europa erano incentrati sul carbone e sull'energia a vapore, importanti per lo sviluppo dell'industria in Occidente. Tuttavia, Arrighi sottolinea che questo approccio manca di ulteriori spiegazioni, dal momento che la Cina aveva uno dei piu' grandi giacimenti di carbone del mondo.

I guadagni di produttivita', sia tramite capitale, risorse naturali o tramite lavoro, portano a un mercato di consumo piu' ampio e alla necessita' di espansione geografica del mercato. A quel punto, un nuovo ciclo puo' ricominciare con nuove divisioni del lavoro. Tuttavia, questo processo puo' cadere in una trappola smithiana di alto livello. In questa ipotesi, i limiti all'espansione del mercato, sia dovuti a strozzature infrastrutturali nelle innovazioni tecnologiche, sia al basso sviluppo istituzionale (Stato, aziende, organizzazioni di categoria, leggi, tra gli altri), limitano la formazione di surplus di capitale.

Sia l'Europa che l'Asia potrebbero cadere e rimanere nella trappola di alto livello, dato che le dinamiche di mercato prima del 1800 erano simili. Tuttavia, l'Europa ha rotto la trappola con la rivoluzione industriale. In questo processo, la scarsita' di lavoro si trasformo' in surplus di capitale. In Cina sarebbe stato mantenuto il ciclo smithiano, in modo che questa societa' non fosse in grado di rompere con i limiti presentati per l'espansione del mercato. Non solo in Cina, ma nell'Asia orientale, il rapporto tra lavoro e capitale si e' svolto al contrario. In altre parole, in Asia, il miglioramento economico ha determinato una crescita demografica e un conseguente surplus di fattore lavoro. Questo risultato e' stato piu' che proporzionale alla formazione di capitale.

L'Occidente e' passato per una Rivoluzione Industriale e, come presentato dall'autore, sulla base dell'analisi delle opere di Kaoru Sugihara, l'Oriente avrebbe attraversato una Rivoluzione Industriosa. Questo termine e' stato introdotto dall'economista Hayami Akira per affrontare cio' che e' accaduto in Giappone nel XVII secolo e Sugihara ha esteso il concetto all'Asia orientale. La Rivoluzione Industriosa fu il processo di sviluppo economico finalizzato all'uso intensivo del fattore lavoro. Data la struttura sociale caratterizzata da un'elevata demografia e dalla scarsita' di terra coltivabile, i governanti avevano bisogno di allocare tecnologie e lavoro in modo efficiente nelle aree urbane per non avere un calo del livello di reddito. In questo senso, questa politica puo' fornire un aumento del tenore di vita, quindi il verificarsi della trappola di alto livello non induce inferenze dirette al sottosviluppo. Per rafforzare la presentazione del termine, segue il seguente brano del libro.

"In using the concept with reference to China, Sugihara, like Wong and Pomeranz, conceives of the Industrious Revolution, not as a preamble to the Industrial Revolution, but as a market-based development that had no inherent tendency to generate the capital- and energy-intensive developmental path opened up by Britain and carried to its ultimate destination by the United States."

Le diverse caratteristiche presentate nei modelli di sviluppo orientale e occidentale sono state analizzate dalle rispettive nomenclature: sviluppo "naturale" e "innaturale". Lo sviluppo naturale e' caratterizzato dalla decisione di investire nell'espansione del mercato interno. Queste risorse vengono utilizzate principalmente nel miglioramento agricolo per rifornire la popolazione (di solito grandi popolazioni come i cinesi). Il buon andamento dell'agricoltura si traduce nello sviluppo di attivita' manifatturiere che, a loro volta, devono essere ad alta intensita' di manodopera. L'interesse per il commercio estero deve riflettere l'espansione agricola e industriale, o meglio, in caso di eccedenza nel mercato interno. Lo sviluppo "innaturale", invece, e' definito dallo sviluppo economico realizzato attraverso guadagni di produttivita' attraverso il miglioramento tecnologico in tutte le sfere del mercato, cioe' sia nella dimensione produttiva che a livello organizzativo. In questo senso, l'enfasi delle attivita' economiche e' sull'uso intensivo delle risorse non umane a scapito delle risorse umane. Inoltre, l'obiettivo della crescita e' espandere il commercio estero. Questa tipologia di "sviluppo" di solito caratterizza lo stile di crescita occidentale.

Afferma Arrighi, "Either way, a model of the Great Divergence must tell us something, not just about its origins, but also about its development over time, its limits , and its prospects."

Quindi, il dibattito ruota attorno al fatto che la Cina si e' riposizionata sulla scena economica internazionale. In questo senso, Arrighi attribuisce come cause di questa crescita nella seconda meta' del XX secolo a: 1) politiche di riforma graduali, 2) sviluppo del capitale umano attraverso l'investimento nell'istruzione, 3) prevalenza degli interessi nazionali a scapito della interessi capitalistici 4) favorire la concorrenza di societa' estere interessate ad investire nel Paese, nonche' imposizioni che giovano all'economia industriale cinese e 5) il ruolo guida dello Stato cinese, in tutti questi aspetti, ma, soprattutto, nel realizzare riforme dell'accumulazione del capitale nell'era post-Mao senza espropriare i lavoratori rurali dei loro mezzi di produzione.

Il fenomeno dell'accumulazione senza espropriazione e' considerato da Arrighi il fattore piu' importante in questo processo, perche' lo stimolo alla creazione della proprieta' collettiva nei villaggi, dal 1983 in poi, ha consentito agli agricoltori di svolgere attivita' non agricole nelle aree rurali. Di conseguenza, l'eccedenza agricola e' stata utilizzata in altre attivita' economiche, che a loro volta hanno generato dinamismo e sviluppo del mercato interno e mitigato gli impatti negativi dell'esodo rurale e dell'urbanizzazione disordinata.

Nonostante l'analisi della rinascita cinese dal punto di vista di politiche per lo piu' di successo, l'autore osserva anche che vi sono imprevedibilita' nei percorsi di sviluppo che le autorita' cinesi stanno intraprendendo nel corso di questo riposizionamento. Le incertezze di Arrighi sono state influenzate dal fatto che, fino alla pubblicazione di "Adam Smith a Pechino", il fenomeno dell'impianto del capitalismo nel paese, in termini occidentali, era ancora oggetto di forte dibattito. In questo senso, le preoccupazioni che scaturiscono dalla prospettiva di questo autore sarebbero: l'economia mondiale tende attualmente a una nuova convergenza? Dove va la Cina grazia allo sviluppo "naturale" dell'economia di mercato? Se la Cina scegliesse di seguire il percorso di sviluppo "innaturale" (capitalista), quali sarebbero le conseguenze in termini globali?

Arrighi estende l'analisi di Kaoru Sugihara secondo cui la Cina ha seguito un percorso di sviluppo economico ibrido. Vale a dire, ci sono elementi occidentali nell'ascesa della Cina, come il surplus di capitale, la modernizzazione dell'industria attraverso l'innovazione tecnologica e la produzione orientata al mercato estero. Tuttavia, si suggerisce che questi elementi fossero combinati con l'allocazione efficiente delle risorse umane, in modo che la produttivita' dipendesse meno da macchine e attrezzature e piu' dalla forza lavoro domestica, rispetto al modello occidentale. Inoltre, si suggerisce che in questo modello ibrido, l'uso delle riserve naturali sia avvenuto in modo diverso dal percorso occidentale, sia in termini di intensita' che in termini di sfruttamento. In questo caso, il percorso orientale e' un modello di risparmio energetico.

Oltre alle questioni teoriche sulla Grande Divergenza, la prospettiva del riorientamento cinese e' strettamente associata al declino dell'egemonia statunitense.

E'necessario chiarire quale concetto di egemonia viene usato nel libro: "I shall use Gramsci's definition of hegemony as something different than sheer domination."

In altre parole, il concetto utilizzato dall'autore e' una derivazione dei rapporti di classe dominanti, dal contesto nazionale agli Stati a livello internazionale. In questo senso, in linea con le prospettive neogramsciane, un potere crea, protegge e comanda un ordine mondiale mantenendo gli interessi degli stati piu' piccoli attraverso strutture politiche, sociali ed economiche.

Nel caso dell'analisi di Arrighi, gli Stati Uniti stanno perdendo la loro egemonia. Questa osservazione si basa sulla prospettiva che il progetto politico di creare un "governo mondiale", guidato dagli Stati Uniti, e' fallito dopo l'invasione dell'Iraq nel 2003. Questo evento ha simboleggiato che questo paese non era piu' in grado di proteggere l'ordine mondiale attraverso i suoi interessi, in comune con le nazioni del sistema internazionale, perche' questa e' stata una guerra che ha costretto gli stati subordinati a sostenerla militarmente ed economicamente.

La prospettiva di analisi del dominio degli Stati Uniti in Arrighi e' sviluppata nel settimo capitolo del libro "Adam Smith a Pechino", il cui titolo e' "Domination without Hegemony". L'idea qui e' che c'e' stato un evidente declino del potere globale degli Stati Uniti dopo il fallimento dell'invasione dell'Iraq del 2003, insieme al debito degli Stati Uniti, che e' cresciuto vertiginosamente per finanziare questa guerra. Le risorse finanziarie sono arrivate, in particolare, dai paesi dell'Est, soprattutto dal Giappone e sempre piu' dalla Cina. Le acquisizioni di titoli di debito statunitensi da parte di questi paesi, a loro volta, sono stimolate da interessi meno economici e piu' politici, in termini di ingerenza negli affari interni statunitensi.

In questo senso, a proposito di "dominio senza egemonia", Arrighi sostiene che "[...] the US remains the world's preeminent military power and retains considerable leverage in the new "balance of terror" that links its economic policies to those of its- foreign competitors and financiers." Tuttavia, la sua supremazia nell'economia politica globale e' stata ridotta alla centralita' della moneta, data la crescente influenza di altri attori, attraverso il finanziamento del deficit nordamericano nelle transazioni correnti.

Nell'approccio di Arrighi al riorientamento egemonico cinese ci sono due possibili e opposti scenari futuri. Lo scenario positivo e' condizionato da "self-centered market-based development, accumulation without dispossession, mobilization of human rather than non-human resources, and government through mass participation in shaping policies[...]". Lo scenario negativo si verifichera' se la Cina decidera' di seguire il percorso di sviluppo occidentale. Si tratta, in altre parole, di una crescita orientata al commercio estero, con un uso irresponsabile delle risorse naturali e in diretto scontro con gli Stati Uniti in una possibile nuova Guerra Fredda.

Nel complesso, Arrighi prevede scenari sistemici positivi con l'ascesa della Cina e dell'Asia orientale, qualora quel Paese dovesse orientare la propria crescita lungo lo sviluppo naturale. Contrariamente a questa ipotesi, se la Cina seguira' un modello di sviluppo occidentale, ci sara' una situazione di "caos sociale", in cui il Nord globale rivendichera' la sua egemonia con la belligeranza. La tendenza a medio e lungo termine sarebbe quindi un sistema mondiale, in cui i paesi emergenti avrebbero maggior potere contrattuale e l'epicentro dell'egemonia non sarebbe piu' negli Stati Uniti.

Arriviamo alla fine della nostra analisi. Per Samir Amin, il sistema capitalista contemporaneo e' entrato in una nuova fase qualitativamente nuova che chiama "capitalismo monopolistico generalizzato", gia' esistente in passato ma ora con la forza di estendersi a tutte le sfere della societa'.

E'questa trasformazione fondamentale dal capitalismo monopolistico al capitalismo monopolistico generalizzato che spiega la "finanziarizzazione", perche' questi monopoli generalizzati sono in grado, grazie al controllo che esercitano su tutte le attivita' economiche, di pompare una parte sempre maggiore del plusvalore di tutte le aree del mondo da parte di cio' che Amin chiama "imperialismo collettivo", le forze reazionarie dominanti della triade imperialista USA-Europa-Giappone e i suoi alleati reazionari in tutto il mondo.

La globalizzazione capitalista, che e' sempre stata imperialista, fino alla seconda guerra mondiale e' stata caratterizzata dalla pluralita' dei centri imperialisti e dai conflitti tra questi centri. Samir Amin osserva che dopo il conflitto c'e' stata una trasformazione strutturale che persiste dopo la scomparsa della minaccia sovietica. Si e' cristallizzato un fronte comune dei vari imperialismi, che dispone degli strumenti economici, politici e militari di gestione collettiva del sistema capitalistico mondiale.

Nell'articolo "China, 2013", pubblicato su Monthly Review, si propone di confutare l'idea dominante che la Cina debba il suo attuale successo al fatto di aver scelto la via capitalista e di aver aderito alla globalizzazione neoliberista.

Ritiene che la questione se la Cina sia capitalista o socialista sia stata troppo semplificata. Di fronte a questa domanda molto frequente, chi e' al potere a Pechino descrive la strada scelta come "socialismo con caratteristiche cinesi", senza specificare ulteriormente il significato di questo concetto.

Samir Amin afferma che la Cina ha seguito un percorso originale dal 1950. Riafferma l'esistenza di un progetto cinese sovrano e che la rivoluzione maoista ha reso possibile la lunga marcia verso il socialismo, ma allo stesso tempo quello stesso successo puo' significare che non si e' liberi dalla ricaduta nel capitalismo puro e semplice.

Mao descrisse la natura della rivoluzione portata avanti in Cina dal suo Partito Comunista come una rivoluzione antimperialista/antifeudale diretta verso il socialismo. Non ha mai supposto che i cinesi avessero "gia'" costruito una societa' socialista, ma piuttosto la prima fase del lungo cammino verso il socialismo. Samir Amin mette in evidenza il carattere altamente specifico della risposta data alla questione agraria dalla Rivoluzione cinese. In Cina, la terra agricola distribuita non e' stata privatizzata, ma e' rimasta di proprieta' dello Stato e il suo uso e' stato concesso alle famiglie contadine. L'atteggiamento dei contadini cinesi nei confronti dell'applicazione del principio che la terra agricola non e' un bene commerciabile non puo' essere spiegato da una presunta "tradizione" che ignorasse la proprieta', ma piuttosto e' il prodotto di una linea politica intelligente ed eccezionale attuata dal Partito Comunista.

All'inizio degli anni '30, durante la guerra civile, Mao baso' la crescente importanza del Partito Comunista su una forte alleanza con i contadini poveri e senza terra (la maggioranza), mantenne relazioni amichevoli con i contadini medi e isolo' i contadini ricchi in tutte le fasi della guerra, senza realmente inimicarseli. Il successo di questa linea preparo' la popolazione rurale ad accettare una soluzione ai propri problemi che non implicasse la proprieta' privata delle terre acquisite attraverso la redistribuzione. Cosi' Mao riusci' dove il partito bolscevico aveva fallito: nello stabilire una solida alleanza con la vasta maggioranza dei contadini.

Questa "specificita' cinese" ci impedisce di caratterizzare la Cina contemporanea come "capitalista", dice Amin, perche' il percorso capitalista si basa sulla trasformazione della terra in merce.

La decisione di sciogliere le comuni, presa da Deng Xiaoping nel 1980, rafforzo' la piccola proprieta' familiare. I diritti degli assegnatari della terra sono stati notevolmente ampliati. I titolari dei diritti d'uso del terreno possono "affittare" il terreno ma non "venderlo" mai ne' ad altri piccoli produttori ne' ad un'impresa (di fatto non esistono latifondisti in Cina).

La diversita' creativa delle forme di utilizzo della terra ha portato a risultati di efficienza economica, ha preservato e rafforzato la sovranita' alimentare, il tenore di vita delle popolazioni rurali cinesi che contrasta con le forme estreme di poverta' che ancora dominano le campagne dell'India e dell'Africa capitaliste, e a differenza del Brasile, la popolazione urbana e', nel suo insieme, adeguatamente occupata e alloggiata.

Nella Cina contemporanea, la piccola produzione (non necessariamente legata alla piccola proprieta') mantiene un posto importante nella produzione nazionale, non solo nell'agricoltura ma anche in ampi settori della vita urbana.

Secondo l'autore, i principi e le politiche attuate (terra di proprieta' comune e sostegno alla piccola produzione senza piccola proprieta') sono responsabili di questi risultati ineguagliabili. In un futuro socialista, la piccola produzione sarebbe chiamata a riprendere un posto di centrale importanza. La prima etichetta che viene in mente per descrivere la realta' cinese e' capitalismo di stato. Di fatto e' capitalismo nel senso che il rapporto che incontrano i lavoratori assoggettati dalle autorita' che organizzano la produzione e' simile a quello che caratterizza il capitalismo: lavoro salariato ed estrazione di pluslavoro, con forme di sfruttamento anche brutali. Tuttavia, l'instaurazione di un regime di capitalismo di stato e' una tappa inevitabile se si cerca di intraprendere un percorso socialista. Questa e' la fase preliminare del potenziale impegno di ogni societa' a liberarsi dal capitalismo storico sulla lunga strada verso il socialismo/comunismo.

Non esiste un solo capitalismo di stato. Il capitalismo di stato cinese e' stato costruito per raggiungere tre obiettivi: 1. costruire un moderno sistema industriale integrato e sovrano, 2. gestire il rapporto di questo sistema con la piccola produzione rurale e 3. controllare l'integrazione della Cina nel sistema mondiale, dominato dai monopoli della triade imperialista (Stati Uniti, Europa, Giappone). Il raggiungimento di questi tre obiettivi consente il progresso verso il socialismo, ma, allo stesso tempo, rafforza la tendenza ad abbandonare questa possibilita' a favore del raggiungimento dello sviluppo capitalistico, puro e semplice. Cio' che il capitalismo di stato cinese ha ottenuto dal 1950 e' semplicemente incredibile. E'riuscito, infatti, a costruire un moderno sistema produttivo sovrano e integrato in un paese gigantesco, qualcosa di paragonabile solo agli Stati Uniti. E'riuscito a superare l'iniziale dipendenza tecnologica attraverso lo sviluppo della sua capacita' di produrre scoperte tecnologiche. Il Piano (e non l'apertura) e' rimasto il mezzo fondamentale per realizzare la costruzione sistematica del modello economico cinese.

Nella fase maoista della pianificazione dello sviluppo, il Piano e' rimasto essenziale in ogni dettaglio: natura e localizzazione dei nuovi investimenti, obiettivi di produzione e prezzi. Il successo (e non il fallimento) di questa prima fase ha richiesto di modificare i mezzi per realizzare un progetto di sviluppo accelerato. L'"apertura" all'iniziativa privata, dal 1980, ma soprattutto dal 1990, era necessaria per evitare la stagnazione, cosa fatale per l'Unione Sovietica. Nonostante questa apertura abbia coinciso con il trionfo della globalizzazione neoliberista, per questa seconda fase e' stata fondamentale la scelta di un "socialismo di mercato" (come lo chiama il governo cinese), o meglio ancora, di un "socialismo con mercato" e, secondo Samir Amin, ampiamente giustificata.

I risultati di queste scelte sono, ancora una volta, semplicemente incredibili e sono stati raggiunti grazie al Piano e non al mercato. Il Piano e' ancora obbligatorio per grandi investimenti infrastrutturali e nuove abitazioni urbane in condizioni adeguate richieste dal progetto. Rimane inoltre essenziale per gli obiettivi e le risorse finanziarie delle aziende pubbliche e mira all'espansione della piccola produzione di beni urbani, nonche' all'espansione delle attivita' industriali. Il capitalismo di stato cinese ha integrato nel suo progetto lo sviluppo di una dimensione sociale visibile. Questi obiettivi erano gia' presenti nell'era maoista, l'eliminazione dell'analfabetismo, l'assistenza sanitaria di base per tutti, insomma, quello che Pasquale Cicalese nel suo libro "Piano contro mercato. Per un salario sociale di classe" chiama salario sociale di classe. Tuttavia, va notato che da allora la dimensione sociale del progetto ha riacquistato il suo posto e, in risposta a movimenti sociali attivi e potenti, si prevede che continuera' a progredire. Mentre in Occidente si stanno erodendo le conquiste socialdemocratiche della sicurezza sociale, la Cina sta portando avanti l'espansione della sicurezza sociale in tre dimensioni: salute, alloggio e pensioni.

Uno dei concetti centrali degli studi di Amin e' la "tesi della disconnessione" che sviluppa nel suo libro "La de'connexion" pubblicato nel 1988. Elabora una serie di proposte sulla necessita' per i paesi sottosviluppati di "disconnettersi" dal sistema capitalistico mondiale. Questa necessita' di disconnettersi non si pone, secondo Amin, in termini di autarchia, ma come necessita' di abbandonare i valori che sembrano essere dati naturalmente dal capitalismo. La necessita' della disconnessione e' prima di tutto il logico risultato politico del carattere disuguale dello sviluppo del capitalismo. In secondo luogo, la disconnessione e' una condizione necessaria per qualsiasi progresso socialista, sia al nord che al sud. In terzo luogo, gli eventuali progressi che si conseguiranno in questo modo sulla base della disconnessione non potranno costituire la garanzia di una determinata evoluzione successiva verso un socialismo definito a priori. Il socialismo sara' sempre un futuro da costruire. Quarto e ultimo punto, l'opzione pro-disconnessione deve essere discussa in termini politici. Tale proposta e' il risultato di un'interpretazione secondo la quale le pressioni dell'economia non sono assolute se non per chi accetta l'alienazione mercantile propria del capitalismo, poi convertito in un sistema astorico a vocazione eterna.

La Cina maoista si e' a suo modo disconnessa dal sistema capitalista mondiale. L'autore si chiede se, reintegrandosi nella globalizzazione a partire dagli anni '90, la Cina abbia rinunciato completamente e definitivamente a questo disimpegno. La Cina e' entrata nella globalizzazione negli anni '90 seguendo la strada di uno sviluppo accelerato delle esportazioni manifatturiere. Pur avendo avuto successo, il perseguimento di questa scelta e' discutibile, non solo per i suoi effetti politici e sociali, ma anche perche' minacciata dall'implosione del capitalismo globalizzato neoliberista, iniziata nel 2007. Il governo cinese sembra esserne consapevole e inizio' molto presto a tentare una correzione dando maggiore importanza al mercato interno e allo sviluppo della Cina occidentale (si veda l'analisi di Cicalese sulla reflazione salariale in Cina). Samir Amin considera "idiota" l'argomento secondo cui il successo della Cina debba essere attribuito all'abbandono del maoismo il cui fallimento era evidente, all'apertura all'esterno e all'ingresso di capitali stranieri. Al contrario, ritiene che la costruzione maoista abbia messo in moto la base senza la quale l'apertura non avrebbe ottenuto il successo che ha ottenuto.

Ritiene inoltre "altrettanto ridicolo" che il successo della Cina sia dovuto a iniziative di capitali stranieri. L'attrazione di capitali stranieri in Cina, di cui ha beneficiato, non e' alla base del successo del suo progetto. Al contrario, e' il successo del suo progetto che ha reso gli investimenti in Cina attraenti per le multinazionali occidentali. In Cina, gli investimenti stranieri possono beneficiare di bassi salari, input produttivi a costi politici o nulli e realizzare buoni profitti, a condizione che i loro piani siano adatti alla Cina e consentano il trasferimento di tecnologia. Riaffermando la sua tesi sulla necessita' della disconnessione, Samir Amin sosterra' che la Cina post-maoista si e' solo parzialmente integrata nella globalizzazione capitalista. Ecco come la descrive:

"China's integration into globalization has remained, moreover, partial and controlled (or at least controllable, if one wants to put it that way). China has remained outside of financial globalization. Its banking system is completely national and focused on the country's internal credit market. Management of the yuan is still a matter for China's sovereign decision making. The yuan is not subject to the vagaries of the flexible exchanges that financial globalization imposes. Beijing can say to Washington, "the yuan is our money and your problem," just like Washington said to the Europeans in 1971, "the dollar is our money and your problem." Moreover, China retains a large reserve for deployment in its public credit system. The public debt is negligible compared with the rates of indebtedness (considered intolerable) in the United States, Europe, Japan, and many of the countries in the South. China can thus increase the expansion of its public expenditures without serious danger of inflation."

Samir Amin sostiene che, se la Cina e' davvero una potenza emergente, e' proprio perche' non ha scelto la pura e semplice strada capitalista e che, di conseguenza, se decidesse di seguire questa via, il progetto stesso dello sviluppo cinese sara' posto in grave pericolo di fallimento. Questa considerazione dell'autore e' il corollario della tesi sulla polarizzazione (cioe' la costruzione del contrasto centro/periferia) immanente allo sviluppo storico-mondiale del capitalismo. Questa polarizzazione elimina la possibilita' che un paese periferico possa "recuperare" i paesi ricchi nel contesto del capitalismo.

Mao, spirito marxista indipendente, capi' che la battaglia non era definitivamente vinta nel 1949, e che il conflitto tra l'impegno per il lungo cammino verso il socialismo, la condizione per la rinascita della Cina, e il ritorno all'ovile capitalista avrebbe occupato ogni impegno nel futuro. La Cina non ha seguito un percorso particolare dal 1980, ma dal 1950, anche se questo percorso ha attraversato fasi per molti versi diverse. La Cina ha sviluppato un progetto coerente e sovrano, adeguato alle proprie esigenze. Quel progetto non e' certamente il capitalismo, la cui logica richiede che la terra agricola sia trattata come una merce. Questo progetto rimane sovrano nella misura in cui la Cina e' esclusa dalla globalizzazione contemporanea. Il fatto che il progetto cinese non sia capitalista non significa che "e'" socialista, permette solo di avanzare sulla lunga strada del socialismo. Tuttavia, rimane anche minacciato da una deriva verso il puro e semplice ritorno al capitalismo. Lo sviluppo di successo della Cina e' l'unica conseguenza di questo progetto sovrano. In questo senso, la Cina e' l'unico Paese veramente emergente. Nessuno dei tanti paesi che la Banca Mondiale ha certificato come tali sta davvero sviluppando la propria economia perche' nessuno di questi paesi sta portando avanti un progetto sovrano coerente. Tutti sottoscrivono i principi fondamentali del capitalismo puro e semplice, anche in potenziali settori del loro capitalismo di stato. Tutti hanno accettato la sottomissione alla globalizzazione contemporanea in tutte le sue dimensioni, compresa quella finanziaria. Russia e India sono eccezioni parziali a quest'ultimo punto, ma non Brasile, Sudafrica, tra gli altri. A volte ci sono elementi di una "politica industriale nazionale", ma nulla di paragonabile al progetto sistematico cinese di costruire un sistema industriale completo, integrato e sovrano (soprattutto nell'area della specializzazione tecnologica).

Per questi motivi, tutti questi altri paesi, caratterizzati troppo rapidamente come emergenti, restano vulnerabili in misura diversa, ma sempre molto piu' della Cina. Per tutti questi motivi, le apparenze dello sviluppo (tassi di crescita rispettabili, capacita' di esportazione dei manufatti) sono sempre legate ai processi di impoverimento che colpiscono la maggioranza della propria popolazione (soprattutto i contadini), cosa che non avviene in Cina.

Certamente l'aumento delle disuguaglianze e' evidente ovunque, Cina compresa, ma questa osservazione e' superficiale e fuorviante. Una cosa e' la disuguaglianza nella distribuzione dei benefici di un modello di crescita che tuttavia non esclude nessuno (e si accompagna addirittura a una riduzione delle sacche di poverta', come avviene in Cina) e un'altra la disuguaglianza originata dalla crescita che solo avvantaggia un settore minoritario, mentre il destino degli altri resta disperato. La disuguaglianza che risulta dalla differenza tra quartieri con abitazioni di lusso da un lato e quartieri con alloggi confortevoli per la classe media e operaia, dall'altro, non e' la stessa della disuguaglianza che si manifesta nella giustapposizione di quartieri ricchi, abitazioni per la classe media e le favelas per la maggioranza.

I paesi emergenti, eccetto la Cina, sono davvero dei "mercati emergenti" aperti alla penetrazione dei monopoli della triade imperialista. Questi mercati consentono di estrarre, a loro vantaggio, una parte considerevole del plusvalore prodotto nel paese in questione. La Cina e' diversa: e' una nazione emergente in cui il sistema permette di trattenere la maggior parte del plusvalore prodotto.

La strategia politica delle forze dominanti, cioe' del capitale monopolistico generalizzato, finanziarizzato, della triade imperialista collettiva, e' definita dall'identificazione del nemico. Per loro il nemico sono i paesi emergenti, cioe' la Cina, il resto come India, Brasile e altri, sono per loro semi-emergenti.

Perche' la Cina? Perche' la classe dirigente cinese ha un progetto, che consiste nel non accettare i mandati del capitale monopolistico finanziarizzato generalizzato della triade che si impone attraverso i suoi vantaggi: controllo della tecnologia, controllo dell'accesso alle risorse naturali del pianeta, dei mezzi di comunicazione, controllo del sistema monetario e finanziario globale integrato e armi di distruzione di massa. La Cina viene a mettere in discussione questo ordine senza fare rumore. Non sono le fabbriche di produzioni a basso valore aggiunto esportate in tutto il mondo che caratterizzano la crescita cinese ma il suo sviluppo rapido, l'assorbimento della tecnologia all'avanguardia, la sua riproduzione e sviluppo.

La Cina non e' l'officina del mondo, come alcuni credono. Non parliamo di "made in China" ma "made by China", che ora e' possibile perche' hanno fatto una rivoluzione: il socialismo ha paradossalmente costruito la strada che ha permesso di mettere in discussione un certo capitalismo. Per comprendere la natura delle sfide che la Cina deve affrontare oggi, e' essenziale comprendere che il conflitto tra il progetto sovrano della Cina, cosi' com'e', e l'imperialismo nordamericano e i suoi alleati europei e giapponesi subordinati aumentera' di intensita' man mano che la Cina continuera' il suo successo. L'obiettivo della strategia politica degli Stati Uniti e' il controllo militare del pianeta, l'unico modo in cui Washington puo' mantenere i vantaggi che l'egemonia gli da'. Per Samir Amin le guerre in Medio Oriente sono un elemento preliminare alla guerra preventiva (nucleare) contro la Cina, prevista a sangue freddo dall'establishment americano come qualcosa di necessario prima che sia troppo tardi. Promuovere l'ostilita' verso la Cina e' inseparabile da questa strategia globale. Coloro che promuovono gli attacchi alla Cina stanno contribuendo a mantenere viva questa possibilita', dice Amin.

L'unica risposta possibile a questa strategia deve procedere a due livelli: 1. rafforzare le forze militari cinesi e dotarle della possibilita' di una risposta deterrente e 2. perseguire con tenacia l'obiettivo di ricostruire un sistema politico internazionale policentrico, rispettoso di tutte le sovranita' nazionali , e in questo senso, promuovere il risanamento delle Nazioni Unite, ormai emarginate dalla NATO e dare priorita' alla ricostruzione di un "fronte sud" (una specie di seconda Bandung), capace di sostenere iniziative indipendenti dei popoli e degli Stati del Sud.

Samir Amin sottolinea che la Cina e' a un bivio ideologico e ritiene necessario un processo di ripoliticizzazione e democratizzazione della gestione politica legata al progresso sociale, ma non alle caratteristiche della democrazia borghese occidentale, che considera una farsa.

Seguire i principi di un sistema elettorale multipartitico come sostenuto dai media occidentali e difeso da "dissidenti" che si presentano come autentici "democratici" non risponde alla sfida. Al contrario, l'applicazione di questi principi non poteva che produrre in Cina l'autodistruzione del progetto di sviluppo sociale e rinascita.

La Cina non solo ha raggiunto un crocevia ideologico, ma e' a questo bivio ogni giorno dal 1950. Le forze sociali e politiche di sinistra e di destra attive nella societa' e nel partito si sono sempre scontrate. Nell'era maoista, la linea di sinistra non ha prevalso senza combattere. Mao ha formulato e messo in pratica un principio generale per la gestione politica della nuova Cina che si riassume in questi termini: mobilitare la sinistra, neutralizzare (non eliminare) la destra, governare dal centrosinistra. Secondo l'autore, questo e' il modo migliore per escogitare un modo efficace per avanzare attraverso progressi successivi, compresi e sostenuti dalla stragrande maggioranza. In questo modo, Mao diede un contributo positivo al concetto di democratizzazione della societa' insieme al progresso sociale sulla lunga strada verso il socialismo. La "linea di massa" era il mezzo per produrre consenso su obiettivi strategici in costante progresso.

Samir Amin si chiede, come dovrebbe la Cina ricostruire l'equivalente di una nuova linea di massa nelle nuove condizioni sociali? Crede che non sara' facile, perche' dal 1990, con l'apertura all'iniziativa privata, appare una nuova e potente destra: imprenditori di successo e funzionari statali e di partito che mescolano il controllo con la collusione, e anche con la corruzione. Il potere della dirigenza, che si e' spostato a destra nel Partito Comunista, basa la stabilita' della sua gestione sulla depoliticizzazione e le illusioni ingenue che l'accompagnano. Il successo delle politiche di sviluppo incoraggia il sostegno alle idee di destra nelle classi medie in espansione. Ma Samir Amin aggiunge un'ulteriore considerazione che considera importante: la produzione su piccola scala, soprattutto contadina, non e' motivata da idee di destra, come pensava Lenin (cosa che era vera nelle condizioni della Russia). I contadini cinesi nel loro insieme non sono reazionari, poiche' non sostengono il principio della proprieta' privata, in contrasto con i contadini sovietici. Al contrario, i contadini cinesi sono attualmente una classe che non offre soluzioni di destra, ma fa parte del campo di coloro che si battono per l'adozione di politiche sociali ed ecologiche piu' coraggiose. I contadini cinesi sono in larga misura nel campo della sinistra, accanto alla classe operaia. La sinistra ha i suoi intellettuali organici ed esercita una certa influenza sugli apparati statali e di partito.





N° Post: 386
Sipolino Fabio
Wednesday 21st of July 2021 08:11:56 AM


Arriva la Grande Depressione?




di Visconte Grisi

Great Depression
Cominciamo con alcune notizie sulla pandemia riportate sulla stampa. Il 20 maggio Adnkronos riporta la proposta avanzata dal presidente e amministratore delegato Pfizer Albert Bourla, di rinnovare anno dopo anno il vaccino contro il Covid-19, come per l'influenza stagionale. Gli fa eco Ugur Sahin, co-fondatore e amministratore delegato di BioNTech: "Ci sono prove crescenti che il Covid-19 continuera' a rappresentare una sfida per la salute pubblica per anni"[1]. Al netto degli evidenti interessi economici della multinazionale del farmaco, che comunque continua a fare il bello e il cattivo tempo sulla fornitura dei vaccini, non e' improbabile che la previsione suddetta possa rivelarsi realistica, vista la proliferazione delle varianti del virus, di cui quella Delta si diffonde al momento attuale con grande rapidita'. Del resto anche il vaccino per l'influenza stagionale deve essere ripetuto ogni anno per il manifestarsi di varianti del virus influenzale. E poi, anche al di la' delle varianti del virus, non risulta che, nell'anno trascorso, si sia fatto qualcosa per rimuovere le cause della pandemia, e non e' possibile che cio' avvenga in futuro rimanendo entro i limiti del modo di produzione capitalistico teso, come si sa, alla ricerca spasmodica di profitti in ogni angolo della terra, cosa che ha portato alla attuale devastazione ambientale. Per il momento comunque si parla gia' di una terza dose di vaccino da praticare in autunno quando, guarda caso, si ridurra' l'azione dei raggi solari Uva e Uvb che "nel giro di poche decine di secondi uccidono completamente il Sars-Cov-2", come ha dimostrato uno studio italiano pubblicato recentemente[2].

Esiste cioe' la possibilita' che la situazione attuale evolva nella trasformazione, detto in termini medici, da una malattia epidemica a una endemica, di cui ci sono vari esempi nella storia della medicina, ovvero in quella che qualcuno ha definito una pandemia permanente[3]. Tanto per continuare nella simulazione di una situazione di guerra, che ha caratterizzato la retorica mediatica fin dall'inizio della pandemia, si potrebbe realizzare il passaggio a una pandemia permanente, come surrogato della guerra permanente che coinvolge ora i paesi a piu' avanzato sviluppo capitalistico. Ma quali potranno essere le conseguenze a livello economico e politico di questa "pandemia permanente"? Naturalmente non possediamo una sfera di cristallo per poter predire il futuro, percio' dobbiamo limitarci ad alcune previsioni, il piu' possibile realistiche, anche per poter orientare le nostre azioni in un prossimo futuro.

L'ipotesi piu' probabile dunque e' che la pandemia permanente possa costituire l'innesco di una grande e duratura recessione con tutte le relative conseguenze di disoccupazione di massa e impoverimento delle classi lavoratrici. Qualcosa di simile alla "stagnazione secolare", il concetto rispolverato nel 2015 dall'economista Larry Summers, ex segretario al Tesoro USA all'epoca di Bill Clinton[4]. Per completare il quadro manca solo un ulteriore crollo finanziario, dopo quello del 2008, ma le premesse ci sono tutte visto il mastodontico indebitamento sia pubblico che, soprattutto, privato. Il riferimento naturalmente e' agli anni 30 del secolo scorso, ma questa volta il ricorso a una terza guerra mondiale per risolvere la crisi e' reso molto problematico dall'entita' delle distruzioni che un tale evento comporterebbe. Da molte parti quindi si invoca il ritorno a politiche neokeynesiane di "sostegno della domanda" attraverso ingenti opere pubbliche finanziate in deficit, ovvero all'emissione di moneta da parte delle banche centrali per sostenere gli investimenti. Questo e' in fondo il significato del Recovery Fund e del PNRR del governo Draghi. Ma ormai e' evidente che l'emissione di moneta in deficit da parte dello stato non si traduce immediatamente in investimenti produttivi e in nuova occupazione. "La questione piu' importante, tuttavia,e' cio' che governa un'economia capitalista, ossia e' la profittabilita' degli investimenti dei capitalisti che guida la crescita e l'occupazione, non le dimensioni del deficit pubblico"[5].

A quanto gia' detto e' necessario aggiungere un altro elemento e cioe' il vistoso aumento di prezzo delle materie prime. Quando parliamo oggi di materie prime non intendiamo tanto il petrolio, il gas naturale o il carbone, di cui peraltro esiste oggi nel mondo una grande sovrapproduzione, quanto di alcune materie prime necessarie alla cosiddetta transizione green e a quella digitale. Parliamo di rame, litio (batterie), silicio (microchip), cobalto (tecnologie digitali), terre rare (magneti permanenti), nichel, stagno (microsaldature), zinco. Alcuni esempi: in appena un anno lo stagno ha registrato un incremento del 133%, il prezzo del rame e' aumentato del 115%, il rodio, una "terra rara" utilizzata per collegamenti elettrici e marmitte catalitiche, piu' 447%, il neodimio (super magneti per i sistemi di illuminazione e l'industria plastica) piu' 74%[6]. A questi vistosi aumenti concorrono diverse cause: dalle difficolta' di estrazione che comportano enormi devastazioni ambientali con l'utilizzo anche di lavoro minorile in Congo e altrove, all'aumento a dismisura dei costi di trasporto, per finire con le immancabili speculazioni finanziarie sulle materie prime e sui titoli derivati a esse legati. Questa combinazione fra stagnazione e inflazione potrebbe ricordare la grande crisi degli anni 70, dopo la famosa "crisi petrolifera" del 73, quando, per descrivere la nuova situazione economica venne coniato il termine, poi diventato corrente, di "stagflazione".

I politici e gli industriali ostentano una incrollabile fiducia nella "crescita" ma in realta' nessuno sa esattamente cosa fare per favorire una improbabile "ripresa", i politici ne traggono naturalmente motivi per giustificare il loro arricchimento personale. La spettacolarizzazione della politica, gia' annunciata dai situazionisti, cresce continuamente in maniera direttamente proporzionale alla sua impotenza[7]. L'indefinito periodo di stagnazione, in cui ci troviamo da 40 anni, puo' subire inaspettate e improvvise accelerazioni con un aggravarsi della disgregazione sociale. La rivolta di per se' non e' sufficiente per opporsi, ma dovra' coinvolgere i settori produttivi della societa'. Il modello di disgregazione, in fondo, potrebbe portare a conseguenze molto gravi: disfunzionalita' totale del sistema, usura della struttura materiale della produzione e logoramento delle risorse produttive della societa' che del resto gia' si manifestano nelle forme piu' svariate (black out energetici, disastri ferroviari, incapacita' di risposta a catastrofi naturali ecc.), fino ad arrivare ad un punto in cui lo stesso valore d'uso delle merci viene posto in discussione.

E' meglio precisare subito che parlare di declino del capitalismo non ha niente a che vedere con la teoria del crollo, corrente nella III internazionale. Quella era una cattiva teoria che non teneva conto del fatto che, nelle crisi cicliche di sovraccumulazione, il meccanismo stesso di risoluzione della crisi poneva le basi per la ripresa dell'accumulazione, mediante una distruzione accelerata di capitale. Il fatto e' che questo meccanismo sembra non funzionare piu' da trent'anni a questa parte, ma questo non produce un crollo, ma l'avvio di una fase di declino piu' o meno lenta, con le sue possibili accelerazioni, come quella oggi all'opera a causa della pandemia. Abbiamo a che fare di fatto con la decadenza storica di un modo di produzione e quindi con processi di involuzione di lungo periodo.

Gli scenari futuri includono queste emergenze:

- crescita esponenziale dell'indebitamento sia pubblico che privato che naturalmente sara' ripagato dai lavoratori, mediante riduzione dei salari, nuove tasse e tagli alla spesa pubblica;

- i grandi gruppi finanziari troveranno il modo di incrementare la loro ricchezza e aumentera' il divario fra l' 1% e il 99%;

- le grandi multinazionali si concentreranno ancora di piu' per aumentare i loro profitti e cio' provochera' il fallimento di tante piccole e medie imprese con il conseguente aumento esponenziale della disoccupazione;

- verranno messe in cantiere opere pubbliche distruttive per l'ambiente, come la TAV o il TAP;

- si imporranno forme di governo autoritarie e decisioniste e aumentera' la militarizzazione del territorio e della societa';

- aumentera' la produzione di armi e la produzione per i consumi di lusso, dalle Ferrari ai Rolex agli yacht. Il complesso militare-industriale non rinuncera' facilmente a una sua particolare "riproduzione allargata", anche perche' al suo interno si svolge il grosso della ricerca scientifica e tecnologica , con le sue crescenti propaggini nelle universita' private e pubbliche. E poi qualche capitalista deve realizzare i suoi profitti, anche se la produzione di armi e quella di lusso in generale costituiscono un consumo improduttivo di plusvalore per il capitale sociale.

- riprenderanno fiato le tendenze "sovraniste", anche se e' ormai difficile rimettere in discussione la divisione internazionale del lavoro che si e' affermata negli ultimi decenni.

Un'ultima annotazione per quanto riguarda le piccole e medie imprese. L'Unione Europea ha emesso una direttiva che, a partire dal 3 luglio 2021, vieta la produzione in plastica, anche biodegradabile, di posate, piatti, cannucce, contenitori per alimenti e quant'altro, per cercare di evitare il formarsi negli oceani di isole di materiale plastico, come gia' avviene nell'Oceano Pacifico e altrove. Ora si da il caso che l'Italia produce il 66% di tutta la plastica biodegradabile d'Europa. "Le aziende coinvolte sono 280 aziende, con 2780 addetti, e un fatturato annuo di 815 milioni di euro[8]. Una media quindi di 10 addetti per ogni azienda!! Si teme naturalmente una massiccia perdita di posti di lavoro nel settore. O ci sara' forse una delocalizzazione al di fuori della UE?

Infatti, mentre scrivevo queste note, e' arrivata la notizia della chiusura della Gianetti Ruote a Ceriano Laghetto (MB). L'azienda, che chiude dopo 108 anni di storia, produceva cerchioni per i camion Volvo e Iveco e per le moto Harley-Davidson. I 152 operai dipendenti sono stati avvisati della chiusura con una email il lunedi' mattina, quando pero' il sabato prima avevano effettuato il lavoro straordinario! Il fatto e' che i principali concorrenti di Gianetti, come Maxion e Accuride/Mefro hanno investito in paesi come Turchia, Russia e Cina, dove il costo del lavoro e' molto piu' basso[9]. Naturalmente da subito gli operai hanno fatto dei picchetti davanti alla fabbrica per impedire che vengano portati via i macchinari. L'avvio della procedura di licenziamento e' la prima nell'Italia dell'era Draghi, dopo la fine del blocco per le grandi imprese, nonostante l'accordo firmato in precedenza tra governo, sindacati concertativi e associazioni delle imprese, che prevedeva l'utilizzo della CIG prima di licenziare. A Ceriano Laghetto, invece, si e' passati subito ai licenziamenti.

Pochi giorni dopo la stessa sorte e' toccata, e con le stesse modalita', ai 422 operai della GKN di Campi Bisenzio (FI), una storica fabbrica di componentistica auto. "La GKN e' una delle fabbriche piu' sindacalizzate d'Italia, con gli operai in maggioranza schierati con la opposizione di classe in FIOM, che negli anni hanno ottenuto trattamenti di miglior favore rispetto ai contratti collettivi peggiorativi firmati da Fim, Fiom e Uilm"[10]. E' difficile quindi non pensare che i licenziamenti siano un tentativo da parte padronale di eliminare operai combattivi e non disponibili ad accettare supinamente la flessibilita' del lavoro richiesta da una eventuale ristrutturazione sul modello dell'industria 4.0.

La Grande Depressione e' gia' cominciata?

* * * *

Appendice
Le balle del capitale: Non e' vero che la flessibilita' crea occupazione, i dati smentiscono gli slogan politici
di Massimo Alberti, "Radio Popolare", 16.07/2021

Il primo rapporto dell'istituto nazionale per l'analisi delle politiche pubbliche conferma le tendenze rilevate da Inps e Istat, e smentisce alcuni slogan liberisti fatti propri dalla politica, dalla Lega al PD. Il primo: non e' vero che la flessibilita' crei occupazione. Negli ultimi 10 anni i contratti a tempo (che raramente arrivano a 12 mesi) sono cresciuti del 36,3%, ma hanno inciso per solo l'1,4% sull'occupazione complessiva. A fronte di questi dati sembra incredibile la proposta del PD di togliere i vincoli ai contratti a tempo passata col decreto sostegni. Il secondo: non e' vero che l'aumento dei salari dipenda dall'aumento della produttivita'. A fronte di una crescita seppur debole di produttivita' del lavoro, le retribuzioni hanno subito una marcata contrazione. La conseguenza? Un peggioramento persistente della distribuzione funzionale del reddito, scrive Inapp, dove la flessibilita' ha prodotto precarieta' e peggioramento dei salariali. Meno tutele, e meno soldi. E questa redistribuzione al contrario, dove le scelte politiche spostano profitti dalle tasche di chi lavora a quelle degli imprenditori, sta proseguendo anche nei primi mesi del 2021, dove con la ripresa post covid tutti gli indicatori di crescita per le imprese sono positivi. Nel trimestre tra marzo e maggio secondo Inapp gli occupati precari sono saliti di 188mila, mentre gli stabili sono diminuiti di 70mila. E'quella sostituzione in corso nelle aziende che da tempo denunciano i delegati, destinata ad accentuarsi, come stiamo vedendo con la fine del blocco dei licenziamenti, e con gli incentivi senza vincoli contrattuali e salariali previsti dal Recovery Plan. Ultimo capitolo dedicato alla pubblica amministrazione. Altro che fannulloni e parassiti. In Italia i dipendenti pubblici siano drammaticamente sotto organico, e senza turn over con un costante invecchiamento, e 350 mila posti in meno negli ultimi 10 anni che ci confermano tra i fanalini di cosa in Europa, in particolare in due settori strategici: sanita' e scuola. Dati che mostrano la necessita' prioritaria, ignorata dal governo, di un massiccio piano di centinaia di migliaia di assunzioni pubbliche stabili in tempi rapidi.

Note
[1] https://notizie.virgilio.it/covid-vaccino-richiamo-annuale-proposta-pfizer-1482313.
[2] https://www.dottnet.it/articolo/32527673/studio-italiano-cosi'-il-sole-distrugge-il-covid.
[3] https://pungolorosso.wordpress.com/2021/02/22/andiamo-verso-una-pandemia-permanente-neil-faulkner-the-ecologist/.
[4] Enrico Marro, Ecco cos'e' la stagnazione secolare e perche' ci fara' del male, "Il Sole 24 Ore", 11/03/2016.
[5] Vedi Michael Roberts, La teoria della moneta moderna -- in folio.asterios 2020.
[6] Milena Gabanelli e Rita Querze', Allarme materie prime: le ragioni non dette, "Corriere della Sera", 7 giugno 2021.
[7] A questo proposito vedi anche: Alessandro Dal Lago, Riflessioni sulla pandemia, "Aut Aut" 389:
"Quello che la diffusione del Covid-19 ha sicuramente insegnato, a partire dai primi mesi del 2020, e' l'impotenza dei decisori e dei loro consiglieri. Indipendentemente dal fatto che alcuni governi abbiano minimizzato l'impatto dell'epidemia ( Stati Uniti, Brasile, Inghilterra, ecc. ) e altri abbiano assunto un atteggiamento in qualche misura autoritario e pedagogico ( come il governo francese e quello italiano, che ha persino valutato la possibilita' di vietare riunioni familiari...), la verita' e' che nessun governo e' in grado di controllare la vita sociale"
"Al di la' dell'apparenza di un autoritarismo paternalistico e pastorale che starebbe limitando le nostre liberta' fondamentali il potere in occidente si sta dimostrando fragile e per lo piu' inetto. I divieti di assembramento e di circolazione adottati un po' dappertutto tra proteste e focolai di ribellione sembrano piu' mosse disperate che non prove di un futuro stato autoritario".
[8] Domenico Affinito e Milena Gabanelli, Plastica monouso addio. Anche se biodegradabile, "Corriere della Sera", 21 giugno 2021.
[9] https://www.huffingtonpost.it/entry/152-licenziamenti-alla-gianetti-laccordo-governo-parti-sociali-e-gia-superato_it_60e1cbfde4b068186f506103?ncid=other_whatsapp_catgqis0hqm&utm_campaign=share_whatsapp.
[10] Tratto da un volantino del Coordinamento Lavoratori/Lavoratrici Autoconvocati (C.L.A.) per l'unita' della classe.




N° Post: 384
Sipolino Fabio
Tuesday 20th of July 2021 08:33:29 AM


L'Economist e il mito del libero mercato





Grace Blakeley intervista Alexander Zevin

La storia del giornale liberista per eccellenza racconta il modo in cui il pensiero liberale si adatta ai diversi contesti. Ed evidenzia la sua eterna tensione con la democrazia

economist jacobin italia 1536x560Marx una volta defini' l'Economist "la tribuna dell'aristocrazia della finanza". In qualita' di rivista dominante del liberalismo d'e'lite, ha svolto un ruolo importante nel plasmare e promuovere l'ideologia liberale, attraverso i suoi cambiamenti e continuita', dalla sua fondazione nel 1843 ad oggi.

Alexander Zevin, assistente professore di storia alla City University di New York e redattore della New Left Review, ha recentemente pubblicato un nuovo libro, Liberalism at Large: The World According to the Economist, che approfondisce la storia del liberalismo attraverso la lente di osservazione dell'Economist.

In una puntata del podcast di Tribune, A World To Win, Grace Blakeley di Tribune ha discusso con Zevin della storia dell'ideologia liberale, se e' in crisi e come evolvera' dopo aver plasmato l'ordine mondiale.

* * * *

Che cos'e' il liberalismo?

Il mio libro scarta alcune idee su cosa sia il liberalismo per arrivare a una definizione migliore. Mi riferisco alle analisi secondo cui il liberalismo inizia nel diciassettesimo secolo con John Locke e le sue idee e teorie politiche o con Adam Smith nel diciottesimo secolo con La ricchezza delle nazioni e cose del genere. Io sostengo che il liberalismo emerge davvero e deve essere compreso nel suo contesto storico nel periodo sulla scia delle guerre napoleoniche: questo e' il momento in Europa, Spagna e poi in Francia, in cui le persone si descrivono per la prima volta come liberali.

Dobbiamo discutere di cosa sia il liberalismo in virtu' di questa autodefinizione. Se prendiamo le mosse da quel momento, vediamo molto chiaramente che e' una reazione a diversi sviluppi, uno dei quali e' il crollo dei vecchi regimi in Europa in modo da far emergere una nuova forma della politica borghese. Da un lato, e' contro l'assolutismo, vuole un governo responsabile, vuole le elezioni, almeno in un certo senso per alcune persone, e vuole i diritti costituzionali e cose del genere. Ma d'altra parte, si spaventa molto presto delle mobilitazioni di massa della plebe. Quella sorta di spazio intermedio e' il punto in cui inizia il liberalismo.

E'anche il momento in cui il capitalismo industriale prende davvero il sopravvento. Sono le cose a cui la gente pensa quando si tratta di regolazione, controlli e contrappesi e governo responsabile, ma e' anche questo fenomeno che puo' davvero emergere solo all'inizio del diciannovesimo secolo quando i liberali affrontano sfide come la richiesta del voto da parte dei cittadini comuni e la diffusione del capitalismo e cosa questo significa per la governance e l'economia.



Da quel punto di vista, l'argomento secondo cui i neoliberisti negli anni Ottanta vedevano la democrazia come impedimento all'introduzione delle politiche economiche che auspicavano e' in realta' una tensione che e' insita nel liberalismo sin dal suo inizio: la tensione tra democrazia, rappresentanza democratica e gli interessi del capitale. Giusto?

Si', assolutamente. Una delle cose che e' stata oscurata durante la Guerra Fredda e anche oggi, e' l'idea che liberalismo e democrazia vadano insieme, che ci siano queste cose chiamate democrazie liberali, che noi viviamo in questo contesto e che sia impossibile che queste due cose vengano separate. Storicamente, i liberali non erano democratici. Hanno escogitato molte strategie diverse per cercare di limitare il voto a coloro che hanno un'istruzione o a coloro che percepivano una certa quantita' d reddito o pagavano un'imposta sulla proprieta': strumenti ingegnosi per porre dei limiti costituzionali alla possibilita' della classe operaia -- della plebaglia -- di votare. La cosa interessante e' che i neoliberisti affrontano in un contesto nuovo un problema a cui i liberali hanno pensato fin dagli albori del liberalismo. In un certo senso, le democrazie rimangono anche quando i neoliberisti vanno al potere -- all'inizio degli anni Ottanta -- ma ci sono nuovi modi e nuovi mezzi a loro disposizione per cercare di affrontare questo problema di redistribuzione, di richieste di diritti economici che possono interferire con il libero funzionamento del mercato e il meccanismo dei prezzi che ritengono fondamentale per garantire la liberta' individuale e il buon funzionamento del capitalismo.



Il titolo completo del tuo libro e' Liberalism at Large: The World According to the Economist. Perche' studiare il liberalismo dal punto di vista di un giornale?

E'una strana impresa, quella in cui mi sono imbarcato. Uno dei motivi per cui l'ho fatto e' stato cercare di rompere i modi classici di parlare di liberalismo. Invece di guardare il canone -- Locke, Mill, Rawls, i famosi liberali -- mi e' apparso chiaro che osservando una rivista, che e' uno sforzo collettivo, che esce ogni settimana, che e' stata effettivamente al centro degli eventi, i cui redattori sono anonimi ma hanno ricoperto ruoli di spicco nel Tesoro, nel Ministero degli Esteri, come primi ministri, come governatori della Banca d'Inghilterra, si sarebbe potuta raccontare una storia del liberalismo in grado di includere il concetto di cambiamento e trasformazione.

Il liberalismo non e' sempre stato la stessa cosa, perche' ha continuato a rispondere a nuove sfide, nuove minacce, nuovi eventi: l'Economist ha dovuto affrontare gli eventi di ogni settimana per oltre 175 anni. Era un modo per cercare di creare una definizione di liberalismo che fosse molto piu' flessibile e anche piu' contestualizzata. Sento che c'e' qualcosa di terribile o noioso nei libri sui giornali, ma non e' un libro noioso, non credo. Questo perche' non cerca davvero di fare una biografia di un giornale in modo tradizionale. La vede come un nesso per un dare e avere, avanti e indietro, una serie di sfide, crisi, dibattiti che si verificano all'interno della carta e tra la carta e altri pensatori.

In ogni capitolo, dal 1840 fino a oggi, colloco sempre cio' che accade all'interno dell'Economist, le sue differenti posizioni, nei confronti dei pensatori chiave di sinistra o di destra del liberalismo. Negli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta dell'Ottocento e' un dibattito con John Stuart Mill. Negli anni Venti, Trenta e Quaranta del Novecento e' un dibattito con John Maynard Keynes. Si tratta di qualcosa di insolito e divertente piu' di quanto possa sembrare la storia di un giornale.



E'interessante il modo in cui studi il liberalismo dal punto di vista particolare di un giornale. Se dovessi studiare il liberalismo, come abbiamo fatto io e molti altri nei nostri corsi universitari di politica, ti troveresti Locke e Mill, e poi Rawls e guarderesti lo sviluppo del pensiero liberale. Ma quando osservi come viene applicato concretamente, come sempre accade con l'applicazione di qualsiasi teoria, e' diverso da cio' che suggerirebbe il canone ideologico. Tu interpreti e guardi quelle tensioni in modi diversi, per un periodo di tempo molto lungo, usando prove eccezionalmente interessanti provenienti da archivi e un sacco di fonti diverse. Se potessimo passare attraverso alcuni di questi esempi di divisioni all'interno del liberalismo -- tra la pratica e la teoria del liberalismo -- il primo ovviamente sarebbe il libero scambio. Nella mitologia del liberalismo, il libero scambio dovrebbe essere la cosa che gli ha permesso di emergere come ideologia separata e cio' che i partiti liberali stavano difendendo diversi secoli fa. Ma c'erano piu' divisioni di quante si possa pensare sul modo in cui si sarebbe dovuto realizzare il libero scambio, in particolare nel contesto dell'impero.

La teoria del libero scambio era presumibilmente una teoria della pace e della buona volonta': se ci sono piu' commerci hai anche interazioni piu' pacifiche. C'e' un'idea illuminante: il commercio affina le buone maniere e porta diversi tipi di persone a intessere rapporti, quindi imparano a comportarsi e agire bene l'uno con l'altro. Questa e' la teoria di Richard Cobden, uno degli eroi dell'Anti-Corn Law League, soggetto che emerge negli anni Trenta e Quaranta dell'Ottocento in Inghilterra nel corso della lotta contro le Corn Laws, che erano classicamente mercantilistiche e mantenevano alti i prezzi del grano dopo le guerre napoleoniche. Erano viste dalla classe media come un residuo del privilegio aristocratico dei proprietari terrieri. Insieme a quell'idea -- se abolisci le leggi sul grano, ci sara' una maggiore prosperita' -- si diffonde anche l'idea che questo eliminera' la guerra. Si pensava che la guerra fosse un vizio tipico della classe aristocratica con una mentalita' da ancien re'gime, il che fu molto importante per la teoria del commercio.

Il fondatore dell'Economist James Wilson non e' molto noto, ma e' una figura affascinante, di origine scozzese, figlio di un produttore tessile. Anche lui sostenne queste posizioni. Negli anni Cinquanta dell'Ottocento c'e' una spaccatura molto radicale tra James Wilson e Richard Cobden e John Bright, che non e' considerata dalla letteratura sul libero scambio o sul'Economist. Ma e' davvero fondamentale cogliere il ceppo dominante del liberalismo cosi' come emerge negli anni Cinquanta dell'Ottocento. Per l'Economist, diventa abbastanza chiaro che entro il 1850 il fatto che il libero scambio diventi effettivamente la struttura ordinatrice dell'economia mondiale, come avevano sperato, non e' una cosa semplice legata al commercio. Devi costringere le persone a commerciare liberamente, per cosi' dire. C'e' una serie di conflitti nel 1800, a partire dalla guerra di Crimea, che si estende poi in Cina, e poi anche la rivolta e la ribellione indiana, che vedono l'Economist prendere posizioni che sostengono l'uso della forza per "rompere la consuetudine" e forzare quella che consideravano "resistenza asiatica" al libero scambio e al progresso.

C'e' una dimensione morale ed economica in questi concetti: cio' richiedera' l'uso della Royal Navy, truppe sul campo e collaborazione con altre potenze come la Francia per aprire il campo all'economia mondiale. James Wilson denuncia Richard Cobden e John Bright in Parlamento perche' a quel punto sta prestando servizio nel Tesoro, influenzando la politica del governo e prendendo prestiti per combattere queste guerre. Il ruolo dell'Economist all'interno della Gran Bretagna e della politica britannica in questo cambiamento all'insegna di un atteggiamento aggressivo molto piu' liberale-imperialista e' una delle scoperte del libro.



Un'altra grande rottura all'interno del liberalismo e' stata la nascita del keynesismo. A livello interno il sostegno a un maggiore intervento dello stato e a livello internazionale la nascita delle istituzioni di Bretton Woods e' stata presentata come la grande transizione che ha diviso il liberalismo e i liberali tra sinistra e destra, e il declino dei veri movimenti socialisti negli ultimi quarant'anni circa ci ha lasciato con questo asse che definisce sinistra e destra in base al fatto che si pensi o meno che lo stato dovrebbe intervenire nell'economia. In che misura ha rappresentato una cesura l'avvento del keynesismo, la politica economica keynesiana e cio' che viene spesso definito nel Regno Unito il consenso del dopoguerra, rispetto al liberalismo laissez-faire precedente, e come viene visto dall'Economist?

Ho raccolto il dibattito tra Keynes e l'Economist, e guardando quel dibattito osserviamo Keynes cambiare idea. Lo vediamo litigare con se' stesso perche' incarna tanti dei valori dell'Economist. E'uno studente di Alfred Marshall, il decano dell'economia neoclassica in Gran Bretagna, che piu' di chiunque altro ha generato lo studio dell'economia in Gran Bretagna in senso moderno e scientifico, a Cambridge. Ed e' uno studente di Walter Layton, che diventa direttore dell'Economist e lavora con lui nel governo durante entrambe le guerre mondiali. C'e' un vero dialogo personale tra loro. C'e' anche una famosa frase in Le Conseguenze Economiche della Pace in cui Keynes parla del mondo pre-1914 e descrive se' stesso sdraiato a letto a leggere i prezzi delle azioni con la consapevolezza che la sterlina che ha in tasca, in quanto sostenuta dall'oro, vale ovunque allo stesso modo. Non e' necessario il passaporto per viaggiare. Ho la sensazione che questa famosa frase, cosi' evocativa su com'era il mondo globalizzato edoardiano nell'epoca precedente alla sua distruzione che arriva con la Prima guerra mondiale, era la reale rappresentazione di Keynes che legge l'Economist a letto. L'Economist era quella finestra sul mondo dell'alta finanza e del capitale globalizzato in quel periodo prima del 1914.

Nel 1925, la Gran Bretagna torna al gold standard, alla parita' con il dollaro Usa, imponendo sostanzialmente una dura austerita' deflazionistica mentre l'austerita' c'era gia' stata per diversi anni. Dopo il 1925, l'Economist e Keynes iniziano a darsi battaglia. Keynes comincio' a mettere in discussione molte delle ipotesi sul libero scambio che aveva sostenuto fino a quel momento, e inizio' a sperimentare idee su un gold standard flessibile o uno scambio flessibile, e analisi sulle tasse sui ricavi e altre cose del genere. Tuttavia fino al 1925 -- ma anche dopo -- l'Economist e Keynes condividono alcuni presupposti, in particolare relativi all'importanza della City di Londra per la posizione della Gran Bretagna come potenza globale nel mondo, e l'idea della sterlina come importante valuta di riserva.

Nel mio racconto sostengo che ci sono disaccordi fondamentali tra l'Economist e Keynes e che diventano molto acuti all'inizio degli anni Trenta. Keynes inizia a sostenere che e' necessaria la spesa in deficit e la creazione di un certo livello di inflazione. Sebbene molti redattori dell'Economist siano ormai studenti di Keynes e stiano discutendo le sue idee, la rivista e' molto resistente alle sue nuove nozioni, in parte perche' hanno paura di cio' che la City di Londra dira' su questa idea che le decisioni di investimento non dipendano piu' dalla borsa. Ho cercato di porre una serie di domande, dibattiti, discussioni tra Keynes e la City di Londra e alcune idee sulla finanza, la Gran Bretagna e il mondo.



Anche qui c'e' una domanda piu' ampia sul legame tra l'economia come disciplina e il liberalismo. Molti dei primi liberali erano ovviamente economisti. Le grandi domande vertevano sul commercio, l'interesse nazionale, le politiche sovrane. Intorno agli anni Sessanta, c'e' l'ascesa del keynesismo. Negli anni Sessanta e Settanta c'e' anche la nascita dell'economia neoclassica, la sintesi keynesiana che riunisce parte della prima economia politica e il pensiero sui marginalisti alle intuizioni di Keynes, nonche' l'ascesa della microeconomia e dei modelli matematici. Cio' procede insieme alla transizione verso il neoliberismo. Queste tendenze politiche sembrano andare di pari passo con le tendenze economiche. Qual e' secondo te il legame tra i due?

In virtu' del fatto che sto pensando al liberalismo, piuttosto che al neo, all'ordo e ad altre varianti che emergono in questi decenni in cui l'economia mondiale cambia e nascono nuove scuole, vedo continuita' dove altri vedono rottura. Con David Edgerton, che ha scritto un libro intitolato The Rise and Fall of the British Nation, ho avuto uno scambio produttivo su quanto il 1945 ha rappresentato un cambiamento fondamentale nell'economia politica della Gran Bretagna, e in che misura sosteniamo che il 1979 rappresenti un'altra rottura. Certamente l'elezione del governo laburista nel 1945 e il tipo di cambiamenti che ha apportato allo stato sociale, e poi, al contrario, l'elezione della Thatcher e il capovolgimento di quelle riforme, sono momenti di rottura. Ma c'e' molta continuita' liberale in tutto questo. Cio' ha a che fare con la mancanza di riflessione su cio' che la City di Londra e il controllo privato della funzione di investimento fanno all'economia britannica e con l'importanza costante di una certa concezione del libero scambio, sia all'interno della destra che della sinistra del Partito laburista. A volte, nuove soluzioni e compromessi nascono perche' il movimento operaio e' forte, o perche' la Seconda guerra mondiale mostra che lo stato puo' svolgere un ruolo piu' attivo nell'economia, e gli avvertimenti di Hayek in La Via della Schiavitu' sembrano un po' esagerati. Ma e' difficile spiegare come si arriva al 1979 e a Thatcher.

Thatcher non e' venuta fuori dal nulla. Non ha ribaltato una forma di socialdemocrazia pienamente funzionale, non attraversata dalla crisi e non contraddittoria. Ha sfruttato quelle contraddizioni. Ha sfruttato il disorientamento tra i socialdemocratici all'interno del Partito laburista. Tieni presente che James Callaghan, che divenne il leader del Partito laburista e primo ministro alla fine degli anni Settanta, aveva gia' adottato una forma di monetarismo e aveva accettato i prestiti di austerita' del Fmi. Ritengo che questi cambiamenti siano avvenenuti in modo piu' graduale, perche' il liberalismo non scompare mai. La forma di liberalismo dell'Economist incontra mutamenti e cambiamenti in tutti i modi nel corso degli anni Quaranta dell'Ottocento fino ai Quaranta del Novecento, ma alcuni elementi di quella storia sono presenti durante quelle transizioni all'interno dello studio dell'economia.



Porro' questa domanda in termini provocatoriamente semplicistici. Il punto sulla continuita' contro la rottura e' davvero interessante. Potresti tornare indietro e dire che se vedi il liberalismo come l'ideologia generalmente sostenuta dalla classe dominante capitalista -- che discute su come questa ideologia dovrebbe essere interpretata e implementata sulle pagine dell'Economist -- allora puoi riconoscere molti dei cambiamenti che si verificano nell'ideologia liberale come risposte ai mutamenti materiali in atto che richiedono innovazione per facilitare l'accumulazione di capitale. Forse significa concentrarsi un po' troppo sulla base economica, ma fino a che punto pensi che ci sia qualcosa che spieghi parte della continuita' ma anche degli innegabili cambiamenti che abbiamo visto nell'ideologia liberale negli ultimi cento anni?

Non lo considero provocatorio. Da rozzo materialista o volgare marxista, accetto quest'idea. Quello che vediamo e' che alcune domande simili vengono fatte in questi due secoli dai liberali, ma le risposte cambiano in base alle circostanze e al contesto storico. Come reagire all'irruzione della classe operaia sulla scena della politica? Come arginarla? Limitando il suffragio? Accettando il suffragio universale ma mettendo dei vincoli alle prerogative dei parlamenti? Si tratta di consegnare il controllo degli scambi e della politica monetaria a una banca centrale in modo che quel tipo di questioni cosi' fondamentali per l'accumulazione di capitale siano fuori dalle mani dei legislatori? Le risposte a queste domande cambiano a seconda di cosa e' possibile fare in un dato momento. Ma le domande sono piuttosto costanti nella storia del liberalismo.

Sottolineo il modo in cui cambia il liberalismo, ma non discuto tanto quanto potrei quel punto di svolta negli anni Ottanta, l'inizio, come dice David Harvey, "della lunga marcia attraverso le istituzioni dei neoliberisti". Stavano aspettando il loro momento negli anni Venti e Trenta, e negli anni Ottanta quel momento e' arrivato. In un certo senso e' innegabile che questa storia sia vera. La cosa interessante per me, pero', e' che i giornalisti dell'Economist non si definiscono neoliberisti. In effetti, guardando negli archivi del giornale, ho visto che il termine "neoliberista" in realta' viene utilizzato solo tra virgolette per citare il modo in cui la sinistra latinoamericana descrive una serie di politiche applicate nei loro paesi all'indomani del colpo di stato in Cile. Non e' visto come un aggettivo utile a descrivere una visione politico-economica del mondo, per non parlare di quella che l'Economist adotterebbe. E questo nonostante il fatto che alla fine degli anni Ottanta l'Economist sia giustamente visto come un baluardo del pensiero del libero mercato. Reagan e Thatcher sono stati beatificati sulle pagine dell'Economist e sempre su quelle pagine si difende una versione della globalizzazione a oltranza. Il termine "neoliberista" non appare sul Financial Times, sull'Economist o su altri giornali economici. Il Fmi non pareva disposto a riconoscere che esistesse fino a poco tempo fa. Cio' che indica che questa transizione da liberalismo a neoliberismo dal punto di vista di coloro che l'hanno messa in pratica non e' poi cosi' netto. Il neoliberismo viene messo in pratica con un insieme di politiche, che si tratti di austerita', deregolamentazione o privatizzazione, ma cio' avviene attraverso persone che si considerano liberali classici o addirittura liberali di centrosinistra. Questa e' la chiave per comprendere il modo in cui avviene la transizione.



Oggi c'e' un cambiamento nel buon senso economico, penso alla reazione contro l'austerita' in alcune delle grandi istituzioni economiche internazionali o alle politiche economiche piu' dirigiste che vengono attuate in risposta alla pandemia. Tutto questo sta avvenendo in risposta alle mutevoli esigenze del capitale. Pensi che si riflettera' in un nuovo cambiamento dell'ideologia liberale? Se si trattera' di un tentativo di tornare a un modello piu' socialdemocratico per cercare di reintegrare i mercati in un contesto nazionale potra' funzionare?

Gli Stati uniti, la Gran Bretagna e molti altri paesi hanno aperto i rubinetti e speso abbastanza generosamente per sostenere l'economia durante la pandemia, per fornire alle persone sussidi contro la disoccupazione e ogni sorta di altre cose alle imprese per sopportare i mutamenti economia. Quando Biden e' arrivato, all'inizio c'era la sensazione che avrebbe utilizzato un volume di spesa maggiore di quanto molti avessero immaginato a sinistra. Certamente, c'era questo pacchetto una tantum che estendeva la spesa che Trump aveva gia' implementato, cosi' come alcuni aiuti agli stati, in modo da evitare parte dell'austerita' a livello statale post-2008 (Gli stati non possono fare deficit negli Usa e molti comuni, come quello in cui mi trovo a New York City, sono stati devastati dal Covid, visto che l'economia qui e' dipendente dal turismo). Ma ora, mentre Biden inizia a incontrare all'interno del Partito democratico una vera resistenza alla sua agenda, oltre che da parte dei repubblicani, all'aumento delle aliquote fiscali sulle aziende, all'attuazione concreta di un piano infrastrutturale, si e' aperto il dibattito su che tipo di rottura ci sara', anche nella misura in cui cio' equivale a un ritorno a qualcosa di simile a una concezione keynesiana del pompaggio di liquidita', e cosi' via.

In assenza di una reale resistenza da parte del lavoro organizzato e della sinistra, mi chiedo fino a che punto basti che lo stato spenda soldi e accumuli deficit con i tassi di interesse bassi per portare un cambiamento duraturo all'economia politica. Non ho una risposta chiara al riguardo, le cose stanno cambiando molto rapidamente in questo momento in risposta a una crisi totalmente senza precedenti. Ce'dric Durand ha scritto molto bene su questo per la rubrica Sidecar di New Left Review, e ha posto alcune domande molto interessanti su cosa sia questa nuova fase che stiamo vivendo. Il neoliberismo non e' piu' la descrizione giusta. Qual e'? Ho un po' di scetticismo sull'entita' di quella rottura, ma in realta' sono piuttosto curioso di sapere cosa ne pensi.



I punti che hai sollevato prima sulle tensioni tra liberalismo e democrazia sin dal suo inizio sono davvero importanti. Penso che lo stiamo vedendo riemergere. La visione tradizionale della sinistra sul motivo per cui uno stato capitalista potrebbe semplicemente incrementare continuamente la spesa come hanno fatto alcuni paesi durante la pandemia coinciderebbe con una specie di visione kaletskyana, per cui si dara' piu' potere ai lavoratori e l'accumulazione di capitale verra' interrotta in favore del lavoro, che e' leggermente diverso dall'attacco al movimento operaio degli ultimi quarant'anni, visto anche il ruolo enorme che gia' era svolto dallo stato all'interno dell'accumulazione di capitale. La grande bugia del neoliberismo, che e' stata smentita molte volte, e' che ha comportato il restringimento dello stato, cosa che ovviamente non e' avvenuta. Ha solo comportato un riorientamento dello stato e uno spostamento verso la definizione delle regole del gioco, verso un massiccio aumento della regolamentazione, in particolare nel settore finanziario, necessaria a sostenere la grande bolla speculativa. Non c'era meno stato, c'era un tipo di stato differente. Si trattava dell'erosione del potere dei lavoratori e dell'uso dello stato per aumentare il potere del capitale. Ma a tutto cio' si e' unito anche il fatto che lo stato e' piu' visibile e si e' trovato in tanti ambiti della vita. La sfida oggi non deriva necessariamente dal fatto che se spendi piu' soldi c'e' maggiore occupazione, facendo pendere cosi' la bilancia a favore del lavoro. Oggi uno stato che sta facendo molte cose deve giustificare il motivo per cui sta facendo alcune cose e non altre. Deve essere in grado di giustificarlo a una popolazione che, soprattutto nei luoghi in cui il neoliberismo e' stato piu' forte, e' sempre piu' insicura, precaria, sottopagata e alle prese con servizi pubblici spaventosi. Stiamo assistendo anche a dimostrazioni molto evidenti e massicce del potere del capitale nei confronti dello stato, che si tratti di tagli alle tasse, sussidi o altro.

La sfida cui assistiamo, la corda tesa sulla quale molti politici liberali stanno camminando, e' tra essere in grado di soddisfare i bisogni del capitale e usare lo stato per soddisfare i bisogni del capitale, pur dicendo che hanno tracciato un solco da qualche parte. Se siamo in un sistema democratico, devono dire che ci sono cose che non puoi chiedere. Non puoi chiedere loro di invertire la privatizzazione, o invertire le leggi antisindacali, o sottrarre alcune delle cose di cui hai bisogno per sopravvivere dalla logica del mercato, o concedere piu' case popolari. Questa sara' l'interessante domanda di legittimazione che questi liberali dovranno affrontare ora. Per la sinistra, la cosa piu' importante sara' chiedersi come affermiamo la democrazia e il nostro diritto di dire "no", in che modo possiamo effettivamente chiedere queste cose, reclamare e fare campagna per queste cose. Questo ci riporta di nuovo alla tensione tra liberalismo e democrazia.

Sembra che ci sia stato un momento durante la pandemia in cui sono sorte domande su equita', giustizia e su chi ottiene cosa in modo molto chiaro. Per la sinistra, si tratta di estendere quel regno della politicizzazione intorno alle domande su chi fa cosa, su quali forme di compenso ricevono, su come vengono classificati, su chi e' essenziale e su chi e come puo' rispondere a queste richieste.



Probabilmente, una sfida piu' grande per il liberalismo a lungo termine e a parte il Covid e' l'ascesa della Cina. Al momento, vediamo Joe Biden tentare di costruire l'asse anti-cinese. Probabilmente, molte delle concessioni che ha fatto, finalmente, sul fatto che ha bisogno di lavorare con l'Europa per reprimere l'elusione fiscale -- principalmente a vantaggio dei giganti tecnologici statunitensi -- hanno a che fare con il tentativo di incoraggiare i paesi europei a essere piu' assertivi sulla resistenza all'ascesa della Cina. Quali saranno le implicazioni per quello che alcuni chiamano l'ordine mondiale liberale? Chiaramente, questa crisi non e' iniziata e finita con Trump. E'qualcosa di molto piu' strutturale. Come reagiranno e risponderanno i liberali?

Chiaramente il modo in cui Trump ha proposto America First e la retorica di una nuova Guerra Fredda con la Cina c'erano gia' sotto la presidenza Obama. Sulla base del programma di Biden finora, e sulla base di questa incredibile intervista rilasciata da Hillary Clinton in cui ha parlato dell'ascesa della Cina e dei mezzi di produzione, Trump lo ha utilizzato in modo molto efficace come strumento retorico e di mobilitazione, ed e' chiaro che Biden lo ha adottato. Un certo numero di misure di stimolo sono formulate dalla necessita' di competere con la Cina: produzione di semiconduttori on-shoring o impedire che della tecnologia si approprino i cinesi, tutela della proprieta' intellettuale, bisogno di una forza lavoro in grado di essere riqualificata e competitiva nei settori di maggior valore e cosi' via. Tutto questo linguaggio sull'industria negli Stati uniti, il suo declino e il suo rilancio, viene codificato dalla retorica anti-cinese che sembra un manuale letteralmente distribuito ai leader dei Democratici al Senato, al Congresso e alla Casa Bianca.

Penso che sia qualcosa destinato a durare, e non lo vedo come uno sviluppo positivo, a differenza di alcuni a sinistra, che potrebbero pensare che sia un modo intelligente per ottenere priorita' progressiste all'interno di vari atti legislativi. Mi pare piuttosto caratteristico del modo in cui il liberalismo puo' impiegare e utilizzare il nazionalismo. Il liberalismo non e' sempre stato storicamente una dottrina cosmopolita senza radici: molto spesso impiega il nazionalismo in certi modi per ottenere risultati o per raggiungere il potere. Per pensare al caso britannico, gli imperialisti liberali erano una fazione numerosa nel Partito liberale all'inizio del ventesimo secolo. Hanno enfatizzato quest'idea di efficienza all'indomani della seconda guerra boera. La classe operaia che ando' a combattere in quella guerra era malnutrita, considerata troppo bassa, e cosi' via. Ci sono state ogni sorta di lamentele sul "ceppo razziale" del popolo britannico, che ha portato a provvedimenti di legislazione sociale progressista per assicurarsi che ci fossero controlli sanitari a scuola, o che cibo e latte fossero distribuiti. Questo e' solo un esempio del modo in cui l'idea di efficienza e l'idea di impero possono essere uno sprone all'interno del liberalismo verso una legislazione sociale piu' progressista in patria. Il copione in uso con l'ascesa della Cina sembra abbastanza coerente, da un lato, con l'ottenimento di riforme sociali e, dall'altro, con le intenzioni imperiali. Nella storia del liberalismo spesso vanno di pari passo.

Semplicemente non c'e' motivo di accettare quest'idea ipocrita da parte dell'Occidente, che e' la fazione piu' potente. Un'altra questione importante da considerare in queste discussioni sulla politica estera e' chi ha piu' da guadagnare da questo moralismo intorno all'idea di democrazia e diritti umani. Da Carter, al piu' tardi, sono gli Stati uniti. Se fossimo piu' specifici, potremmo parlare di come viene utilizzato nei differenti contesti: l'Iran, che e' interamente circondato da basi militari statunitensi, come la Corea del Nord, cosi' come la Cina o Cuba. Cuba ha ora sviluppato due vaccini basati su un settore delle biotecnologie che e' uno dei piu' forti al mondo, con un embargo, a novanta miglia dalla costa della Florida, ma non possono avere le siringhe e le attrezzature tecniche di cui hanno bisogno. E'un crimine e non ha nulla a che fare con le qualita' morali di quel regime. La questione della politica estera e dell'imperialismo liberale e' fondamentale per comprendere l'orientamento della sinistra. Corbyn rappresentava davvero una rottura con un Partito laburista che storicamente e' sempre stato piuttosto nazionalista. Certo, questa era una delle cose piu' scandalose, e uno dei motivi per cui la destra laburista ha fatto di tutto per annullarlo.



Infine, perche' non c'e' un Economist di sinistra, e possiamo farne uno?

Leggendo l'Economist, e i suoi archivi, e' abbastanza chiaro che la sinistra ne e' sempre stata interessata. Marx leggeva l'Economist alla British Library negli anni Quaranta e Cinquanta per cercare di capire perche' le rivoluzioni del 1848 erano svanite. A suo avviso, era dovuto in parte al miglioramento delle condizioni economiche, come ha dimostrato leggendo i prezzi, le quotazioni e gli indici sull'Economist. Isaac Deutscher, il grande biografo di Trotsky e storico della rivoluzione russa, scrisse per l'Economist e ne fu corrispondente durante la Seconda guerra mondiale su quanto stava accadendo nell'Europa orientale e in Russia. La sinistra e' sempre stata affascinata dall'Economist, quindi mi vedo parte di quella tradizione che lo guarda come una tribuna della classe dirigente liberale, dell'aristocrazia finanziaria -- cosi' la chiamava Marx, "la tribuna dell'aristocrazia della finanza" -- per comprendere l'orientamento politico di questi leader e mercati, come cambiano e come si spostano.

L'Economist svolge una funzione particolare per la classe dirigente globale. Ha sempre avuto un orientamento internazionale ed e' sempre stato inviato all'estero a Buenos Aires, a Parigi, in tutte le citta' del mondo interessate al commercio e agli investimenti di capitali esteri. Strutturalmente, la sinistra, che e' di opposizione, non egemonica e sta tentando di creare una nuova modalita' politica, non avrebbe potuto creare organicamente qualcosa come l'Economist perche' non puo' permettersi uno specchio del capitale come fa l'Economist. E'forse un obiettivo della sinistra essere cosi' comprensiva e totalizzante come l'Economist sia nel coprire il mondo intero, nel pensare ai modi in cui la politica interna e quella estera sono collegate, e nell'essere abbastanza esperta e chiara nei modi in cui l'emergere dei nuovi movimenti politici di sinistra in posti come il Messico o il Brasile non sfideranno solo i capitalisti nazionali, ma anche i capitalisti internazionali.

Non ho una risposta al motivo per cui la sinistra non ha un proprio Economist, ma sembra abbastanza strutturale per i modi in cui funzionano la sinistra e la classe dominante. Leggendo l'Economist, la sinistra ha trovato uno strumento per capire il capitale in modo chiaro. David Singer, un giornalista di sinistra che ha lavorato per l'Economist, una volta ha detto: "Nell'Economist puoi sentire la classe dirigente parlare e farlo abbastanza chiaramente". Forse la domanda non e' esattamente perche' la sinistra non ha un Economist, ma come la sinistra, leggendo l'Economist e prendendolo sul serio assieme alla sua visione del mondo, puo' rafforzarsi e impossessarsi del mondo che vuole ribaltare.





N° Post: 367
Sipolino Fabio
Sunday 18th of July 2021 04:41:31 PM


La MMT spiega la crisi dell'Eurozona ed il ruolo della moneta?





di Angelantonio Viscione

Nell'articolo "La MMT dalla teoria alla prova dell'Eurozona", Alessandro Bonetti e Paolo Paesani ripercorrono sul Menabo' i cardini della Teoria della Moneta Moderna per offrire una chiave di lettura ed alcuni spunti di riflessione riguardo la recente storia della crisi dei debiti sovrani dell'Eurozona. Bonetti e Paesani, infatti, nella parte finale del proprio contributo confrontano brevemente l'interpretazione dell'eurocrisi avanzata dai teorici MMT con quelle di altri filoni di ricerca, allo scopo di stimolare un dibattito che immerga la teoria economica nell'esperienza dell'eurocrisi e viceversa. Partendo proprio da dove si conclude il contributo dei due autori, questo articolo evidenzia piu' da vicino alcuni caratteri peculiari della crisi dei debiti sovrani, per poi offrire un ulteriore spunto di riflessione di tipo teorico.

Innanzitutto, la crisi che ha colpito le economie europee tra il 2008 ed il 2009 ha riguardato i debiti sovrani, generalmente, solo in seguito ai piani di salvataggio adottati dagli Stati dell'Unione monetaria. Lo riconosceva lo stesso ex vice-presidente della Banca centrale europea, in un ormai celebre discorso tenuto ad Atene nel 2013 in cui sosteneva che, contrariamente ai debiti pubblici, e' stato il livello complessivo del debito privato ad aumentare di ben il 27% durante i primi sette anni dell'Ume ed, in modo particolare, in Paesi che successivamente sarebbero stati sotto forte pressione come Grecia (+217%), Irlanda (+101%), Spagna (+75,2%) e Portogallo (+49%), mentre la crescita ripida del debito pubblico sarebbe iniziata solo dopo -- e non prima -- lo scoppio della crisi finanziaria.

Se i debiti privati crescono tanto nei primi anni dell'Unione monetaria e' anche grazie al fatto che il sistema bancario dei Paesi centrali finanziava famiglie ed imprese dei Paesi periferici. Come vedremo, si tratta di processi resi possibili soprattutto dal surplus commerciale di cui godono le economie piu' forti dell'Eurozona nei confronti di quelle piu' deboli e dall'impianto "neoliberista" di un'Unione che pone ben pochi vincoli al mercato unico. L'architettura istituzionale dell'area euro permetteva infatti a Paesi in sistematico avanzo commerciale, come la Germania, di crescere grazie al continuo e facile indebitamento di Paesi in disavanzo (come i Paesi citati poc'anzi, conosciuti anche sotto lo spiacevole acronomico "PIGS"), creando una situazione insostenibile nel lungo periodo. Si tratta di una tesi ormai piu' che condivisa a livello istituzionale, come dimostrano all'indomani dell'eurocrisi le posizioni verso il surplus tedesco del Tesoro degli Stati Uniti, le raccomandazioni del Fondo Monetario Internazionale e, persino, i documenti della stessa Commissione europea.

All'origine di una simile performance da record di una bilancia commerciale vi sono, ovviamente, una molteplicita' di fattori, sia quantitativi che qualitativi, ma un ruolo centrale viene rivestito certamente da due di essi: il tasso di crescita del costo del lavoro ed il tasso di cambio. Per quanto riguarda il primo fattore, la Germania ha conosciuto sin dall'introduzione dell'euro un'importante contrazione relativa del costo del lavoro per unita' di prodotto rispetto al resto d'Europa. In altre parole, come dimostrato in piu' occasioni anche da Riccardo Realfonzo, i salari nominali tedeschi sono cresciuti sistematicamente ad un ritmo inferiore rispetto alla media dell'area euro, favorendo quindi la contrazione della domanda interna (e dell'import) e l'incremento delle esportazioni. Si tratta del risultato delle importanti politiche di deflazione salariale adottate: riforme come il Piano Hartz dei primi anni 2000 hanno aumentato il grado di flessibilita' del mercato del lavoro tedesco e, di conseguenza, moderato le rivendicazioni dei lavoratori. Limitazioni ai sussidi di disoccupazione, l'introduzione di contratti di lavoro con orari ridotti e paghe inferiori, licenziamenti piu' facili e tutte le prescrizioni che rientrano nel quadro della liberalizzazione del mercato del lavoro hanno contribuito a frenare la crescita delle retribuzioni. Il secondo fattore determinante, il tasso di cambio, e' riferito alla moneta unica. Il cambio dell'euro, infatti, risulta certamente piu' debole rispetto a quello che sarebbe stato il cambio del marco tedesco con simili performance della bilancia commerciale. Condividendo la stessa moneta con le altre economie dell'Unione monetaria, un'economia forte come la Germania riesce ad aumentare le proprie esportazioni nette (il saldo tra esportazioni ed importazioni) senza conoscere forti apprezzamenti della propria valuta e, quindi, senza equivalenti perdite di competitivita' sui mercati internazionali. E'chiaro, dunque, che la perdita che subiscono negli anni i salari aggregati dei lavoratori in Germania si traduce in maggiori profitti per il sistema delle imprese.

A questo punto, e' necessario aggiungere un ultimo importante tassello al nostro quadro: l'impiego del capitale accumulato. I maggiori profitti delle imprese tedesche, in gran parte, non vengono reinvestiti in un'economia con domanda interna debole. Secondo il database Ameco della Commissione europea, infatti, dall'introduzione dell'euro nel 1999 fino alla vigilia della crisi nel 2007, gli investimenti delle imprese in Germania sono cresciuti solo del 18% rispetto al +35% della Grecia, al +106% della Spagna o al +37% del Portogallo. A causa del ristagno degli investimenti in patria, le istituzioni finanziarie dove vengono depositati i maggiori profitti impiegano i capitali all'estero e soprattutto nei Paesi periferici dell'Eurozona, dove i tassi d'interesse sono piu' convenienti. E'questo afflusso di capitali che va a gonfiare la bolla del debito privato: un fiume di denaro a buon mercato arriva ai PIGS ed e' a disposizione di famiglie ed imprese che, avendo davanti a loro bassi tassi d'interesse e buone prospettive di crescita, decidono di indebitarsi e investire. Ricordiamo, infatti, che dal 1999 al 2007 erano i Paesi periferici (Grecia, Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda) a registrare i ritmi di crescita piu' elevati (+22%, a fronte del +17% del resto dell'Unione monetaria). Quando poi questa bolla finanziaria scoppia, ossia quando, in seguito al famoso crack di Lehman Brothers, i capitali cominciano a fuggire da questi Paesi ritenuti poco affidabili per approdare verso lidi piu' sicuri, il credito a famiglie e imprese diventa piu' difficile e costoso e, di conseguenza, cominciano le bancarotte. A questo punto, la crisi viene pagata soprattutto dai lavoratori, afflitti da una disoccupazione senza precedenti.

Questa breve ricostruzione delle tappe principali della crisi dei debiti sovrani ci ricorda alcuni aspetti peculiari delle dinamiche che guidano le economie capitalistiche. Dalla compressione del costo del lavoro fino all'espansione della bolla finanziaria, emerge infatti il movente del regime capitalistico: il desiderio di accumulazione. Per dirla con una formula tanto celebre quanto cristallina, il motore della produzione capitalistica risiede nel marxiano D-M-D' (Denaro, Merce, Denaro con D'>D), per cui i processi produttivi si innescano proprio per l'aspettativa di ottenere un maggior profitto monetario. Un aspetto, tra l'altro, riconosciuto espressamente anche dallo stesso John Maynard Keynes che, in particolare in saggi come A Monetary Theory of Production e nei Tilton papers, riprende la formula di Karl Marx e riconosce come il filosofo di Treviri sia riuscito a mettere in luce la vera natura della produzione nel mondo reale dove, a differenza delle economie cooperative, gli imprenditori aumentano il suo livello solo se si aspettano di accrescere il denaro di cui entreranno in possesso.

Dal punto di vista teorico, il quesito dirimente diventa quindi il seguente: fino a che punto la MMT e' in grado di cogliere questo aspetto? Ricordiamo che essa si fonda sull'ipotesi cartalista secondo cui sarebbe essenzialmente la politica fiscale a giustificare l'accettazione e la circolazione della moneta. Come hanno notato economisti come Marc Lavoie ed Emiliano Brancaccio, pero', l'idea secondo cui la spesa pubblica precede l'imposizione fiscale puo' risultare ovviamente fuorviante negli attuali assetti delle nostre economie ed, in genere, deriva da una convenzione contabile piuttosto discussa in ambito post-keynesiano: analizzare Banca centrale e Governo come un settore consolidato. Vi e', infatti, chi ritiene la "separazione" tra Banca centrale e Governo solo fittizia perche' figlia del velo ideologico che vuole imporre vincoli finanziari al Tesoro e chi, al contrario, da un punto di vista pratico, la ritiene invece la piu' realistica e puntuale fotografia del presente ai fini dell'analisi economica. In definitiva, lo schema teorico della MMT -- cosi' come descritto e criticato ad esempio anche da Michael Roberts -- prevede che sia lo Stato ad iniettare moneta nel settore privato (e non piu' banche rispondenti alla domanda di moneta proveniente da un settore produttivo con aspettative di profitto!), per poi riassorbirla tramite il prelievo fiscale; in questo schema, conseguentemente, un deficit fiscale finanziato dalla Banca centrale creerebbe un surplus che gli agenti economici privati possono usare per investire e far crescere l'economia (ed arrivare, dunque, solo e soltanto in questo modo a quel D'>D!). Come abbiamo visto in precedenza, pero', anche la crisi dell'Eurozona e' "nata" nel settore privato, nel cuore del conflitto distributivo capitale-lavoro e dell'accumulazione, prima che in qualunque spazio fiscale prerogativa di un'autorita' statale. Inoltre, lo schema tradizionale della MMT trascura il fatto che la sua ricetta ideale, fondata sulla centralita' delle politiche di pieno impiego e della monetizzazione del debito con annessi bassi tassi di interesse, rischia di alimentare essa stessa ulteriori bolle finanziarie. Vi e' in proposito una vivace disputa, sintetizzata in uno dei suoi libri da Gerald Epstein, che vede contrapposte due posizioni: da un lato, coloro i quali credono che, poiche' i titoli emessi dal Tesoro di un'economia con sovranita' monetaria non esporrebbero al default, un boom guidato da politiche espansive non dovrebbe dar luogo a scenari di instabilita' finanziaria alla Minsky; dall'altro lato, invece, vi e' chi sostiene che, soprattutto a causa dell'espansione del sistema bancario ombra e dell'utilizzo dei titoli di Stato tra i collaterali di strumenti finanziari come i derivati, anche la ricetta MMT possa diventare potenziale fonte di speculazione ed alimentare bolle del debito nel settore privato. In sintesi, proprio perche' inesatta nel cogliere il ruolo della moneta e del credito privato nei sistemi capitalistici, la MMT rischia di trascurare anche gli effetti collaterali delle sue stesse politiche.

Seppur ricca di spunti interessanti, quindi, sotto questo punto di vista la MMT rischia di trascurare proprio quello che avviene al cuore dei processi produttivi e nel settore finanziario privato delle nostre economie. Utili spunti di riflessione in questo senso, sempre provenienti dal campo post-keynesiano richiamato da Bonetti e Paesani, sono ad esempio gli schemi del Circuito Monetario di Augusto Graziani che, condividendo analiticamente sia un impianto neokaleckiano di distribuzione salari-profitti e sia la descrizione dell'economia come una sequenza circolare di flussi monetari keynesiano-marxista, possono fornire altri elementi ad un dibattito come quello aperto sul Menabo' e, dunque, offrire coerenti e puntuali indicazioni di policy anche su temi come la gestione del credito, le relazioni industriali e la distribuzione del reddito.




N° Post: 360
Sipolino Fabio
Friday 16th of July 2021 02:59:01 PM



Marx: un'introduzione alla critica dell'economia politica





di Adelino Zanini

Riprendendola da Genealogie del futuro (ombre corte, 2013) pubblichiamo un'altra fondamentale lezione per comprendere le basi marxiane della critica dell'economia politica. In questo testo Adelino Zanini, utilizzando in particolare il Libro primo de Il capitale, ripercorre i concetti, il metodo e gli obiettivi principali dell'analisi di Marx, a partire dalla critica degli economisti classici (Smith, Ricardo, Malthus). Per mostrare come il progetto del Moro di Treviri non fosse quello di scrivere un peraltro impossibile "libro corretto" di economia politica, ma di forgiare uno strumento teorico di parte, utile a interpretare-per-sovvertire la realta' sociale.

* * * *

1. Non ho di certo la presunzione di affrontare i molti aspetti inerenti alla critica dell'economia politica in Marx -- questione assai articolata, da un punto di vista tematico e storiografico, poiche' numerosi sono i problemi connessi ai testi, differenti per maturazione, difficolta' e sistematicita', e (superfluo il ricordarlo) innumerevoli le interpretazioni, alcune davvero "epocali". Vorrei semplicemente ragionare su Marx e la critica dell'economia politica, sviluppando un'argomentazione del tutto basilare, forse utile per coloro che, per ragioni, diciamo cosi', generazionali, meno abbiano frequentato quei testi che, per le generazioni precedenti, erano stati "formativi".

A tal proposito sara' necessario partire dalla definizione stessa, se e' lecito utilizzare questo termine. Critica dell'economia politica e' locuzione che ha in effetti un valore fondativo: non solo il titolo dato da Marx al testo del 1859 (Zur Kritik der Politischen ?konomie) e il sottotitolo de Il capitale.

Rappresenta anche, e soprattutto, l'espressione di un progetto. In primo luogo, e' percio' necessario definire il perimetro problematico dell'economia politica, che per Marx si distingue in economia politica classica, o scientifica, e nella cosiddetta economia volgare. Bene, per comprendere esattamente la critica dell'economia politica occorre avere chiara questa distinzione: gli economisti classici, scientifici (Smith, Ricardo, Malthus), non sono in alcun modo assimilabili ai cosiddetti economisti volgari o a quelli che Marx definisce "pugilatori a pagamento", semplicemente interessati a difendere lo status quo. La critica dell'economia politica marxiana ha a che fare esplicitamente con l'economia politica classica, scientifica, e incidentalmente -- in forma piu' o meno estesa, a seconda dei testi -- con l'economia volgare.

Per quanto riguarda il termine critica, esso ha per Marx un significato abbastanza ampio e al tempo stesso definito. Se e' infatti vero che l'oggetto della critica dell'economia politica ha una sua indiscutibile scientificita', e' pure vero che la critica marxiana non si rivolge esclusivamente all'aspetto scientifico delle categorie interpretative della political economy classica. E'in questione anche il valore ideologico che assume una tale scientificita', rispetto alla quale e' percio' pertinente una critica politica intesa a demistificare, all'interno dello stesso progetto scientifico, cio' che e' funzionale al mantenimento dello status quo. Questa tridimensionalita' della critica (che non si esaurisce nel campo dell'economia politica) e' molto rilevante e l'equilibrio tra le questioni affrontate deve essere sempre attentamente ponderato e mantenuto.

Una volta che questo sia chiaro, si tratta di indicare, inoltre, qual e' il Marx che vogliamo "introdurre". A tal proposito, dopo alcuni decenni di dibattiti accesi -- ad esempio, circa il primato da attribuirsi, in termini di analisi attuale e di utilizzabilita' politica, ai Grundrisse --, mi sembra possibile e utile riprendere in mano anche il Libro primo de Il capitale, senza per questo rinunciare a impliciti riferimenti ad altri testi. Certo, dato l'approccio introduttivo di questo colloquio, e' scelta obbligata, che non porta con se', peraltro, alcuna ricerca di un Marx "autentico"; porta con se', piuttosto, la rinuncia a molte questioni cruciali, prima fra tutte l'analisi della teoria delle crisi, vincolata alla cosiddetta caduta tendenziale del saggio del profitto -- ma non solo e non principalmente: il divario progressivo nei livelli di distribuzione mondiale della ricchezza e gli effetti che ne conseguono per la tenuta dello stesso processo di accumulazione capitalistica dicono, oggi, molto piu' di quanto non dica un'algebra su cui molto si e' disputato. Del resto, una scelta diversa richiederebbe di percorrere un tragitto eccessivamente lungo e articolato, da cui emergerebbe una massa ingente di questioni mai chiuse e su cui verte -- lo ripeto -- un'ampia storiografia, che sarebbe impossibile trascurare. Accontentiamoci dunque di ragionare sulle prime tre sezioni del Libro primo de Il capitale.



2. Secondo Marx occorre muovere dalla circolazione semplice, ossia, dal ciclo M-D-M (Merce-Denaro-Merce). Dopo aver ampiamente trattato la distinzione tra valore d'uso e valore di scambio, con i dovuti riferimenti ad Aristotele, e una volta assodata la differenza che intercorre tra di essi -- in quanto il valore d'uso ha a che fare con il diretto soddisfacimento di un determinato bisogno, mentre il valore di scambio rappresenta una forma astratta di ricchezza --, Marx sostiene che la ricchezza delle societa' in cui prevale il modo di produzione capitalistico si presenta come un'immane raccolta di merci. Come noto, la forma-merce e' un concetto basilare, la cui rilevanza puo' essere intesa pur evitando di soffermarci su paragrafi e capitoli in cui Marx tratta dei possibili rapporti relativi di valore e di equivalenza tra merci differenti. Mi sia inoltre concesso di trascurare anche l'importante questione del feticismo; ovvero, il carattere "mistico" della merce, che fa dei rapporti sociali tra individui meri rapporti oggettivati nei prodotti del loro lavoro astratto. Non perche' sia questione da poco, com'e' chiaro, ma per la ragione opposta.

La circolazione semplice, dicevamo. Ebbene, a essa segue quella che Marx definisce la trasformazione del denaro in capitale, cioe' il ciclo D-M-D: denaro-merce-denaro. Nel primo caso (M-D-M), un possessore di merci traduce una determinata merce in una somma di denaro per poter disporre di un bene del cui valore d'uso egli abbisogna. L'operazione si conclude percio' nel consumo, che compie il processo di scambio. Cedendo una merce del cui valore d'uso non abbisogno, ottengo il denaro necessario per l'acquisto di una merce del cui valore d'uso invece abbisogno. Come scrive Marx, il ciclo M-D-M comincia da un estremo, che e' una merce, e si conclude con un estremo, che e' un'altra merce, la quale esce dalla circolazione per finire nel consumo. Quindi il suo scopo e' la soddisfazione di un bisogno determinato, in una parola, un valore d'uso.

Se consideriamo invece il ciclo D-M-D, e' evidente come l'argomentazione sopraccitata non possa essere qui sostenuta. In questo secondo caso, si muove da una somma di denaro che si converte in una merce, la quale a sua volta si ritraduce in una somma di denaro. Nessun valore d'uso e' qui apparentemente chiamato in causa. Ma e' altrettanto evidente, argomenta Marx in un celebre passaggio, che nessuno e' cosi' sciocco da perdere il suo tempo scambiando una quantita' di denaro data, per tornare ad avere la stessa quantita' di denaro. O meglio, il processo di circolazione D-M-D sarebbe privo di senso qualora si volesse servirsene come d'una via indiretta per scambiare l'identico valore in denaro. Evidentemente, l'operazione e' sensata solo in quanto generi un surplus, trasformando il denaro in "piu'-denaro", ovvero in capitale: D-M-D' -- dove D' sara' uguale al denaro anticipato piu' un incremento di valore.

Nel ciclo M-D-M, la distinzione qualitativa era fondamentale, perche' si trattava di un processo che si concludeva in un atto di consumo. L'acquisizione di una merce avente un diverso valore d'uso faceva si' che lo scambio tramite denaro avesse a che fare con una distinzione qualitativa. Viceversa, il ciclo D-M-D non e' un processo teleologico, caratterizzato da una distinzione qualitativa avente come fine il soddisfacimento di un bisogno. Al contrario, abbiamo qui a che fare semplicemente con una differenza quantitativa: al termine del processo si verifica un incremento puramente quantitativo, poiche' il denaro non ha nessuna qualita'. Esso e', come dice Marx, un equivalente generale. Siamo, in altre parole, a fronte di quello che egli definisce una valorizzazione del valore, cioe' alla trasformazione del denaro in capitale.

"La circolazione semplice delle merci -- la vendita per la compera -- serve di mezzo per un fine ultimo che sta fuori della sfera della circolazione, cioe' per l'appropriazione di valori d'uso, per la soddisfazione di bisogni. Invece, la circolazione del denaro come capitale e' fine a se stessa, poiche' la valorizzazione del valore esiste soltanto entro tale movimento sempre rinnovato" (K. Marx, Il capitale. Critica dell'economia politica, a cura di D. Cantimori, Editori Riuniti, Roma 1972, I, 1, p. 168).

Cio' significa che bisogna pensare il processo nei termini D-M-D'...Dn, perche' solo in questo caso il consumo non esaurisce lo scambio e genera invece una differenza quantitativa, la quale esiste per essere costantemente incrementata. La valorizzazione del valore, dice Marx, e' il fine soggettivo del possessore di capitale e cio' che lo qualifica come capitalista. "Quindi il valore d'uso non deve essere mai considerato fine immediato del capitalista. E neppure il singolo guadagno: ma soltanto il moto incessante del guadagnare" (ivi, p. 169).

Va da se' che il ? generato altro non e' che un plusvalore. Si potrebbe pero' sollevare un'obiezione. Supponiamo che qualcuno che dispone di una somma di denaro comperi merci per rivenderle a un prezzo maggiore: non potremmo ugualmente trovarci di fronte a un incremento di valore, senza per questo dover supporre chissa' quale artificio? In fondo, il capitale commerciale ebbe un ruolo dominante nel corso di importanti epoche storiche. Vero. Dietro a esso -- osserva Marx -- vi era pero' qualcosa di invisibile. Dovrebbe infatti risultare evidente che se un individuo compra una merce per rivenderla piu' cara, nel momento in cui egli diverra' acquirente, si trovera' a fronte di una situazione rovesciata, nella quale perdera' il vantaggio di cui aveva precedentemente goduto. In breve, non puo' essere sostenuta l'idea che il plusvalore emerga semplicemente da un comprare per rivendere a prezzi aumentati. O meglio, "e' impossibile che dalla circolazione scaturisca capitale; ed e' altrettanto impossibile che esso non scaturisca dalla circolazione. Deve necessariamente scaturire in essa e insieme non in essa" (ivi, p. 182). Insomma, "il cambiamento deve verificarsi nella merce che viene comprata nel primo atto, D-M, ma non nel valore di essa, poiche' vengono scambiati equivalenti, cioe' la merce viene pagata al suo valore. Il cambiamento puo' derivare dunque soltanto dal valore d'uso della merce come tale, cioe' dal suo consumo" (ivi, p. 184).



3. Una tale caratteristica non e' pero' rinvenibile in una merce qualsiasi e cio' pone il problema di individuare quale sia quella merce il cui consumo puo' produrre un incremento di valore. Com'e' chiaro, in questo caso, il consumo non potra' che essere un atto trasformativo e consistere, quindi, in un processo entro il quale si esplica una capacita' peculiare. E l'unica merce il cui valore d'uso, il cui consumo, all'interno del processo lavorativo, puo' generare un processo di valorizzazione, e' la forza-lavoro o capacita' di lavoro, "l'insieme delle attitudini fisiche e intellettuali che esistono nella corporeita', ossia nella personalita' vivente d'un uomo, e che egli mette in movimento ogni volta che produce valori d'uso di qualsiasi genere" (ibidem).

Quindi, nel ciclo D-M-D', D rappresentera' una somma di denaro con cui si comprano merci, consistenti in capitale fisso (strumenti di produzione o macchinari), materie prime e forza-lavoro. A questo punto, grazie alla peculiare capacita' trasformativa della forza-lavoro, dal rapporto tra le merci acquistate con il denaro anticipato dal capitalista -- cioe' tra lavoro oggettivato, morto, e lavoro vivo -- scaturira' non la riproposizione di M, ma la produzione di una nuova merce, con un nuovo valore d'uso. Da questo processo derivera' altresi' l'incremento di valore che in altro modo sarebbe stato ingiustificabile. Solo il lavoro vivo, la forza-lavoro, ha la capacita', consumando se stessa, di valorizzare il resto. In altri termini, la forza-lavoro applicata al lavoro oggettivato e' il fulcro del processo lavorativo (di una trasformazione che produce nuovo valore d'uso) a cui e' contemporaneo un processo di valorizzazione.

"Tuttavia, affinche' il possessore di denaro incontri sul mercato la forza-lavoro come merce debbono essere soddisfatte diverse condizioni. In se' e per se', lo scambio delle merci non include altri rapporti di dipendenza fuori di quelli derivanti dalla sua propria natura. Se si parte da questo presupposto, la forza-lavoro come merce puo' apparire sul mercato soltanto in quanto e perche' viene offerta o venduta come merce dal proprio possessore, dalla persona della quale essa e' la forza-lavoro. Affinche' il possessore della forza-lavoro la venda come merce, egli deve poterne disporre, quindi essere libero proprietario della propria capacita' di lavoro, della propria persona" (ibidem).

Cio' significa, in primo luogo, che egli non e' schiavo. Si deve cioe' presupporre che esista una forza-lavoro formalmente libera, condizione a cui consegue che l'operaio non vende mai se stesso, ma solo le prestazioni del proprio corpo e della propria mente e per un tempo determinato (giornata lavorativa). Inoltre, il venditore di forza-lavoro e' tale in quanto non ha alcuna altra possibilita' di vendere nessun'altra merce. Possiede solo la propria forza-lavoro: non puo' vendere null'altro che la propria forza-lavoro e solo pro tempore.

Questa argomentazione e' di notevole rilevanza, anche da un punto di vista giuridico, in quanto affermare che il lavoratore e' libero proprietario della propria capacita' di lavoro significa che lo scambio in cui si stabilisce il salario avviene tra equivalenti. E'cioe' presupposto che chi vende la propria forza-lavoro lo faccia accettando liberamente le condizioni poste. Non e' quindi possibile supporre che il processo di sfruttamento avvenga nella fase D-M; cio' implicherebbe infatti la possibilita' di comprare una merce a un valore che non e' il suo. E poiche' questa circostanza non e' ammissibile -- in quanto nessun libero proprietario sara' disposto a cedere quanto possiede a un prezzo inferiore a quello di mercato --, l'acquisizione della merce forza-lavoro rispettera' esattamente tutte le regole che caratterizzano l'acquisto di qualsiasi altra merce.

Detto questo, va tuttavia aggiunto che:

"La natura non produce da una parte possessori di denaro o di merci e dall'altra puri e semplici possessori della propria forza lavorativa. Questo rapporto non e' un rapporto risultante dalla storia naturale e neppure un rapporto sociale che sia comune a tutti i periodi della storia. Esso stesso e' evidentemente il risultato d'uno svolgimento storico precedente, il prodotto di molti rivolgimenti economici, del tramonto di tutta una serie di formazioni piu' antiche della produzione sociale" (ivi, p. 186).

Marx fa riferimento al cosiddetto processo di accumulazione originaria, ovvero a una serie di eventi storici che alla soglia dell'eta' moderna avrebbero definito il profilarsi di una nuova classe proprietaria, a fronte di una classe non proprietaria. La prima constava essenzialmente di possessori di terre i quali, riconvertiti i loro capitali, avrebbero avviato il nuovo ciclo del capitale industriale, acquisendo la forza-lavoro "liberata" dai vincoli feudali e/o premoderni. Espropriazione della popolazione rurale e sua espulsione dalle terre, legislazione sanguinaria contro gli espropriati e connessa riduzione dei salari, creazione di un mercato interno per il capitale industriale: in quest'evoluzione storica, caratterizzata dalla violenza generatrice la separazione del lavoratore dalla proprieta' delle condizioni oggettive del processo lavorativo, consiste per Marx l'accumulazione originaria, la preistoria del capitale, il cui tratto violento renderebbe ragione dell'esistenza di liberi lavoratori, nel duplice significato di non-schiavi e di privi (perche' liberi dai) dei mezzi di produzione (cfr. il capitolo XXIV de Il capitale).



4. Anche in questo caso, si tratta di una questione di grande rilevanza, che non e' possibile affrontare nei suoi diversi aspetti, molti dei quali controversi: sia sul piano della ricerca storica, sia su quello piu' strettamente paradigmatico. Torniamo invece all'analisi del processo lavorativo e del processo di valorizzazione. Entrambi, come gia' accennato, sono per Marx frutto dell'interazione tra lavoro passato, oggettivato, e forza-lavoro quale capacita' trasformatrice, presente. Strumenti di produzione e materie prime, quali oggettivazione di lavoro umano passato, accumulato, costituiscono un lavoro morto. La forza-lavoro, al contrario, e' una capacita', una potenzialita', un lavoro vivo in grado di rivitalizzare cio' che e' morto, cosi' da generare nuovi valori d'uso tramite un processo interattivo (lavorativo) che e', a un tempo, trasformazione di vecchi valori d'uso e produzione di nuovo valore (valorizzazione). Ma com'e' possibile che cio' avvenga, se il punto di partenza e' uno scambio di equivalenti tra liberi proprietari? A tal riguardo e' necessario affrontare, anche in questo caso in maniera assolutamente schematica, la questione del salario.

Nell'ipotesi di Marx, cosi' come nell'ipotesi degli economisti classici, il salario e' cio' che paga il lavoro erogato garantendo la sussistenza del lavoratore -- sussistenza da intendersi non in modo meramente organico, ma sociale. Detto questo, il salario constera' di una somma di denaro stabilita in anticipo sulla base di un libero scambio. Come piu' sopra detto, tale "anticipazione" spiega perche' essa sia formalmente una remunerazione equa. Nella realta' avviene tuttavia qualcosa di ben differente. Supponiamo una giornata lavorativa di otto ore: se e' vero che il capitale oggettivato e' di per se' incapace di valorizzarsi, qualora l'intera durata servisse solamente a coprire il capitale anticipato in beni salario, non si genererebbe in alcun modo l'incremento rappresentato dal ? presente in D'. Quindi, una parte delle otto ore servira' a pagare il salario, mentre l'altra parte dovra' dare luogo a un incremento di valore. Ebbene, quest'ultimo e', dal punto di vista della forza-lavoro, cio' che Marx definisce lavoro non pagato; qualcosa, cioe', che si realizza dopo che il costo rappresentato dal salario e' stato riprodotto. Osservato dal punto di vista della circolazione, si tratta di un processo perfettamente equo, perche' lo scambio e', giuridicamente, scambio di equivalenti tra liberi proprietari. Ma la prospettiva cambia nel momento in cui si indaghi circa il che cosa paga davvero il salario anticipato.

Partendo dall'assunto che alla fine si dovra' verificare un incremento di valore, si potrebbe ipotizzare che sei delle otto ore costituenti la giornata lavorativa servano a pagare il salario, mentre le due ore rimanenti costituiscano lavoro non pagato, quindi, plusvalore. Ovviamente -- come Marx dice -- l'operaio non fa un lavoro duplice nello stesso periodo di tempo: non lavora prima per se' e poi per il padrone. Il "doppio carattere" del lavoro e' all'opera sin dall'inizio e quindi, nello stesso periodo di tempo, chi lavora ripaga il proprio salario e produce plusvalore. Ecco la fondamentale (in)-distinzione tra lavoro necessario e pluslavoro, tra la parte della giornata lavorativa che costituisce il salario e la parte che consiste di lavoro non pagato. Una distinzione possibile pero' solo a posteriori. Infatti, la natura peculiare di quella merce specifica che e' la forza-lavoro "ha per conseguenza che, quando e' concluso il contratto fra compratore e venditore, il suo valore d'uso non e' ancor passato realmente nelle mani del compratore" (ivi, p. 191). Il salario stabilito paga il valore di scambio al fine di disporre del particolare valore d'uso della merce forza-lavoro, il quale si esplica solo nell'interazione costituita dal processo lavorativo, che deve essere pero', a un tempo, anche processo di valorizzazione.

Se e' infatti vero che nessuno vende per meno cio' che puo' vendere per piu', il capitalista, secondo Marx, paga l'effettivo valore di scambio della forza-lavoro, acquisendo pero' un valore d'uso che e' molto specifico perche', come si e' detto sopra, e' l'unico in grado di generare un processo di valorizzazione. Ed e' proprio tramite questo valore d'uso che il capitalista acquisisce la specifica capacita' di generare nuova ricchezza: "Il valore d'uso che il possessore del denaro riceve, per parte sua, nello scambio, si mostra soltanto nel consumo reale, nel processo di consumo della forza-lavoro" (ivi, p. 193). Per processo di consumo della forza-lavoro si intende quindi la sua capacita', unica, di trasformare cio' che altrimenti rimarrebbe lavoro morto. Pertanto, il processo di valorizzazione non avviene nello scambio, dove sussiste esclusivamente il criterio di equivalenza, ma nel momento in cui il lavoro vivo plasma il lavoro morto.

Il processo lavorativo come l'abbiamo esposto nei suoi movimenti semplici e astratti, e' attivita' finalistica per la produzione di valori d'uso, appropriazione degli elementi naturali pei bisogni umani, condizione generale del ricambio organico tra uomo e natura. [...] Il processo lavorativo e' un processo che si svolge fra cose che il capitalista ha comprato, fra cose che gli appartengono. Dunque il prodotto di questo processo gli appartiene come gli appartiene il prodotto del processo di fermentazione della sua cantina (ivi, p. 202).

Ma per il capitalista si tratta di ottenere due risultati in una volta sola:

"in primo luogo egli vuol produrre un valore d'uso che abbia un valore di scambio, [...], una merce; e in secondo luogo vuol produrre una merce il cui valore sia piu' alto della somma dei valori delle merci necessarie alla sua produzione, i mezzi di produzione e la forza-lavoro, per le quali ha anticipato sul mercato il suo buon denaro. Non vuole produrre soltanto un valore d'uso, ma una merce, non soltanto valore d'uso, ma valore, e non soltanto valore, ma anche plusvalore" (ivi, pp. 204-205).

Quindi, "[c]ome la merce stessa e' unita' di valore d'uso e valore, anche il processo di produzione della merce deve essere unita' di processo lavorativo e di processo di formazione di valore" (ivi, p. 205).

Ma cio' non basta. Se confrontiamo il processo di creazione di valore e il processo di valorizzazione notiamo infatti che il primo dura soltanto fino al punto in cui il valore della forza-lavoro pagato dal capitale e' sostituito da un nuovo equivalente, mentre il secondo dura al di la' di quel punto.



5. Incontriamo qui la fondamentale distinzione tra capitale costante e capitale variabile. Per capitale costante si intende qualcosa che mantiene invariato il suo valore nel tempo, mentre il capitale variabile e' tale in quanto cio' che esso acquista (forza-lavoro) produce una valorizzazione. In altri termini, il capitalista dispone di una somma di denaro, con cui compra mezzi di produzione e materie prime (capitale costante) e forza-lavoro (capitale variabile). Dalla loro interazione deriva il processo lavorativo, che e' tutt'uno con il processo di valorizzazione.

La distinzione tra capitale costante e capitale variabile altro non fa che riproporre quella tra lavoro morto e lavoro vivo; ma essa assume grande rilevanza quando si tratti di considerare non il profitto -- come poi diremo --, ma il calcolo del saggio del profitto, quando si tratti di considerare non il plusvalore, ma il calcolo del saggio del plusvalore; infine, nel momento in cui occorra considerare la differenza, importantissima per Marx, tra saggio del profitto e saggio del plusvalore.

Consideriamo anzitutto quali forme assuma il plusvalore, quel D di cui si e' parlato precedentemente. Secondo Marx il plusvalore puo' essere assoluto o relativo. Il plusvalore assoluto si da' la' dove esista quella che viene definita sussunzione formale della forza-lavoro al capitale: il plusvalore relativo si da' invece ove esista la sussunzione reale della forza-lavoro al capitale.

Si immagini un processo di produzione al cui interno lo sfruttamento del lavoro possa essere incrementato solo attraverso l'aumento dell'orario di lavoro a salario invariato; in tal caso, il plusvalore potra' aumentare solo estendendo la giornata lavorativa. Se ipotizziamo che le ore, anziche' restare otto, diventino dieci (fermo restando il salario), la giornata lavorativa sara' ora costituita da sei ore di lavoro necessario piu' quattro ore di pluslavoro. Ecco il plusvalore assoluto, il quale incontra pero' un vincolo organico, che consiste nell'impossibilita' di estendere oltre un determinato limite la giornata lavorativa. Per questa ragione la sussunzione e' solo formale.

L'incremento della produttivita' del lavoro e' ovviamente molto maggiore quando si consideri la sussunzione reale. Per sussunzione reale si deve supporre che esista un processo produttivo in cui la produttivita', legata all'impiego di macchinari, possa essere aumentata in modo significativo, a parita' di orario e di salario. In tal caso, per aumentare lo sfruttamento del lavoro non e' cioe' necessario aumentare il numero delle ore lavorate e che costituiscono il pluslavoro, serve invece aumentare il grado di sfruttamento della forza-lavoro. Aumentando l'intensita' di lavoro sara' possibile, a giornata lavorativa data, aumentare la massa del plusvalore.

In sintesi, nel calcolo del plusvalore assoluto si suppone che la quantita' di lavoro contenuta nei mezzi di sussistenza sia data e quindi che sia data la situazione tecnologica dell'intero sistema economico. Ne consegue che l'allungarsi della giornata lavorativa fara' crescere automaticamente il plusvalore. Nel calcolo del plusvalore relativo, invece, la situazione tecnologica dell'intero sistema economico e' considerata soggetta a mutamento, a un progresso che si risolve in una diminuzione del valore delle merci e, dunque, anche del capitale variabile impiegato. Pertanto, benche' la giornata lavorativa rimanga la stessa, il saggio del plusvalore aumentera'.

Il passaggio dalla sussunzione formale alla sussunzione reale e' storicamente riconducibile, per Marx, al momento in cui si realizza il passaggio al capitalismo sviluppato. E'tuttavia doveroso sottolineare, e su questo Marx e' molto chiaro, come non si debba affatto pensare a una linearita' o a una consequenzialita' puramente meccanica, secondo cui la' dove c'e' sussunzione reale non ci sarebbe piu' sussunzione formale. In realta', entrambe le forme possono convivere nella stessa organizzazione sociale: ad esempio, aumentando contemporaneamente, per quanto possibile, l'orario di lavoro e l'intensita' dello sfruttamento: plusvalore assoluto e relativo. Situazione tipica non solo della transizione verso il capitalismo sviluppato, ma anche del modo in cui, in esso, convivono diversita' geografiche, di genere, di tutela ecc. Diversita' al cui interno si danno poi altre stratificazioni e diversificazioni -- ad esempio, di tipo generazionale. Qualcosa di molto attuale...

Si e' gia' accennato all'importanza che caratterizza la differenza fra capitale costante e capitale variabile quando si tratti di considerare la distinzione fra saggio del profitto e saggio del plusvalore o di sfruttamento. Eccoci dunque al punto. Profitto e/o plusvalore sono entrambi costituiti dall'incremento prodotto dalla forza-lavoro nel processo di valorizzazione sopra descritto. Si tratta di due diverse "categorie" che descrivono una medesima realta' fenomenica: il surplus, il ?D presente in D'. Quando si tratti di considerare pero' il saggio di sfruttamento (il rapporto relativo che effettivamente esprime la differenza che connota il capitale variabile in quanto forza-lavoro e in quanto classe operaia), non solo, quindi, la massa del plusvalore, allora, i "nomi" che esprimono una medesima realta' fenomenica assumono significati molto diversi.

Nel saggio di profitto, il ?D e' posto da Marx al numeratore, mentre al denominatore si trova l'insieme del capitale anticipato: costante e variabile. Se tuttavia si ragiona utilizzando le medesime categorie marxiane, non si vede la ragione per la quale il lavoro morto, entita' costante, debba essere posto al denominatore. Qual e' il rapporto tra l'incremento generato e cio' che non e' di per se' in grado di produrre incremento alcuno? Solo il capitale variabile, la parte che genera valorizzazione, andra' dunque al denominatore: solo a questo modo otterremo un rapporto significativo, espresso nel saggio del plusvalore.

Detto cio', e' evidente che il saggio di profitto sara' sempre inferiore al saggio di plusvalore. Per questa ragione, solo quest'ultimo, secondo Marx, rappresenta l'effettivo saggio di sfruttamento, mentre il modo in cui si calcola il profitto costituisce una forma non solo parziale, ma anche ideologica, che maschera lo sfruttamento, proprio perche', ponendo al denominatore anche la parte costante, si assume cio' che non e' ammissibile, ossia, che il lavoro morto sia in grado di produrre una valorizzazione. Come si legge nel Libro III de Il capitale, nel plusvalore e' messo a nudo il rapporto fra capitale e lavoro; mentre nel rapporto fra capitale e profitto, il capitale si presenta come rapporto rispetto a se stesso, un rapporto in cui esso capitale si differenzia come somma di valore originaria da un nuovo valore da esso creato.

Sul piano contabile, com'e' ampiamente noto, il plusvalore in quanto profitto ha creato una lunga teoria di fondatissime contestazioni, che hanno con dotto sempre e comunque alla famosissima quaestio della "trasformazione" dei valori in prezzi: presunta uniformita' del saggio del plusvalore, non omogeneita' della composizione organica dei diversi capitali impiegati, disuguaglianza dei saggi di profitto, rapporti di scambio diversi dai valori ecc. In sostanza, il ragionamento marxiano tiene in quanto si assuma -- cosa non semplicissima da fare -- che si possa ragionare in termini di valori e non di prezzi, che esista un unico (medio) saggio di profitto nell'intero sistema economico (altra questione che ha sollevato molte obiezioni), e qualora si assuma, questione non meno spinosa, che la produttivita' del capitale fisso sia davvero inesistente.

Questioni fondatissime, rispetto alle quali l'algebra marxiana non da' risposte soddisfacenti, ragion per cui e' davvero superfluo cercare un'adeguata tecnica di calcolo in Marx. Del resto, non esiste un'algebra economica "neutra", che soddisfi necessariamente le generazioni successive; e l'algebra di Marx e' ovviamente figlia del proprio tempo e porta con se' i molti limiti che sarebbero stati poi affrontati, discussi, non necessariamente risolti, dalle generazioni successive di studiosi; ma anche questa e' una questione che dovra' essere tralasciata, senza per questo rimuovere i problemi che di fatto ineriscono allo statuto stesso della critica dell'economia politica. In altri termini, se sarebbe certamente sciocco rivendicare di per se' la correttezza formale di un'algebra di parte, piu' sensato e' il chiedersi quali siano i presupposti che la fondano.



6. L'intenzione di Marx, in effetti, non puo' essere colta nel punto piu' debole dell'argomentazione, ma in quello piu' fondato, ossia nella differenza specifica della forza-lavoro, che produce valorizzazione e con cio' le condizioni stesse della propria realizzazione negativa. Questo e' il nocciolo su cui sin qui si e' ragionato. Marx insiste ripetutamente su tale differenza; essa rappresenta la qualita' che connota il capitale variabile in quanto forza-lavoro.

Poiche' il processo di produzione e' insieme processo di consumo della forza-lavoro da parte del capitalista, il prodotto del lavoro non solo si converte continuamente in merce, ma anche in capitale: valore che succhia la forza creatrice di valore [...]. Quindi l'operaio stesso produce costantemente la ricchezza oggettiva in forma di capitale, potenza a lui estranea, che lo domina e lo sfrutta, e il capitalista produce con altrettanta costanza la forza-lavoro in forma di fonte soggettiva di ricchezza (ivi, I, 3, p. 14).

Il concetto di riproduzione, fondamentale in Marx, rappresenta, in forma ciclica, il processo economico (una delle acquisizioni cruciali dell'analisi economica moderna), all'interno del quale la differenza esprime una moltiplicazione di se' medesima.

Il processo di produzione capitalistico, considerato nel suo nesso complessivo, cioe' considerato come processo di riproduzione, non produce dunque solo merce, non produce dunque solo plusvalore, ma produce e riproduce il rapporto capitalistico stesso: da una parte il capitalista, dall'altra l'operaio salariato (ivi, p. 22).

La riproduzione puo' essere semplice o allargata, la differenza sta nel modo in cui si impiega quel ?D di cui si e' discusso. Supponiamo, in prima ipotesi e in forma semplificata, che il ?D sia interamente accantonato dal possessore di denaro e quindi sottratto alla circolazione: in questo caso, siamo a fronte di un processo che di volta in volta si riproduce in maniera semplice, ovvero il possessore compra merci investendo in capitale costante e capitale variabile, produce una nuova merce, la vende, ricava un incremento di valore, che poi accantona. Questo incremento di valore non potra' percio' riapparire investito nel processo produttivo successivo. In sostanza, la riproduzione semplice prefigura una societa' statica.

Le cose vanno tuttavia diversamente quando il ?D venga reimpiegato e quindi si muova da D' e non da D, perche', una volta che il capitalista non accantoni il ?D, ma lo reinvesta, questo fa si' che egli possa acquisire una quantita' maggiore di mezzi di produzione e forza-lavoro, da cui emergera' una massa crescente di pluslavoro, ossia, di lavoro non pagato. Il ciclo assume in questo caso una forma allargata (D'-D''...Dn). Di volta in volta, viene reinvestito l'intero surplus o parte d'esso, al fine di moltiplicare gli effetti generati da una differenza specifica: la forza-lavoro. E in cio' consiste il processo di realizzazione negativa della forza-lavoro.

Si parla di realizzazione negativa della forza-lavoro in quanto il ?D risulta essere frutto di un processo di valorizzazione soggettiva. A questo punto, il dire che la natura non crea possessori di forza-lavoro da una parte e possessori di denaro dall'altra assume un significato pregnante, dato che, grazie al ?D e' possibile acquisire non solo nuovo capitale costante, ma anche nuovo capitale variabile: la forza-lavoro riproduce cioe' se stessa come merce e le condizioni del proprio sfruttamento.

Il capitalismo e' esattamente questo: riproduzione allargata e realizzazione negativa della forza-lavoro. La forza-lavoro che riproduce le condizioni del proprio sfruttamento, riproduce salario e, con esso, le condizioni di sfruttamento di nuova forza-lavoro, allargamento del mercato del lavoro e quindi maggior sfruttamento. Questo rappresenta l'aspetto basilare, da cui muovere, della critica dell'economia politica. Processo di riproduzione allargata e processo di realizzazione negativa della forza-lavoro divengono il punto di partenza in base al quale assume senso tutto il resto, in primis, la teoria della crisi legata alla trasformazione della forza-lavoro in classe operaia.

E qui non c'e' algebra che tenga. Il progetto di Marx non era infatti quello di scrivere un improbabile "libro corretto" di economia politica -- cio' che nei fatti mai nessuno pote' scrivere, ne' prima, ne' dopo --, ma di forgiare uno strumento teorico di parte, utile a interpretare-per-sovvertire una realta' sociale che, nel corso del tempo, si sarebbe certo alquanto modificata, senza per questo poter togliere cio' che della forza-lavoro e' tratto specifico.




N° Post: 356
Sipolino Fabio
Thursday 15th of July 2021 09:06:32 AM



"Teoria dell'accumulazione e del crollo del capitalismo, da Karl Marx e dopo Henryk Grossman"





Una conversazione con Gianni De Bellis

Non e' un libro di facile lettura Teoria dell'accumulazione e del crollo del capitalismo, da Karl Marx e dopo Henryk Grossman. Gianni De Bellis, che ne e' l'autore, nella prefazione avvisa che, per leggerlo con piena cognizione di causa, occorrono almeno tre o quattro requisiti, tra i quali "aver studiato, se non proprio 'Il Capitale', ameno altre opere economiche minori (...) di Marx", possedendo "inoltre basi di matematica e di fisica almeno a livello di un buon studente diplomato al liceo scientifico o istituto tecnico". Ma "soprattutto" bisogna "avere una grande voglia di capire effettivamente i motivi di fondo che hanno portato la specie umana in questa situazione critica". Che e' poi l'insistere di una crisi irreversibile del capitalismo, tale da non poter essere affrontata con i mezzi del tradizionale riformismo, al contrario di quel che sembrano pensare anche alcuni accademici di formazione marxista. I quali, spesso, si atteggiano a "consiglieri del principe", dispensando ai governi indicazioni (perlopiu' inascoltate) su come lo Stato, inteso come ente "regolatore" che compensa l'"anarchia" prodotta dal Mercato, possa contribuire al rilancio dell'economia. Ma nel libro di De Bellis, pur se non mancano frecciate polemiche nei confronti di un certo "marxismo" subalterno al pensiero dominante, ci si concentra su altro, ossia sulla dimostrazione matematica della tendenza al crollo del modo di produzione che ha dominato il mondo negli ultimi secoli, con il conseguente proporsi dell'alternativa fra comunismo e barbarie. Un obiettivo ambizioso, perseguito nella piena consapevolezza di poter ricevere delle critiche. Percio' a questo testo (il cui sottotitolo e' Vol. I: il meccanismo di fondo), ne seguira' un altro in cui, oltre a fornire ulteriori supporti matematici alla propria diagnosi ed a proporre "riflessioni piu' dettagliate sulla legge del valore", si rispondera' a tutte le perplessita' espresse in una forma articolata. Augurandoci che il secondo volume veda presto la luce, vi proponiamo intanto questa conversazione, nella quale De Bellis illustra alcune delle principali implicazioni del suo lavoro.

henryk grossman
Henryk Grossman

A quanto accenni nell'introduzione, il tuo libro ha avuto una gestazione particolare...
E' vero, il grosso del testo e' stato scritto circa 20 anni fa, senza minimamente pensare a una pubblicazione, ma per chiarire a me stesso gli aspetti, che -- per quel che avevo studiato e capito dei tre volumi del "Capitale" -- ritenevo centrali nella teoria economica di Marx. Si trattava di aspetti inerenti alla sfera della produzione, che per Marx e' la sfera centrale, quella in cui si produce il plusvalore e che quindi da' la possibilita' potenziale dell'accumulazione del capitale. Ed erano anche aspetti relativi al comportamento di tutto il capitale complessivo sociale su tempi lunghi, e non di particolari branche produttive su periodi limitati. Oggi, certo, quelli che scrivono su questo genere di argomenti, oltre ad essere davvero pochi, lo fanno in vista di una pubblicazione universitaria.

Tu rivendichi sin dal titolo1 un richiamo a Grossmann, che distacchi dagli altri economisti marxisti, ponendolo in una piu' diretta continuita' con il pensatore rivoluzionario di Treviri...
In effetti per rispondere alle perplessita' che mi aveva procurato lo studio dei libri di Marx, ho letto (a partire dalla "Luxemburg" di un secolo fa fino a "n+1" dei tempi di oggi) tantissimi autori; pero' solo qualcuno si occupava degli aspetti centrali dell'accumulazione capitalistica su cui si concentravano i miei dubbi. In particolare, ero ormai convinto del fenomeno della tendenza secolare all'abbassamento del saggio generale di profitto; di dimostrazione teoriche -- a parte quella di Marx -- ne avevo trovate in vari autori. E non mi sono mai lasciato distrarre dal fatto che i dati economici borghesi tendevano in tutti i modi a nascondere questa realta', nonostante le due guerre mondiali la confermassero. Pero' ho rilevato che quasi nessuno studioso -- tranne Grossman -- aveva approfondito il nesso: abbassamento del saggio generale di profitto--crisi e crollo. In altre parole: perche' l'abbassamento del saggio deve obbligatoriamente, alla lunga, portare ad una crisi irreversibile che si trasformi in un vero crollo di tutto il sistema?

Una riflessione non condivisa da diversi accademici di formazione marxista, che tendono ad allontanare l'origine della crisi dalla sfera della produzione e ad abbracciare letture (come quella legata al "sottoconsumo") tali da offrire ancora dei margini a politiche riformiste...
Nei paesi imperialisti le politiche riformiste possono essere attuate nelle fasi -- magari anche lunghe (come trend cosi' puo' essere considerata la fase che va dalla meta' degli anni '50 anche fino a dopo il 2005: circa mezzo secolo) -- in cui il saggio generale di profitto e' tale che la massa di profitti non reinvestiti in mezzi di produzione e forza-lavoro da parte del capitale mondiale e' ancora sufficientemente alta da garantire al capitale una massa di valori d'uso che permette la sopravvivenza del sistema capitalistico (ville e panfili per i capitalisti, armi moderne per l'esercito, maxi-stipendi per manager, giudici, politici, calciatori e altre star, ecc..). Chiamiamo (come fa Grossman) K questa massa di profitti non reinvestiti produttivamente. Ora, invece, alla fine di fasi di crisi cronica prolungata, quando tutti i mezzi dell'imperialismo, dallo sfruttamento selvaggio delle risorse dei paesi poveri alla finanza risultano sempre piu' spuntati, quando l'ammontare di K e' minacciato dalla crisi, i capitalisti dovranno scegliere se rinunciare a una parte di K oppure diminuire la massa di valore e quindi di valori d'uso destinata alla classe proletaria e alla piccola borghesia. E la loro scelta e' ovvia. Il "sottoconsumo" e' una conseguenza della scelta tra la diminuzione di K oppure del "monte salari" diretto o indiretto; ma non e' la causa della crisi. In tale fase non si puo' chiedere ai capitalisti di aumentare il "monte salari" diretto o indiretto a scapito di K; anzi essi faranno proprio il contrario, e le politiche riformiste non possono fare altro che trasformarsi in politiche contro-riformiste; oggi Renzi ne e' un esempio. Alla gente comune possono promettere solo peggioramenti reali, in qualunque falsa veste li presentino; alla natura possono procurare danni sempre piu' irreversibili per abbassare le spese di produzione e contrastare l'abbassamento dei profitti.

Dal punto di vista del capitale quali sono, dunque, le possibili vie d'uscita alla crisi?
Storicamente, nessuna politica keynesiana ha permesso l'uscita dalla crisi; per il semplice motivo che essa puo' risolvere temporaneamente i problemi della sfera della circolazione, ma non puo' influire sui meccanismi della sfera della produzione che sono alla base della crisi. E' come se ad un'automobile col motore vecchio mettessi le ruote nuove, oliassi il cambio e tutti gli ingranaggi per farla andare meglio; ma senza operare sul "motore" della produzione. Anche dalla precedente crisi strutturale avviatasi dopo il primo decennio del novecento, e che la I Guerra Mondiale (essendo stata interrotta a causa della rivoluzione russa) non era riuscita a risolvere, non si usci' attraverso le politiche keynesiane messe in atto negli anni '30 negli Usa e non solo (in Italia se ne occupo' il fascismo). Essa fu risolta invece dall'immane distruzione di beni di consumo, mezzi di produzione e forza-lavoro in esubero, operata dalla II Guerra Mondiale. Si e' tentato di rimandare la crisi odierna con mezzi finanziari, accentuando lo sfruttamento imperialistico delle nazioni deboli e col connesso dilagare di guerre locali; ma per risolverla davvero ci vorrebbe una III Guerra Mondiale. Pero' oggi non ci sono solo due o tre atomiche, ma trentamila; per non parlare di armi batteriologiche e altro .. : in una III guerra globale il capitalismo sa che rischiera' di distruggere se stesso (e soprattutto il genere umano)!

Permettimi di concludere con una domanda piu' "politica". Spesso il crollismo, nella sinistra comunista, ha portato con se' l'inazione, la pura attesa che i processi giungano a pieno compimento. A tuo avviso, che tipo di iniziative dovremmo portare avanti in questa fase?
L'inazione e' sempre conseguenza della volonta' dei singoli compagni, che per giustificarla possono appoggiarsi al crollismo. Anche a Grossman, in buona o cattiva fede, e' stato attribuito un atteggiamento crollista che non ha mai avuto. Per chiarire, lui non ha detto mai che il capitalismo sarebbe caduto da solo, ma semplicemente che non poteva cadere per mezzo dell'azione delle masse quando la fase era affluente; per la semplice ragione che, in quella fase, almeno nelle nazioni piu' ricche (imperialiste) avrebbe potuto elargire di piu'. Le lotte operaie del '69-71 in Italia, ad esempio, miravano, per la gran massa dei lavoratori, ad ottenere miglioramenti consistenti, visti i buoni profitti che ottenevano i padroni; e non avevano nessuna intenzione di rovesciare il sistema. Quindi l'analisi della crisi e delle tendenze al crollo di Grossman vuole sottolineare semplicemente che non in tutte le fasi dello sviluppo dell'accumulazione capitalistica il proletariato e' di per se rivoluzionario, non in tutte le fasi c'e' la reale possibilita' di abbattere il sistema; ma solo quando il sistema gia' di per se si indebolisce e crea delle contraddizioni insanabili tra le classi sociali. Una di esse oggi, e' l'irreversibile crescita della sottoccupazione, della disoccupazione, della precarieta' dell'esistenza per le masse proletarie, della fame pura per meta' del genere umano, a fronte del super-arricchimento di poche migliaia di individui. E penso che le iniziative da portare avanti nei confronti dei proletari (e non solo) che lottano, anche su obbiettivi limitati, devono anche mirare a sensibilizzarli sul fatto che, se non si cambia radicalmente sistema sociale, le enormi ricchezze e la enorme capacita' potenziale di produrre ricchezze (anche senza dissestare la natura) che il capitalismo ha sviluppato, non potranno mai essere "sfruttate per l'intera umanita'" se vigera' ancora questo sistema sociale che pur le ha generate... anzi!

Note

1 Ci riferiamo alla piu' celebre opera di Henryk Grossman (Cracovia, 1881 - Lipsia, 1950), nota in Italia come Il crollo del capitalismo. La legge dell'accumulazione e del crollo del sistema capitalista (1929), il cui titolo in tedesco coincide perfettamente con quello dello scritto di Gianni De Bellis.

A cura di Stefano Macera





N° Post: 341
Sipolino Fabio
Monday 12th of July 2021 07:39:36 AM


La critica di Engels al "socialismo giuridico" e il modo corretto di formulare le rivendicazioni del proletariato




Menger colpisce al cuore l'ideologia giuridica offrendo un esempio paradigmatico del modo in cui si deve condurre la lotta teorica e politica contro l'opportunismo socialdemocratico.

Il rapporto tra marxismo e diritto non va sottovalutato in un'epoca in cui le nuove varianti del riformismo continuano a fondare i propri assunti teorico-politici.

Vale la pena di riflettere sulle argomentazioni e sulle conclusioni di Engels.
Egli parte dalla premessa, ad un tempo storica e teorica, secondo cui, nel periodo della estensione del mercato capitalistico e della costruzione del potere politico borghese, la forma-Stato e' inscindibilmente connessa alla forma-merce e, in particolare, alla forma-denaro.

L'ideologia giuridica e' giunta a svolgere un ruolo dominante nella sovrastruttura statuale.

Al posto del dogma del diritto divino, subentro' il diritto dell'uomo, al posto di quello della Chiesa quello dello Stato.

Come la borghesia a suo tempo nella lotta contro la nobilta' si era trascinata dietro di se' la concezione teologica del mondo, cosi' il proletariato inizialmente aveva assunto, prendendola dall'avversario, la concezione giuridica del mondo e cerco' di farne un'arma contro la borghesia.

Infatti quando si avanzano rivendicazioni come quella del 'prodotto integrale del lavoro' o del 'salario equo' ,
l'ideologia giuridica mantiene tutta la sua forza.

La classe operaia, spogliata di ogni possesso dei mezzi di produzione dalla trasformazione del modo di produzione feudale in quello capitalistico e, attraverso il meccanismo dei modi di produzione capitalistici, costantemente generata in questa condizione ereditata di mancanza di proprieta', non puo', avendo inforcato gli occhiali dell'illusione giuridica, vedere la condizione della propria esistenza, non puo' avere alcuna coscienza di se'.

Si tratta di un'analisi che, da un lato, dissolve quei fantasmi filosofici che sono l''homo oeconomicus' dell'economia politica, l''homo rationalis' della teoria borghese della conoscenza e l''homo juridicus' della ideologia del diritto, e dall'altro mette in luce il legame necessario fra quest'ultima e la formazione economico-sociale capitalistica.






N° Post: 334
Sipolino Fabio
Sunday 11th of July 2021 10:31:29 AM




Capitalismo degli stakeholder











Qualsiasi discussione sul "capitalismo degli stakeholder"" deve iniziare rilevando un paradosso: come il "neoliberismo", la sua nemesi, il "capitalismo degli stakeholder" [il capitalismo degli "investitori", ndr] non esiste in quanto tale.



Non esiste un sistema economico come il "capitalismo degli stakeholder", cosi' come non esiste un sistema economico come il "neoliberismo". I due gemelli antipatici sono fantasmi immaginari messi per sempre l'uno contro l'altro in una lotta apparentemente infinita e frenetica.



Gli stakeholder sono "clienti, fornitori, dipendenti e comunita' locali" oltre agli azionisti

Invece del capitalismo degli stakeholder e del neoliberismo, ci sono autori che scrivono di capitalismo degli stakeholder e neoliberismo e aziende che piu' o meno sottoscrivono l'opinione che le aziende hanno obblighi nei confronti degli stakeholder oltre che degli azionisti. Ma se Klaus Schwab e il World Economic Forum (WEF)si faranno strada, ci saranno governi che inducono, con regolamenti e la minaccia di una tassazione onerosa, le aziende a sottoscrivere la ridistribuzione delle parti interessate.



Gli stakeholder sono "clienti, fornitori, dipendenti e comunita' locali" (1) oltre agli azionisti. Ma per Klaus Schwab e il WEF, la struttura del capitalismo degli stakeholder deve essere globalizzata.



Uno stakeholder e' chiunque o qualsiasi gruppo che possa trarre vantaggio o perdere da qualsiasi comportamento aziendale

Uno stakeholder e' chiunque o qualsiasi gruppo che possa trarre vantaggio o perdere da qualsiasi comportamento aziendale, a parte i concorrenti, possiamo presumere.



Poiche' il pretesto principale per il Great Reset e' il cambiamento climatico globale, chiunque nel mondo puo' essere considerato uno stakeholder nella governance aziendale di qualsiasi grande azienda. E le partnership federali con le societa' che non "servono" i loro stakeholder, come il progetto Keystone Pipeline, per esempio, devono essere abbandonate. Anche l'"equita'" razziale, la promozione delle agende transgender e altre politiche e politiche sull'identita' simili, saranno iniettate negli schemi di condivisione aziendale.



Semmai, il capitalismo degli stakeholder rappresenta un verme consumante destinato a scavare e svuotare le societa' dall'interno, nella misura in cui l'ideologia e la pratica trovano ospiti negli organi aziendali. Rappresenta un mezzo socialista di liquidazione della ricchezza dall'interno delle stesse organizzazioni capitaliste, utilizzando un numero qualsiasi di criteri per la ridistribuzione dei benefici e delle "esternalita'".

Poiche' il pretesto principale per il Great Reset e' il cambiamento climatico globale, chiunque nel mondo puo' essere considerato uno stakeholder nella governance aziendale di qualsiasi grande azienda



Ma non credetemi sulla parola. Prendiamo il taleDavid Campbell, un socialista britannico (sebbene non marxista) e autore di The Failure of Marxism (1996). Dopo aver dichiarato che il marxismo aveva fallito, Campbell inizio' a sostenere il capitalismo delle parti interessate come mezzo per gli stessi fini. La sua discussione con il marxista ortodosso britannico Paddy Ireland rappresenta un battibecco interno sui mezzi migliori per raggiungere il socialismo, fornendo allo stesso tempo uno specchio nelle menti dei socialisti determinati a provare altre virate, presumibilmente non violente. (2)



Campbell ha criticato Irland per il suo rifiuto del capitalismo degli stakeholder. Irland ha ritenuto -- a torto, ha affermato Campbell -- che il capitalismo degli stakeholder e' in definitiva impossibile.



Niente puo' interferire, per molto tempo, con l'inesorabile domanda di profitto del mercato. Le forze di mercato travolgeranno inevitabilmente qualsiasi considerazione etica come gli interessi delle parti interessate.

Anche l'"equita'" razziale, la promozione delle agende transgender e altre politiche e politiche sull'identita' simili, saranno iniettate negli schemi di condivisione aziendale



Il marxismo di Ireland piu' radicale lascio' Campbell sconcertato. Ireland non si rendeva conto che il suo determinismo di mercato era esattamente cio' che i difensori del "neoliberismo" affermavano come l'inevitabile e unico mezzo sicuro per la distribuzione del benessere sociale?



"Il marxismo -- ha giustamente osservato Campbell -- puo' essere identificato con la derisione della "riforma sociale" in quanto non rappresenta, o addirittura ostacola, "la rivoluzione"".



Come tanti marxisti antireformisti, Ireland non ha riconosciuto che "le riforme sociali che ha deriso sono la rivoluzione". (3)

"Il marxismo -- ha giustamente osservato Campbell -- puo' essere identificato con la derisione della "riforma sociale" in quanto non rappresenta, o addirittura ostacola, "la rivoluzione""



Il socialismo non e' altro che un movimento per cui "la presunta necessita' naturale rappresentata da imperativi" economici "e' sostituita da decisioni politiche consapevoli sull'allocazione delle risorse" (corsivo mio). (4)



Questo socialismo politico, in contrasto con gli epigoni ortodossi di Marx, e' cio' che Marx intendeva veramente per socialismo, suggerisce Campbell. Il capitalismo degli stakeholder e' proprio questo: socialismo.



Ireland e Campbell hanno convenuto che l'idea stessa di capitalismo degli stakeholder derivava dal fatto che le societa' fossero diventate relativamente autonome dai loro azionisti.

Questo socialismo politico, in contrasto con gli epigoni ortodossi di Marx, e' cio' che Marx intendeva veramente per socialismo. Il capitalismo degli stakeholder e' proprio questo: socialismo.



L'idea di indipendenza manageriale e quindi di autonomia aziendale o aziendale e' stata trattata per la prima volta da Adolf A. Berle e Gardiner C.Means in The Modern Corporation and Private Property (1932) e successivamente in The Managerial Revolution di James Burnham.(1962).



In Corporate "Governance, Stakeholding, and the Company: Towards a Less Degenerate Capitalism?", Ireland scrive di questa presunta autonomia: "L'idea della societa' di partecipazione e' radicata nell'autonomia della "societa'" dai suoi azionisti; la sua affermazione e' che questa autonomia... puo' essere sfruttata per garantire che le societa' non operino esclusivamente tenendo a mente gli interessi dei loro azionisti". (5)



Questa apparente autonomia della societa', sostiene Ireland, non e' avvenuta con l'incorporazione o con modifiche legali alla struttura della societa', ma con la crescita del capitalismo industriale su larga scala. La crescita del numero di azioni e con essa l'avvento del mercato azionario hanno reso possibile la pronta vendibilita' del titolo. Le azioni sono diventate "capitale monetario", titoli facilmente scambiabili con una percentuale del profitto e non rivendicazioni sui beni della societa'. E'a questo punto che le azioni hanno acquisito un'apparente autonomia dalla societa' e la societa' dai suoi azionisti.

Le azioni sono diventate "capitale monetario", titoli facilmente scambiabili con una percentuale del profitto e non rivendicazioni sui beni della societa'. E'a questo punto che le azioni hanno acquisito un'apparente autonomia dalla societa' e la societa' dai suoi azionisti



"Inoltre, con l'emergere di questo mercato, le azioni hanno sviluppato un proprio valore autonomo del tutto indipendente e spesso diverso dal valore degli asset dell'azienda. Emergendo come quello che Marx chiamava capitale fittizio, furono ridefiniti nel diritto come una forma autonoma di proprieta' indipendente dai beni della societa'. Non erano piu' concettualizzati come interessi equi nella proprieta' dell'azienda ma come diritti di profitto con un valore proprio, diritti che potevano essere liberamente e facilmente acquistati e venduti sul mercato..."



"Dopo aver ottenuto la loro indipendenza dal patrimonio delle societa', le azioni sono emerse come oggetti legali a pieno titolo, apparentemente raddoppiando il capitale delle societa' per azioni. Le attivita' erano ora di proprieta' della societa' e della sola societa', tramite una societa' o, nel caso di societa' non costituite in societa', tramite fiduciari. Il capitale sociale immateriale della societa', invece, era diventato di proprieta' esclusiva dell'azionista. Adesso erano due forme di proprieta' completamente separate. Inoltre, con la costituzione legale della quota come forma di proprieta' del tutto autonoma, l'esternalizzazione dell'azionista dalla societa' era stata completata in un modo prima non possibile". (6)



Pertanto, secondo Ireland, e' emersa una differenza di interessi tra i detentori del capitale industriale e quelli del capitale monetario, o tra la societa' e l'azionista.

E'emersa una differenza di interessi tra i detentori del capitale industriale e quelli del capitale monetario, o tra la societa' e l'azionista



Tuttavia, sostiene Ireland, l'autonomia della societa' e' limitata dalla necessita' che il capitale industriale produca profitto. Il valore delle azioni e' determinato in ultima analisi dalla redditivita' delle attivita' della societa' in uso.



"L'azienda e' e sara' sempre la personificazione del capitale industriale e, come tale, soggetta agli imperativi della redditivita' e dell'accumulazione. Questi non sono imposti dall'esterno a un'entita' altrimenti neutra e senza direzione, ma sono, piuttosto, intrinseci ad essa, che si trovano al centro della sua esistenza".



"Questa necessita' -- sostiene Paddy --definisce i limiti del capitalismo degli stakeholder e la sua incapacita' di sostenersi".



"La natura dell'azienda e' tale, quindi, da suggerire che [ci] sono limiti stretti alla misura in cui la sua autonomia dagli azionisti puo' essere sfruttata a vantaggio dei lavoratori"

"La natura dell'azienda e' tale, quindi, da suggerire che [ci] sono limiti stretti alla misura in cui la sua autonomia dagli azionisti puo' essere sfruttata a vantaggio dei lavoratori". (7)



Ecco un punto su cui il "neoliberista" Milton Friedman e il marxista Paddy Ireland avrebbero concordato, nonostante l'insistenza dell'Irlanda sul fatto che la causa sia l'estrazione del "plusvalore" nel punto di produzione. E questo accordo tra Friedman e Ireland e' esattamente il motivo per cui Campbell ha respinto l'argomento di Ireland. Un tale determinismo di mercato e' necessario solo sotto il capitalismo, ha affermato Campbell.



Le previsioni su come le aziende si comporteranno nel contesto dei mercati sono valide solo nelle attuali condizioni di mercato.



Cambiare le regole aziendali in modo tale che la redditivita' sia in pericolo, anche se, o anche soprattutto, dall'interno verso l'esterno, e' la definizione stessa di socialismo

Cambiare le regole aziendali in modo tale che la redditivita' sia in pericolo, anche se, o anche soprattutto, dall'interno verso l'esterno, e' la definizione stessa di socialismo.



Cambiare il modo in cui le aziende si comportano nella direzione del capitalismo degli stakeholder e' rivoluzionario in se'.



Nonostante questa insormontabile impasse "neoliberista"/marxista, la nozione di capitalismo degli stakeholder ha almeno cinquant'anni. I dibattiti sull'efficacia del capitalismo degli stakeholder risalgono agli anni '80. Erano eccitati dal rifiuto di Friedman della "corporazione piena di sentimento", che raggiunse il suo apice con "The Social Significance of the Modern Corporation" di Carl Kaysen nel 1957.



Cambiare il modo in cui le aziende si comportano nella direzione del capitalismo degli stakeholder e' rivoluzionario in se'.

Kaysen considerava la societa' come un'istituzione sociale che deve soppesare la redditivita' contro un ampio e crescente serie di responsabilita' sociali: "non c'e' nessuna dimostrazione di avidita' o avidita'; non c'e' alcun tentativo di spingere sui lavoratori o sulla comunita' gran parte dei costi sociali dell'impresa. La societa' moderna e' una societa' piena di sentimento". (8) Cosi', in Kaysen, vediamo accenni alla nozione successiva di capitalismo degli stakeholder.



Probabilmente, il capitalismo degli stakeholder puo' essere ricondotto, sebbene non in una linea di successione ininterrotta, all'"idealismo commerciale" (9) della fine del XIX e dell'inizio del XX secolo, quando Edward Bellamy e King Camp Gillette, tra gli altri, immaginavano le utopie socialiste aziendali attraverso la costituzione legale in aziende. (10)



Per tali socialisti aziendali, il mezzo principale per stabilire il socialismo era attraverso la continua costituzione in azienda di tutti i fattori di produzione. Con la costituzione in azienda, si sarebbero verificate una serie di fusioni e acquisizioni fino a quando non fosse stata completata la formazione di un unico monopolio globale, in cui tutto il "popolo" aveva quote uguali.



Un monopolio mondiale cosi' singolare diventerebbe socialista sulla base dell'equa distribuzione delle quote tra la popolazione

Nel suo World Corporation,Gillette ha dichiarato che "la mente allenata degli affari e della finanza non vede alcun luogo di arresto per l'assorbimento e la crescita aziendale, tranne l'assorbimento finale di tutte le risorse materiali del mondo in un corpo aziendale, sotto il controllo diretto di una mente aziendale". (11)



Un monopolio mondiale cosi' singolare diventerebbe socialista sulla base dell'equa distribuzione delle quote tra la popolazione. Il capitalismo degli stakeholder non e' all'altezza di questa equa distribuzione delle azioni, ma la aggira distribuendo valore sulla base della pressione sociale e politica.



E'interessante notare che Campbell conclude la sua argomentazione, in modo piuttosto non dogmatico, affermando in modo inequivocabile che se Friedman aveva ragione e "se questi confronti [tra azionista e capitalismo degli stakeholder] tendono a mostrare che la massimizzazione esclusiva del valore per gli azionisti e' il modo ottimale per massimizzare il benessere", allora "si dovrebbe rinunciare a essere socialisti". (12)



Se, dopo tutto, la massimizzazione del benessere umano e' davvero l'obiettivo, e il "capitalismo degli azionisti" (o "neoliberismo") si rivela il modo migliore per raggiungerlo, allora il socialismo stesso, compreso il capitalismo degli stakeholder, deve necessariamente essere abbandonato

Se, dopo tutto, la massimizzazione del benessere umano e' davvero l'obiettivo, e il "capitalismo degli azionisti" (o "neoliberismo") si rivela il modo migliore per raggiungerlo, allora il socialismo stesso, compreso il capitalismo degli stakeholder, deve necessariamente essere abbandonato.





Michael Rectenwald







NOTE

1) Neil Kokemuller, "Does a Corporation Have Other Stakeholder Other than its Shareholders?", Chron.com, 26 ottobre 2016.

2) David Campbell, "Towards a Less Irrelevant Socialism: Stakeholding as a 'Reform' of the Capitalist Economy", Journal of Law and Society 24, no. 1 (1997): p. 65-84.

3.) David Campbell, "Towards a Less Irrelevant Socialism", p.75 e 76, enfasi nell'originale.

4) David Campbell, "Towards a Less Irrelevant Socialism", p.76.

5) Paddy Ireland, "Corporate Governance, Stakeholding, and the Company: Towards a Less Degenerate Capitalism?", Journal of Law and Society 23, n. 3 (settembre 1996): p. 287--320, esp. 288.

6) Paddy Ireland, "Corporate Governance, Stakeholding, p.303.

7) Paddy Ireland, "Corporate Governance, Stakeholding, p. 304 (entrambe le virgolette).

8) Carl Kaysen, "The Social Significance of the Modern Corporation", in "Papers and Proceedings of the Sixty-Eighth Annual Meeting of the American Economic Association", ed. James Washington Bell e Gertrude Tait, numero speciale, American Economic Review 47, n. 2 (maggio 1957): 311-19, 314.

9) Gib Prettyman, "Advertising, Utopia, and Commercial Idealism: The Case of King Gillette", Prospects 24 (gennaio 1999): p. 231--48.

10) Gib Prettyman, "Gilded Age Utopias of Incorporation", Utopian Studies 12, no. 1 (2001): 19--40; Michael Rectenwald, "Libertarianism (s) versus Postmodernism and 'Social Justice' Ideology", Quarterly Journal of Austrian Economics 22, no. 2 (2019): p. 122--38.

11) King Camp Gillette, World Corporation (Boston: New England News, 1910), p. 4.

12) David Campbell, "Towards a Less Irrelevant Socialism, p. 81.







Articolo apparso su Mises Institute, tradotto e pubblicato su gentile concessione del professor Rectenwald.



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